Charly's blog

Faq: come rispondere a un povero vecchio bastardo

Negli ultimi anni una nuova specie animale ha fatto la sua comparsa nel mondo italiano: il povero vecchio bastardo (da ora in poi PVB). Il PVB si caratterizza da una ferocia inusitata contro un’intera categoria di persone, di per sé inesistente: i giovani. A suo dire a costoro sarebbero da imputare tutti i loro problemi e quelli della nazione. Siccome i capi d’accusa sono gravi e molteplici li tratterò uno per uno.

_ Mancanza del lavoro: i giovani non hanno più voglia di fare niente!

A dire del PVB tutti i giovani sarebbero dei pigri dediti allo studio invece di fare i veri lavori (muratori, piastrellisti) degli uomini veri di un tempo (vero anch’esso). In genere il PVB non cita mai il numero dei laureati e dei lavori mancanti e un motivo c’è: sono la prova che dice una pirlata. Una certa pubblicista vorrebbe far credere che il paese scoppi di laureati ma i numeri dicono diversamente. Gli italiani dotati di titoli di studio di livello universitario  sono meno numerosi rispetto ai tedeschi o agli inglesi: nel 2009 in Italia si sono laureate 220.000 persone, contro le più di 400.000 tedesche e francesi, nonché le quasi 540.000 inglesi [1]. Il Canada pur avendo la metà della popolazione italiana ha lo stesso numero di laureati. La Svezia pur avendo solo un sesto degli abitanti dell’Italia ha avuto più di 50.000 laureati, ovvero un quarto di quelli italiani.

 Anche il tasso di occupazione di figure dotate di elevato titolo di studio è differente: siamo quasi al 90% di Francia, Germania e Regno Unito contro il 66% di quello italiano, uno dei dati più bassi dell’intera Europa. E sì che la composizione di laureati per facoltà non è significativamente differente [2].  I laureati italiani sono poco numerosi in ambito scientifico, ma se comparati a quelli inglesi e tedeschi lo sono anche in altri settori quali quello legale, delle scienze sociale e negli studi umanistici. La differenza numerica, inoltre, non è dovuta al numero inferiore dei laureati italiani. In ambito umanistico i laureati tedeschi sono più del triplo, pur essendo il numero totale dei laureati il doppio di quelli italiani. Nel settore legale i dottori francesi sono quasi il quadruplo di quelli italiani pur essendo il laureati transalpini quasi il doppio. In ambito ingegneristico, invece, il numero dei dottori italiani è prossimo a quello tedesco e inglese. Le differenze, dunque, non sono ascrivibili ad una presunta pigrizia degli studenti italiani accusati spesso e volentieri di snobbare le materie scientifiche, ritenute a torto più difficili delle altre. Si deve ricordare, inoltre, che nel fenomeno dei cervelli in fuga i dottori in materie scientifiche occupano la prima posizione. In Italia i laureati nelle  discipline scientifiche sono in numero estremamente ridotto eppure fanno la fila pur di andarsene. A quanto pare non serve un dottorato in astrofisica per cucire una giacca di Giorgio Armani.

La causa dei problemi occupazionali italiani, quindi, è da cercare nel sistema produttivo italiano. Economicamente parlando l’Italia è un paese arretrato: le aziende sono in gran parte di piccole dimensioni e producono prodotti a basso livello tecnologico che non richiedono qualifiche particolari. È da rigettare, inoltre, l’obiezione che l’economia italiana sia a base manifatturiera e che non richieda laureati ma figure professionali. La Germania è un’economia a forte base manifatturiera ma il tasso di occupazione dei laureati è superiore a quello italiano. Con la differenza che le fabbriche tedesche richiedono tecnici e dottori, quelle italiane operai generici. Le piccole dimensioni, inoltre, precludono l’impiego di laureati nel settore delle risorse umane, del marketing, delle pubbliche relazioni, della ricerca e dello sviluppo.

Altro elemento è l’incapacità di produrre posti di lavoro nel settore dei servizi. Qui i colpevoli sono i piccoli negozietti a conduzione familiare che bloccano l’insediamento di attività organizzate secondo modalità più razionali e di maggiori dimensioni, insieme alle corporazioni e alle varie caste che bloccano lo sviluppo del paese. L’opposizione dei bar nei confronti di Starbucks o dei locali contro i fast food ne sono una prova lampante. In aggiunta, la natura corporativa del sistema professionale riduce ulteriormente gli spazi per il lavoro. Non è un caso che in Italia il lavoro si tramandi di padre in figlio.

