Charly's blog

Perché il laureato è disoccupato

A guardare la televisione sembra che tutti i disoccupati di questo paese siano dottori e post-doc, mentre chi possiede la terza media dovrebbe navigare nell’oro [1]. È una scemenza ma un dato è certo: il laureato in Italia se la passa peggio rispetto ad altri paesi. Cerchiamo in questo post di capirne il motivo.

Prima di iniziare questo viaggio vi invito a prendere un caffè. Su venite con me, vi porto al Bar di Budello di Camera caffèsca memoria. Il piccolo e classico bar a conduzione familiare.  Poi, cavoli, si è fatto tardi, andiamo nella trattoria “Da Gianna” e già che ci siamo compriamo un paio di libri da “Libri da Carmelo”. Bene, carichi come non mai vediamo un po’ di numeri, ma non dimenticate questi negozietti, ci saranno utili in futuro.

 La vulgata vuole che l’Italia scoppi di laureati. Falso, la popolazione italiana dotata di questo titolo di studio è giusto sopra il 10%, dalla metà ad un terzo di paesi quali la Germania, l’UK, la Svezia. Altrettanto falsa risulta la storia che i laureati italiani siano troppo sbilanciati verso alcune facoltà a detrimento di altre. È sufficiente pasticciare con il database online OECD per rendersi conto che la composizione delle lauree non è significativamente differente fra l’Italia, l’UK e la Germania [2]. Nel 2009 si sono laureate in Germania più di 400.000 persone, in UK quasi 540.000 contro 220.000 scarsi dell’Italia. Le lauree in ambito scientifico italiane sono meno numerose rispetto a quelle degli altri due paesi ma lo stesso si può dire in ambito legale, delle scienze sociali, negli studi umanistici [3]. Considerata questa facoltà, conteggiando pure le materie a carattere artistico, i numeri sono impietosi: i laureati tedeschi e inglesi in questo settore sono quasi il triplo di quelli italiani. Per chi non l’avesse ancora notato, i numeri dei laureati nei settori non sono in relazione con la differenza dovuta al numero totale. I laureati italiani totali sono meno della metà di quelli inglesi ma come si è visto nel settore umanistico i sudditi di Sua Maestà sono il triplo.

Appurato la situazione, vediamo che dice il tasso di disoccupazione. Stando alla audizione alla Camera tenuta dalla Censis (Maggio 2011), il tasso di occupazione dei laureati nei due paesi europei è quasi del 90% contro il 66% italiano. In pratica: i laureati italiani sono meno numerosi, non sono particolarmente propensi a snobbare determinate facoltà ritenute difficili [4] ma sono meno occupati.

 E non si può di certo tirare in ballo la storiella che l’Italia sia un paese a carattere manifatturiero. Da quand’è che l’Italia ha superato la Germania? Mi devo essere perso qualcosa, a quanto pare. Ma ammettiamo pure che sia vero: e allora? L’UK è meno fatturiero, però sono messi meglio dell’Italia.

Per quale motivo, allora, il laureato è disoccupato? Non è vero che ce ne siano troppi, è falso che non servano in un’economia fatturiera.  Proviamo a guardare, allora, le offerte di lavoro. Ad esser ricercati sono figure qualificate ma a basso titolo di studio: operai, fresatori, talvolta artigiani. C’è un piccolo problema: la tipologia delle aziende. La maggior parte delle imprese italiane è piccola, al di sotto dei 15 dipendenti. Il celebre articolo 18 si applica, infatti, solo nel 20% dei casi. In un’azienda mini a mancare sono il settore delle risorse umane, della ricerca e dello sviluppo, del marketing, dell’amministrazione. Tutti settori ad appannaggio dei laureati. E guarda un po’, le più esposte alla concorrenza cinese sono le aziende che producono prodotti a basso livello tecnologico, prive di professionalità nei settori menzionati. Nulla di sorprendente dato che sono i settori più semplici dove inserirsi e scalzare la concorrenza grazie ai prezzi inferiori.

