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Recensione. “Perché filosofia” di Guido Rossi

Il libro di Rossi tocca una grande varietà di temi, dal diritto all’economia e dalla politica alla vita quotidiana, in poco più di un centinaio di pagine. Come si può facilmente immaginare il testo risulta un insieme di tocca e fuggi alquanto confusionari. Ma non è questo il suo problema più grande ma le tesi sostenute.

Il libro apre con una riflessione sul ruolo della filosofia e la tendenza alla specializzazione in tutti i campi o quasi. Secondo Rossi la specializzazione sarebbe ormai eccessiva, facendo perdere l’abilità di critica appannaggio invece della filosofia. One moment, one moment. La specializzazione è un’inevitabile conseguenza della vita, giusto dall’invenzione dell’agricoltura o giù di lì. L’uomo universale rinascimentale, infatti, è un’ideale non un’effettiva possibilità. Molti di questi filosofi che pontificano sul punto non sono poi in grado di effettuare operazioni al di fuori della propria disciplina: da un’operazione chirurgica alla costruzione di un impianto elettrico. Come al solito, i filosofi non sono un’eccezione alla regola che siamo tutti ignoranti eccezion fatta per pochi campi specifici, solo che come fanno i loro compari letterati erigono il proprio campo disciplina ariana. Non sanno nulla di tutto il resto? E che c’entra, loro sanno quel che c’è da sapere, la loro disciplina puta caso. Quella bionda e con gli occhi azzurri.

Altrettanto buffa è l’idea che la filosofia crei il pensiero critico a dispetto delle altre discipline. Se si vuole discettare di cinema si dovrà conoscere quest’ambito, no? Ebbene, non mi risulta che i filosofi studino scienza o economia, mentre in altri ambiti sono in concorrenza con la sociologia e la psicologia, giusto per citarne un paio. Da esse la disciplina che fu di Platone si discosta per il metodo: mentre le scienze sociali si basano sui dati empirici e sulle ricerche sul campo, la filosofia si basa su elucubrazioni e sul sentito dire, poco più che chiacchiere da bar. Come si possa essere critici su discipline che non si conoscono, francamente mi sfugge. E come si possa essere critici su un  mondo che non si conosce, perché se cerchi i fatti rischi di invalidare le  opinioni, lascio il giudizio al lettore. La solita pretesa di nobiltà di una disciplina nata in Grecia 2.500 anni fa ma morta in Germania più di un secolo fa [1].

Un altro argomento toccato riguarda il supercapitalismo e qui Rossi si rifà alle tesi di R.R. Reich. Di per sé il libro di Reich non è malvagio: si argomenta che al giorno d’oggi il ruolo di cittadino sia in contrasto con quello di consumatore. Il desiderio di acquistare merci ad un prezzo più basso ha portato allo smantellamento delle tutele dei lavoratori, riducendo o bloccando il salario dei lavoratori. In pratica, se vogliamo Walmart non possiamo poi lamentarci della cacciata dei sindacati. Il libro è interessante ma non tiene conto che se le merci mi costano meno posso anche guadagnare meno. Non c’è differenza fra guadagnare 100 e il bene x costa 10 e guadagnare 10 e il bene costa 1. Si deve tenere conto del fatto che i salari di per sé vogliono dire nulla, li si deve mettere in relazione con le merci che si possono comprare. Il problema, allora, è che non tutte le merci hanno goduto del crollo dei prezzi. Posso comprare per 30 euro un capo di vestiario, per 5 euro mangiarmi un kebab menù e per poche centinaia di euro comprarmi un pc, ma un appartamento ha tutt’ora prezzi tradizionali. Bella noia, ma non vedo il ruolo salvifico del sindacato. L’Italia è il paese più sindacalizzato d’Europa ma è anche il top 1 per le morti bianche e ha i salari più bassi del continente, eccezion fatta per la Grecia e, forse, il Portogallo.

Altro punto toccato è la crisi della politica. Rossi concorda con Sen che la democrazia sia primariamente discussione e prende atto della crisi della militanza. Un cazzo proprio: la democrazia è anche discussione, ma non basta questo a definirla. Immaginiamo un comunità di 100 persone: fra queste solo 10 comandano. Un regime aristocratico, insomma. Discuteranno fra loro, no? E, allora, quale sarebbe la differenza con la democrazia? In quest’ottica nessuna. Proviamo a chiederci in che situazione si possa realizzare la democrazia. In una sola: che tutte e 100 le persone partecipino al governo. A venire meno, dunque, è la  differenza fra governati e governanti [2], in un regime di eguaglianza. Ma oggi, si dirà, l’Italia non è così. Per forza, gli italiani sono pessimi cittadini.

Last but not least, la solitudine del cittadino globale. Rossi sposa la solita lamentela che il cittadino di oggi sia isolato per via dell’elettronica: la gente sta davanti al pc e non si parla più e bla bla bla. Come no, provate a dirlo a chi il sabato sera si becca la movida sotto casa e non chiude occhio per tutta la notte. I social network vengono usati per comunicare, genio!

In conclusione, è un libercolo confusionario e profondamente erroneo, perfino nel citare i lavoro degli altri, altrettanto erronei. Un talento, non c’è che dire.

G. Rossi, Perché filosofia, Editrice San Raffaele, Milano 2008, pp. 122. Prezzo copertina euro 14.

Voto: 4 e mezzo. Lasciate stare, è un consiglio.

[1] La fisica ha cacciato a calci in culo i filosofi dallo studio della realtà, la sociologia dallo studio della società, la psicologia dallo studio dell’uomo, l’etologia dallo studio dell’etica. Rimane soltanto la semiologia e la retorica: se fossi un filosofo mi approprierei soprattutto di quest’ultimo settore. D’altronde infinocchiare con le parole è sempre stato il loro forte.

[2] Il che non vuol dire che non viviamo in un regime democratico perché tu, mio lettore, non sei in Parlamento. Se il paese ha una popolazione di 60 milioni di abitanti qualche compromesso lo dovrai pur fare, no?

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Questa voce è stata pubblicata il 9 gennaio 2012 da in recensioni con tag , , , .
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