E per quanto riguarda i celebri lavori mancanti? Secondo la Cgia di Mestre i posti vacanti sarebbero 45.250. Poca roba se comparata ai milioni di disoccupati e ai 3 milioni di inattivi, ma tant’è. Analizzando, in ogni caso, le professioni mancanti, le si può dividere in due gruppi: le mansioni qualificate e quelle a bassa qualifica. Nel primo gruppo compaiono professioni quali la parrucchiera o l’estetista, gli elettricisti o gli informatici; nel secondo vi sono i camerieri e i commessi. Per quanto riguarda il primo gruppo si può notare che saranno sì, secondo la prospettiva umanista, lavori umili, ma soprattutto sono lavori qualificati. È sufficiente analizzare le offerte di lavoro per rendersi conto che in ogni occasione si richiedono diversi anni di esperienza e una precisa e specifica formazione scolastica e professionale per accedere a queste mansioni. Un avvocato neo laureato non ha speranza di ricevere una risposta positiva per un annuncio di lavoro riguardante un elettricista.

Altro aspetto da soppesare è l’abilità o meno di ricoprire determinati mestieri. Le professioni artigiane, ad esempio, richiedono non solo un’elevata perizia tecnica ma anche manualità. E non tutti possiedono quest’ultima capacità. Non a caso in oltre la metà dei casi non è mancato il candidato, ma quello idoneo. Un discorso meno pregnante per quanto riguarda le professioni a bassa qualifica ma si vede che per fare i commessi o i camerieri occorre un dottorato in materia. Alla fine è facilmente osservabile, a dispetto di tante belle parole, il disprezzo dei politici e dei giornalisti per queste professioni dato che le considerano come mestieri senza arte e alla portata di tutti. Un insulto bello e buono per chi spende anni e anni a lavorare sulla propria professionalità. Un applauso per il PVB: hai capito tutto, ma tutto.

_ I giovani hanno rovinato il paese!

A questo punto il PVB degno del suo nome ribatte: voi, giovinastri, voi avete rovinato il paese! Uh, come no. L’Italia è un paese vecchio sia nella popolazione sia nelle èlite. Sul piano politico il Parlamento italiano si configura come uno dei più anziani d’Occidente: l’età media è superiore ai 50 anni.  La quota dei deputati under 40 è inferiore al 10% nonostante il fatto che le persone eleggibili a cariche pubbliche nella coorte d’età 25-40 anni sia il 30% del totale. Una situazione efficacemente rappresentata da un Presidente Consiglio ultra settantenne e uno della Repubblica ultra ottantenne, da un Presidente della Camera quasi sessantenne che non è mai riuscito a scollarsi la posizione di vice capo e da uno del Senato nato nel 1950.  Il primo Ministro danese Helle Thorning Schmidt con i suoi 45 anni non ancora compiuti potrebbe essere il figlio di quello italiano, insieme al coetaneo Primo Ministro britannico David Cameron e al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Il potere della gerontocrazia italiana non si limita solo alla politica ma allunga i suoi tentacoli anche nel mondo economico e della finanza, della scuola e della cultura. Se si applicasse la norma che prevede come limite d’età i 75 anni per i componenti del board di una banca, 70 anni per ricoprire il ruolo di presidente e 65 per quello degli amministratori delegati, avremmo una vera e propria ecatombe sia nei grandi sia nei piccoli istituti. Numeri alla mano, verrebbero decapitati quasi 160 consiglieri d’amministrazione di 57 differenti società. Nulla di sorprendente visto che l’Italia è un paese dove il numero dei giovani imprenditori, spesso in realtà degli over 40 spacciati per giovani, è sceso dall’8,1 al 6,3% mentre quello degli ultrasettantenni è salito dall’8,5 al 9,2% [3].

La situazione è persino meno rosea nel mondo universitario. Il corpo docente italiano è il più anziano d’Europa: più del 50% dei docenti di ruolo supera i 50 anni, mentre in Francia la stessa categoria supera appena il 40%, in Spagna e nel Regno Unito il 30% e in Germania non arriva neppure al 30%. Utilizzando i dati Ocse si possono continuare i raffronti impietosi con gli altri paesi europei. L’età media dei docenti è di 45 anni in Francia, di 44 anni in Spagna e di 42 anni in Germania e Portogallo. Gli under 34 superano il 20% in Francia, è prossima al 30% in Finlandia e nel Regno Unito e supera il 30% in Germania. In Italia, invece, supera di poco il 5%.