Ma diamo la parola ad uno di questi figuri: Edoardo Nesi, autore di Storia della mia gente. Il Nesi scrive:

p.26:

Immaginate un prodotto che per trent’anni non ha bisogno di essere cambiato. Immaginate un’azienda che fabbrica solo quel prodotto e, se soffre di un problema, è quello di non riuscire a produrne abbastanza per soddisfare un mercato così ampio e vitale da rendere trascurabile l’impatto della concorrenza. Immaginate di poter rimettere gli orologi sulla puntualità con cui le fatture venivano pagate a dieci giorni, nessuna contestazione, nessuna trattenuta per reclami ingiustificati, nessun fallimento, con assegni che ogni mattina arrivavano per posta dentro letterine quadrate color pisello. Azzerate ogni costo di ricerca e sviluppo, di fiere, di pubblicità, di consulenze stilistiche. Cancellate il concetto di rimanenza di magazzino. Ridete a crepapelle dell’idea di dover assumere un dirigente esterno per fare il lavoro che svolgete perfettamente voi.

p.27:

Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purché si impegnassero; anche i tonti, purché dedicassero tutta la loro vita al lavoro.

p.136

[…] praticamente tutte le aziende nate negli anni prosperi del dopoguerra erano ancora condotte dai loro fondatori, quasi tutti coetanei, quasi tutti ultrasessantenni: una generazione d’imprenditori selvatici che sapevano benissimo che lo sviluppo miracoloso delle loro aziende era stato il risultato di una serie di circostanze straordinarie favorevoli e irripetibili, una lunghissima e fortunatissima cavalcata sull’onda di una crescita epocale che era nata dalle rovine del dopoguerra e aveva trasportato tutti, capaci e incapaci, industriali e dipendenti, ben oltre i loro limiti. Che le loro aziende erano potute nascere e prosperare solo nell’humus prezioso in cui erano nate e prosperate: al riparo dell’occhio del fisco e delle leggi, in un mondo perfetto e chiuso, protetto dai muri e dai missili nucleari, dai dazi e dalle tariffe.

Cos’abbiamo? Una manica di tonti che ha avuto successo vendendo ciarpame solo grazie al particolare periodo storico. E hanno pure il coraggio di lamentarsi:

p.160:

Non c’è nessuno, invece, che debba chiederci scusa per averci condannato a essere la prima generazione da secoli che andrà a star peggio di quella dei nostri genitori? Per averci fatto nascere e costruire i nostri sacrosanti sogni di benessere e poi averci lasciati senza soldi e senza lavoro proprio quando arrivava il momento di viverli, quei sogni?

A uno così l’hanno preso a calci in culo? Cielo no, siamo in Italia. Un bel Premio Strega per lui…

Lo stesso si può dire per i tanto carini negozietti a conduzione familiare. La loro presenza blocca l’insediamento, tramite sistemi corporativi e attività di lobby, delle aziende di più grandi dimensioni che impiega i laureati nei settori sopra citati o gli studenti come lavoratori. Tutta roba che il negozietto tramandato da padre in figlio non fa. La prossima volta che volete comprarvi un libro o un caffè pensateci due volte…

 E non è finita qui. Altri settori soffrono della presenza delle corporazioni: farmacie, avvocati, notai e compagnia cantante. E da bravi corporativi sfruttano i non tutelati in condizione di para schiavitù. Ma il problema è la Cina, signora mia.

In poche parole è la natura arretrata dell’economia italiana il problema. La cosa bella è che lo Stato spende più di 400.000 euro per formare figure professionali non impiegate e che andranno ad arricchire i paesi esteri. Ma che ve lo dico a fare? Tempo zero e scommetto che arriverà il no global minchione che “boikotta” la malvagia multinazionale. Coglione, delle due l’una: o sei figlio del papi col negozietto o  non hai capito nulla.

[1] Le persone dotate di un basso titolo di studio hanno una percentuale di occupazione superiore al 60%. Fonte: Key data on education in Europe in 2009.

[2] Si veda il database online OECD alla voce “Graduates by field of education”.

[3] 22.000 italiani contro quasi 50.000 inglesi e più di 70.000 tedeschi. In pratica più del doppio e più del triplo.

[4] La percentuale più alta nella fuga dei cervelli è appannaggio, guarda un po’, delle lauree a carattere scientifico. E meno  male che mancano gli scienziati… per fare cosa? Per cucire la giacca di Armani? Suvvia.

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Un commento su “Perché il laureato è disoccupato

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Questa voce è stata pubblicata il 30 dicembre 2011 da in economia con tag , .
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