Charly's blog

Squola, squola, squola

Il signor Ermanno ha mandato a la Stampa la seguente lettera:

 Caro Direttore, sono un ragazzo di 24 anni e scrivo dalla provincia di Torino. Se sono arrivato a scriverle questa lettera è solo perché ritengo la sua lettura, qualora pubblicata, in grado di aiutare molti giovani studenti ad operare una corretta scelta scolastica. Dopo la terza media e data l’insistenza dei miei professori, decisi di iscrivermi ad un liceo. Premetto che, provenendo da famiglia operaia, con due genitori con la quinta elementare, dovetti vincere più di qualche resistenza: «cosa farai domani?» era la domanda più scontata. I miei avrebbero preferito un liceo scientifico, come mio fratello. Ma io, allora, diedi retta ai miei insegnanti: in fondo mi dicevano che ero bravo, però non mi dissero quale liceo avrei dovuto frequentare. Così, titubante dinanzi alle difficoltà di un liceo classico (latino e greco, si sa, sono materie toste) o di un liceo scientifico (quanta matematica!) o di un liceo linguistico (non mi sono mai sentito portato per le lingue straniere), scelsi di iscrivermi ad un liceo sociopsicopedagogico. Forse sarà più semplice, pensai, ma è pur sempre un liceo! A 14 anni bisognerebbe conoscere molte cose o, almeno, avrei voluto che qualcuno mi dicesse che “i licei con lo sconto”, quale il sociopsicopedagogico(oggi trasformatosi in liceo delle scienze umane), dovrebbero essere chiusi immediatamente. Perché invece di fornire una preparazione classica, linguistica o scientifica, si finisce per spendere quasi tutto il proprio tempo in decine e decine di ore di pedagogia, scienze dell’educazione, psicologia, metodologia della ricerca sociale, statistica, sociologia, tutte discipline, di per sé, assolutamente degne – sia chiaro – ma non quando finiscono per togliere spazio a ciò che innanzitutto gli studenti dovrebbero conoscere. Non quando fanno in modo che la matematica si risolva in un far di conto e le discipline classiche in un vago sentore. Quando terminai gli studi liceali, mi resi conto che – nonostante i risultati brillanti – il mio ventaglio delle possibilità era poca cosa: avrei potuto solo continuare a studiare all’università tutte quelle materie, oggi definite – quasi con un ossimoro – «scienze umane», come a darsi serietà. Un liceo dovrebbe aprire la mente e non chiuderla: se a 19 anni la strada è già segnata, se si sarà costretti – perché in nessun modo si è preparati ad altro – a diventare uno «scienziato della formazione» o uno psicologo o uno «scienziato dell’educazione» o un sociologo, ebbene allora quella scuola è una condanna. Io, al pari di molti miei compagni di classe, provai ad iscrivermi alle facoltà a numero chiuso, le più quotate in termini di aspettativa professionale: non ci fu nulla da fare, perché la concorrenza dei colleghi del liceo classico e dello scientifico era troppo elevata. Così alcuni tra i miei compagni, pur di continuare a studiare, hanno ripiegato su facoltà che sono solo fucine di disoccupati e adesso si trovano costretti a lavori sottopagati che umiliano la loro professionalità, mentre per quello che mi riguarda ho pagato a durissimo prezzo una scelta inconsapevole. Oggi, proprio perché il mondo del lavoro non può essere scisso dal sistema scolastico, faccio il panettiere ma, ogni tanto, ripenso con rammarico a quanto in quella scuola io non abbia appreso: né le discipline scientifiche né le classiche né, tanto meno, le lingue straniere. Forse non è tutta colpa mia. Mi piacerebbe questa lettera fosse pubblicata per evitare che altri compiano il mio stesso errore. Con molta rabbia, mi permetto di terminare come ho iniziato: chiudete il liceo delle scienze umane!