In dettaglio, nel corpo docente universitario italiano l’età mediana dei docenti ordinari è di 49 anni, quella dei docenti associati è di 43 e quella dei ricercatori è di 35. Gli over 50 costituiscono più dell’80% degli ordinari, il 55% degli associati e quasi il 30% dei ricercatori. Fra gli ordinari, la metà dei docenti totale supera i 60 anni, più di un quarto dei professori ha già spento più di 65 candeline. Gli under 44 sono appena il 7% dei docenti ordinari, il 25% degli associati e il 56% dei ricercatori [4]. Nel frattempo i ricercatori sono sistematicamente esclusi dalla possibilità di accedere all’insegnamento, sono grottescamente sottopagati e spesso si devono arrangiare fra carenze di fondi e deficit strutturali. L’inevitabile esito è la fuga dei migliori cervelli alla ricerca non di una vita migliore ma di una vita possibile nell’ambito accademico. Secondo l’Icom, Istituto per la Competitività, che ha condotto la ricerca per conto della Fondazione Lilly e di quella Cariplo, l’Italia ha perso negli ultimi 20 anni quasi 4 miliardi di euro, ossia il ricavato di 155 domande di brevetto depositate da ricercatori italiani in fuga e di altre 301 domande di brevetto ai quali ricercatori italiani hanno contribuito come membri del team di ricerca.

Numeri simili si ritrovano nella scuola primaria e secondaria. L’età mediana dei maestri della scuola primaria è di 48 anni, quella secondaria inferiore è di 51 anni e quella della secondaria superiore è di 50 anni [5]. La situazione è destinata a peggiorare perché si ventila il blocco delle assunzioni per circa un decennio per assorbire i precari maturati nei due, tre decenni precedenti. In conclusione, un’intera generazione è stata esclusa dall’insegnamento e dalla ricerca universitaria.

Visto che magari  il PVB non capisce un’acca, lo ripeto: in Italia comandano tutti quelli che hanno più di 50 anni. E mi risulta che le conseguenze sia da attribuire a chi detiene il potere e non a chi non lo possiede.

_Bisogna lavorare con le mani, giovinastri! 

Il PVB ha le idee poco chiare ma è tenace come la Merkel. Un’altra genialata di questo essere è che il lavoro sia solo manuale e che bisogna crearlo, non cercarlo. Il primo elemento è risibile: tutti lavorano con le mani, pure gli scrittori. I libri mica si scrivono da soli. L’idea alla base di questa scemenza, allora, è che l’unico vero lavoro sia quello legato al manifatturiero. In più il lavoro lo si deve creare e ognuno dovrebbe avere la propria fabbrichetta del cazzo con un paio di operai clandestini. Idea divertente, davvero. Dato che ognuno deve creare il proprio lavoro mi aspetto che i medici comincino ad andare in giro a infettare le persone…

Il PVB così facendo dimostra di ignorare totalmente l’economia e i problemi di quella italiana, già citati nei punti precedenti.

_Siete tutti ignoranti!

Stando al PVB i giovani sarebbero tutti degli ignoranti. Davvero? Vi è una preziosa fonte di dati, la ricerca internazionale sulle competenze alfabetiche della popolazione adulta (International Adult Literacy Survey, IALS) lanciata dall’OCSE/OCDE nel 1992. Nel 1996 si ebbe la seconda ricerca del progetto, fornendo infine i risultati a più riprese tra il 1995 e il 2000 [6]. Le tipologie delle prove adottate per misurare queste caratteristiche riguardavano la comprensione di testi in prosa, di grafici, schemi e tabelle nonché la capacità di eseguire abilità elementari di calcolo. Non si tratta, quindi, dei soliti quiz di cultura generale, di opinabile utilità e composizione. Questi quiz, infatti, si basano sulla verifica di conoscenze che si ritiene siano “cultura generale”, cioè di dominio pubblico. Si tratta di nozioni generiche di storia (la data di qualche evento significativo come la Rivoluzione Francese o la scoperta dell’America), di letteratura (quando sia vissuto uno scrittore celebre o chi sia l’autore di una poesia famosa), di politica (chi sia il presidente del Consiglio o della Repubblica, ad esempio), di geografia e così via. Essendo nozioni di carattere scolastico acquisite decenni prima, in  genere la maggior parte delle persone non rimedia grandi risultati se non una bella figuraccia, politici compresi. Non si capisce, allora, perché sia “cultura generale” se generalmente sono nozioni poco o per nulla conosciute nella popolazione.

Stando ai dati raccolti in Italia si nota la presenza di settori di popolazione a “rischio alfabetico”, la scarsa partecipazione della popolazione a livelli di istruzione post-secondaria e la povertà del contesto socio-culturale in cui ancora oggi vivono quote consistenti di cittadini. Ne risulta che 5 italiani su 100 non sono in grado di distinguere una lettera dall’altra, 38 su 100 sono in grado di farlo ma leggono con difficoltà e a fatica decifrano le cifre, 33 su 100 superano questo stadio ma qui si fermano dato che non riescono a comprendere i testi più complessi. Nel caso specifico non si possiede neppure le abilità per formulare una frase di venti parole o la capacità di comprendere non solo i principali quotidiani del paese, ma neppure la free press. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta possiede le capacità minime per orientarsi nel mondo contemporaneo [7].

