Charly's blog

Diseguaglianze crescenti?

Periodicamente molti commentatori lanciano allarmi preoccupati sulle diseguaglianze crescenti (di tipo economico). Mi stupisco, francamente, che qualcuno se ne stupisca. Si tratta, infatti, dell’inevitabile risultato della competizione. Nulla di sorprendente, in verità, dato che se c’è qualcuno che vince ci deve essere, per necessità, qualcun altro che perde. Prendete, ad esempio, il campionato di calcio italiano, l’unica vera forma di cultura condivisa da parte degli italiani. Su 20 squadre solo 1 vince lo scudetto, altre 2 finiscono nella Champions League, un altro paio in Europa League, 3 finiscono in Serie B e le rimanenti non vincono una cippa. Semplice da capire, no?

Applichiamo, dunque, questa logica al processo economico. L’economia è l’insieme delle attività volte alla sopravvivenza e può essere in regime più o meno competitivo. Ai giorni nostri la situazione è follemente competitiva e riguarda la creazione e la distribuzione della ricchezza. Se quest’ultima è ineguale per via della competizione non ci si dovrebbe affatto sorprendere delle crescenti diseguaglianze. C’è chi vince e chi no. Si potrà contestare che l’esito del processo non sia meritocratico ma è un’obiezione errata dettata da una concezione sbagliata di meritocrazia. A questa parola si associano profondi significati di natura civica o morale, ma l’unica cosa che conta nel sistema capitalistico è far fruttare il capitale: come imprenditori, come lavoratori, come broker finanziari. Il manager super morale ma incapace di dirigere l’azienda perde inesorabilmente nei confronti del manager amorale ma competente. La meritocrazia in ambito economico la si misura in questo campo, non in altri. Signori miei, di che vi lamentate? È un frutto figlio della logica del sistema.

Da qui si dovrebbe passare ad un’altra considerazione. In molti sono soliti sostenere che l’economia sia fallimentare poiché non è in grado di raggiungere la piena occupazione. Il disoccupato viene interpretato come simbolo del fallimento di questa disciplina ma è sbagliato. Il povero cristo è il logico contraltare del ricco, l’uomo di successo. Non esiste Beverly Hills senza il Bronx. Se non si comprende questo elemento non si è in grado di capire l’opposizione dei capitalisti contro le politiche di redistribuzione della ricchezza. Se il povero è colpevole, un pigro inetto, per quale motivo lo si dovrebbe aiutare? In più il disoccupato è un utile esercito di riserva per le esigenze delle imprese. Un disoccupato accetta il lavoro che trova, un occupato deve essere convinto. Sicuri che nell’ottica imprenditoriale un paio di milioncini di disoccupati sia una pessima notizia?

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Questa voce è stata pubblicata il 6 giugno 2012 da in economia con tag , .
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