Non avendo frequentato questo tipo di liceo non saprei dire se la critica sia corretta o meno, ma nondimeno si possono rilevare elementi interessanti. Partiamo dal fondo: il signor Ermanno non avendo avuto successo ha deciso di ripiegare a fare il panettiere, scelta che, con tutta evidenza, non lo rende molto felice. Sai che novità, la società italiana rifila i falliti del percorso scolastico al mondo professionale. Peccato che il giochino funzioni solo se le suddette professioni sono a bassa intensità tecnologia: fresatore, elettricista, tornitore.  Peccato che, ancora una volta, il mondo manifatturiero sia costretto a puntare verso il mondo dei prodotti ad elevato contenuto tecnologico dove sono richiesti tecnici, dottori e talvolta anche dei post-doc. Quanto può durare, ergo, la cosa?

Passiamo, ora, ai licei. La formazione linguistica? Nessun liceo è in grado di fornirla, persino quelli linguistici. È alquanto noto, infatti, della difficoltà degli italiani nel masticare anche solo un minimo di inglese. Il motivo è semplice: la lingua non s’impara, ma la si vive. I paesi scandinavi sono bilingue non per via di scuole migliori ma perché gli abitanti di queste ridenti terre sono soliti guardare film e telefilm in madrelingua. E vi assicuro che la differenze c’è. Provate a leggere opere scritte in inglese, a seguire la BBC o Discovery Channel e poi ne riparleremo.

La formazione classica? E perché mai dovrebbe essere migliore rispetto a quella delle scienze sociali? Non c’è argomentazione e come insegnava il saggio un’affermazione priva di prove può essere rigettata senza esitazione alcuna. Non si conosce la scienza? Ciccio, io sono uscito dallo scientifico e non conosco la differenza fra un elettrone e un protone. Capita quando si studiano le eccezioni delle declinazioni e non le materie scientifiche.

Passiamo, ora, al clou dell’articolo: la strada del liceo è segnata e si deve continuare a studiare. E no, non è affatto vero. Vi sono diverse figure professionali che richiedono un qualunque diploma: dai venditori ai necrofori, dagli addetti ai supermarket ai commessi, dai poliziotti ai vigili urbani. Senza contare che, adottando la logica della lettera, la pseudo condanna allo studio sarebbe altrettanto pendente su chi viene fuori dal classico e dal scientifico. In effetti il biasimo dell’inutilità, in genere, aleggia sulle facoltà di lettere e filosofia. Senza motivo, basta guardare i dati di Almalaurea: il 66% dei laureati lavora a 5 anni dalla laurea. Non nel settore di studio? Si vabbuò, ciccini, mi potreste spiegare che lavoro potrà mai fare un filologo? Appunto.

Il 66% è un tasso insufficiente? Sì, possibile, ma la cosa è dovuta alla stato scadente e arretrato stato dell’economia italiota, tant’è che in Germania e UK il tasso è del 90%. E non di certo perché lì la scelta delle facoltà sia differente da quella italiana. Ma su questo magari scriverò un altro post. Tornando a noi, il fatto che Ermanno abbia fallito l’accesso alle lauree a ingresso chiuso vuol dire ben poco. Anche i liceali del classico e del scientifico hanno beccato delle botte sul muso, no? Senza contare che una facoltà come psicologia, a numero chiuso, non ha un tasso di occupazione migliore di scipol o scidecom.

Che possiamo concludere, allora, da questa lettera? Che il signor Ermanno ha collezionato una sequela di strafalcioni in poche righe. E che alla domanda “è tutta colpa mia?” la risposta non può che essere un bel sì. Se non al 100% almeno al 75%.

Ma non è finita qui. Nel commentare la lettera il direttore del giornale si è complimentato per la sincerità, mi unisco anch’io, e per la scelta di fare il panettiere. Già, peccato che come ha descritto Richard Sennett, un sociologo, nel settore la diffusione di macchine automatiche porta ad una perdita di professionalità. Negli Stati Uniti molte panetterie si limitano a mettere gli ingredienti nelle macchine e ad attivarle e molti degli impiegati nel settore non sono in grado di impastare il pane. Significa che il signor Ermanno si ritroverà a breve disoccupato? Non credo: il mondo economico italiano è chiuso e a prova di innovazione. E questa è anche la causa del minore tasso d’occupazione dei laureati ma, come si dice, questo è un altro post.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 dicembre 2011 da in cultura con tag .
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