La ricerca evidenziò, inoltre, che la scarsa scolarizzazione della popolazione italiana fosse un elemento critico per la comprensione del fenomeno. All’epoca un terzo della popolazione poteva vantare solo la licenza media (33,7%), un altro terzo un diploma di scuola superiore (35,1%), un quinto della popolazione solo la licenza elementare (20,4%). La popolazione laureata superava il 7% solo se veniva conteggiata con chi poteva vantare un dottorato di ricerca (0,9%). A distanza di anni la situazione non è migliorata. Nel 2007 il 48,2% della popolazione in età 25-64 anni poteva vantare solo una licenza di scuola media. Sempre nello stesso anni nella coorte d’età 20-24 anni poco più del 75% ha conseguito una licenza media superiore, mentre poco più del 40% dei giovani si è iscritto all’università.

Nel complesso vi è una chiara correlazione fra l’età e il livello di studio acquisito: più si è anziani e meno si ha studiato. Non a caso le peggiori performance venivano registrate negli strati della popolazione più anziana e con le persone di minore scolarizzazione. È da notare come spesso i media tacciano sulle scarse competenze delle coorti di età più anziane, a differenza con quanto accade per quelle più giovani regolarmente messe alla berlina. Ma si sa, gli anziani votano e  partecipano alla politica in varie forme e modalità, i quindicenni no.

A questo punto il PVB che si rispetti si gioca l’ultima carta: ai miei tempi si studiava, non come oggi! Io che ho la 5° elementare ne so più di un laureato! Davvero? E dimmi, mio PVB, quali sono i sintomi di una bronchite? Un qualunque idiota uscito da medicina lo sa. Non lo sai? Che strano. È Maxwell? Chi era costui? Non lo sai? Un qualunque idiota uscito dal liceo lo sa. Non l’hai ancora capito, vecchio? Taci, che fai più bella figura.

 

_Giovani viziati!

A questo punto il PVB dovrebbe ribattere sul laureato che vuole un lavoro consono con i propri studi, eccetera eccettera. In realtà si tratta di una bolla mediatica ma spiegarla a un simile ignorante sarebbe tempo perso. I laureati che vanno in Tv, in ogni caso, sono legati a specifici settori quali i media o il mondo artistico, ben poco rappresentativi del totale. Sia come sia, a quest’ipotetico piagnone, risponderei così: vivi come meglio credi. A differenza del PVB non traggo una legge generale da un paio di casi mediatici. Altrimenti dovrei sostenere che tutti gli over 50 siano degli ignoranti sottosviluppati.

_Final FAQ: come usare questi dati.

Lo so, l’impulso è quello di dialogare con il PVB mostrando i dati ma è tempo perso. Il PVB ha già emesso la sentenza e la condanna. Ma il mondo non è pieno di PVB e dovete ricordare la regola base dei dibattiti: non dovete convincere il vostro avversario ma il pubblico. Smerdateli e magari potreste trovare qualche persona dotata di un minimo di dignità fra chi vi ascolta o vi legge.

 

 

 

[1] Si veda il database online OECD alla voce “Graduates by field of education”.

[2] Cfr. Eurostat, Key data on education in Europe 2009; per la percentuale di laureati occupati si veda il rapporto Censis alla Camera del 17 maggio 2011. Per il confronto dei laureati per campo di studi si veda il database OECD alla voce “Graduates by field of occupation”.

[3] G. Lantini, Geronto-Finanza, in “Il Fatto quotidiano”, 31/07/2011, p. 9.

 [4]Cfr. Rapporto Miur, Le risorse dell’università, 2007.

[5] S. Intravaia, Il record dei prof italiani. Sono i più anziani del mondo, in “la Repubblica”, 01/03/2007, p. 17.

[6] Consultabili al sito http://archivio.invalsi.it/ricerche-internazionali/sials/base-sials.htm.

[7] Cfr. T. De Mauro, La cultura degli italiani, a cura di Francesco Erbani, Editori Laterza, Roma – Bari 2004, p. 162. La free press è di livello inferiore ma di più facile fruizione rispetto ai quotidiani. La qualità inferiore rispetto ai quotidiani a pagamento è dovuta al suo maggiore vantaggio: la gratuità.

[8] Cfr. Istat, 100 statistiche per il paese. Indicatori per conoscere e valutare, anno 2008.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 giugno 2012 da in economia con tag , , , , , .
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