Charly's blog

Per chi manca il lavoro

Negli ultimi anni ci hanno raccontato che il tasso di disoccupazione, specie quello giovanile, fosse dovuto a fattori economici di rilevanza mondiale o giù di lì: ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare! Lavori da 50.000 euro al mese! Eh sì, si è già visto che i lavori mancati, come calcolato dalla CGIA di Mestre, sono all’incirca poco più di 40.000. L’ultima rilevazione statistica, invece, ci informa che soltanto gli inattivi sono quasi 3 milioni. Un applauso agli idioti che ciarlano sui media. Se ci fate caso, infatti, nei media impazzano gli operai senza lavoro anche se i laureati sono più mediatici.

Sia come sia, per inattivo si intende una persona che non lavora e che neppure cerca un lavoro, pur essendo disposto a lavorare, perché convinto di non poterlo trovare. Di sicuro interesse è il titolo di studio di queste persone: il 50% possiede una licenza media inferiore, solo il 20% una laurea. Il rimanente 30% si presume che sia composto da persone dotate di licenza media superiore oppure da quella elementare. Morale? I titoli di studio contano ancora.

Quel che sta succedendo è che il mondo del lavoro sta cambiando. Sai che novità, l’universo aborre la stabilità preferendo ad essa un incessante mutamento. Il capitalismo si basa per l’appunto sulla distruzione creativa, un nome roboante per far notare che anche il sistema socioeconomico è soggetto a mutamento. Il fenomeno è ben visibile ai giorni nostri: l’economia italiana non è in crisi per la “speculazione” dato che era nelle magagne già 20 anni fa. Il problemino è che l’economia italiana fa acqua da tutte le parti: non riesce a creare lavoro nel settore dei servizi, il comparto industriale è arretrato, l’amministrazione è penosa. In poche parole dovrebbe ristrutturarsi ma la politica degli ultimi 3 decenni si è basata sul cambiare tutto per non cambiare niente. Ma nubi di tempesta si addensano all’orizzonte e potrebbero rivoluzionare il quadro: la terza rivoluzione industriale[1]. Con questo termine si intende il processo di digitalizzazione della produzione. Detto in parole povere, a fare il lavoro saranno le macchine e non più gli uomini. Si prevede che avverrà nell’arco di un paio di decenni. Fantascienza? C’è chi sta lavorando per andare ad estrarre i minerali negli asteroidi entro il decennio [2], sapete com’è…

Le conseguenze di questa rivoluzione sono molteplici, ma le più interessanti riguarderanno il mondo del lavoro. In un mondo dominato dalle macchine si passerà dall’operaio al tecnico e all’ingegnere, dalla fabbricazione all’ideazione e alla manutenzione delle macchine. Non si potrà, certo, produrre tutto con le macchine ma in questo caso se il prodotto è particolarmente pregiato sarà appannaggio di artigiani, in caso contrari di operai/schiavi del 3° mondo con il loro basso costo del lavoro. Pessime nuove per l’italiano con la sua età media di 43 anni e la sua 3° media [3]: fra pochi anni sarà obsoleto. E con loro le mini aziende italiane che producono scarpe da donna o magliette.

Moriremo tutti ingegneri, ordunque? No, anzi, questo è il tipico problema di chi è fissato con il manifatturiero e la sua fissa che le cose si debbano produrre con le mani. Amico mio, le cose le produrranno per lo più quelli del 3° mondo o le macchine (o per poche cose gli artigiani) ma questo non vuol dire che ci toccherà morire di fame. Il prodotto lo faranno pure in Cina ma qui deve arrivare e poi deve essere distribuito. Il prodotto deve essere ideato, commercializzato ed ognuna di queste figure professionali deve essere assunta e pagata (altri lavori del settore HR, servizi). E tutti questi settori (servizi) si fanno in loco. E con loro le professioni che orbitano intorno a queste figure: dai camerieri ai parrucchieri, ai poliziotti ai docenti. A declinare saranno proprio le professioni che lavorano con le mani. D’altronde se si parla di economia della conoscenza un motivo pur vi sarà.

La globalizzazione, inoltre, ha investito solo una parte dell’economia (10, 15%) non tutta e gli aspetti più appariscenti come il declino delle fabbriche, pardon “fabrichete”, del Lombardo-Veneto sono da ricercare in limiti intrinseci (dimensioni mini, scarso capitale, nessuna R&S, management primitivo) del sistema piuttosto che nel Cinese brutto e cattivo. L’economia italiana è in fase di passaggio da un sistema industriale ad uno post industriale legato ai servizi. Pessime notizie per chi ha sempre deriso i titoli di studio preferendo andare a lavorare, in pratica a fare l’operaio generico a 15 anni. Il mondo sta cambiando e rischi di fare la fine del dinosauro. Una politica accorta dovrebbe governare il processo rendendole il più indolore possibile ma la politica è emanazione dal basso e se la popolazione non è cosciente del processo c’è poco da sperare.

[1] Cfr. http://www.economist.com/node/21553017

[2] Tecnologia 1 – decrescita 0

[3] Se guardate le offerte di lavoro si richiede quasi sempre almeno il diploma.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 aprile 2012 da in economia con tag , , .
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