Charly's blog

Recensione. La tempesta perfetta

Per millenni il nobile era colui che era sollevato dalla fatica del lavoro, anche se poi doveva rischiare la pelle per proteggere le chiappe di tutti. Con il Protestantesimo e la Rivoluzione Industriale la situazione cambia radicalmente dato che si diffonde l’idea aberrante che il lavoro nobiliti anche se grazie ad esso ti perdi la crescita dei tuoi figli, la salute, il tempo libero. Anche la produzione culturale, sia essa letteraria o cinematografica, è rimasta influenzata da questa idea. Nei racconti l’elemento chiave è la sfida, il contrasto fra forze contrapposte (personaggi, idee, sentimenti). In una società fanatica del lavoro i poveri lavoratori della classe media [1], integri, onesti, integerrimi, trovano il proprio nemico nell’imprenditore senza scrupoli. Si dirà, perché nell’imprenditore e non nel sindacalista? Mah, la vecchia cultura diffidente negli pescivendoli imprenditori rimane tuttora e non si deve dimenticare che le persone hanno un’esperienza di prima mano con queste simpatiche persone. Non si tratta affatto di un pregiudizio come sovente si sente dire, ma di un giudizio figlio dell’esperienza.

Scena tratta dal film.

Il film La tempesta perfetta non è un’eccezione a questo schema. Il film apre con il ritorno della solita ciurma di onesti e integerrimi marinai da un’infruttuosa battuta di pesca. L’armatore della nave deve pagare lo stipendio e qui iniziano i problemi. Perché è brutto, sporco e cattivo? Ma vah, lui paga il giusto: in proporzione al pescato come da accordi! Ma poco importa, lui è il cattivo. A lui si contrappone l’eroico e saggio capitano della nave. Reduce da questo smacco decide di partire di nuovo seppur fuori stagione e di portare l’equipaggio nei pericolosissimi banchi di pesci situato in un mare abitato da draghi marini e fantasmi. Perché ha bisogno di soldi? No, lui no, i suoi uomini sì. Non a caso li minaccia di sostituirli con una telefonata. Non l’armatore, l’eroico capitano, eh. La causa di questa scelta è l’orgoglio: vuole fare vedere che lui ha ancora il tocco, che non è finito. E così la nave parte ancora, con tutti i cliché del caso:

_ situazioni familiari disastrate;

_ un nuovo membro dell’equipaggio con conseguente frizioni con uno vecchio, fino a  quando diventano amiconi;

_ una capitanessa cotta dell’eroico capitano;

Pesca e pesca, alla fine, riescono davvero a prendere una quantità inaudita di pesce, che se poi dobbiamo ringraziare qualcuno per l’esaurimento delle risorse ittiche sappiamo chi. Tutti felici e contenti? No, perché la sfiga si accanisce (dopo uno squalo e un incidente di bordo). Con modalità degne del tecno-blabla d’annata, alle spalle della nave si forma una super mega tempesta, mentre la macchina sforna ghiaccio si rompe. Da questa concomitanza di fattori nasce il climax del film: aspettare il passaggio della tempesta, perdendo il pesce e vivere per pescare un’altra volta o attraversare di netto una mostruosa tempesta? Al grido di “noi siamo uomini” l’equipaggio sceglie la sfida.

Che dire, alla fine della recensione? Questo film vorrebbe rientrare nel filone delle celebrazione dell’eroe americano, il sopracitato lavoratore della classe media eccetera. In realtà alcune scelte dubbie quali le motivazioni della pesca, la sventurata idea di navigare verso una tempesta grande come l’Oceano Atlantico, la mancata dialettica imprenditore cattivo/capitano buono più il finale depotenziano di parecchio il film.

Sulla regia e sugli effetti speciali nulla da dire; la recitazione è convincente.

Il verdetto è negativo, insomma, dato che allo stanco cliché si aggiungono alcune illogicità di fondo che minano il valore del film.

 

Voto: 5,5. Da passaggio televisivo.

[1] Classe media del piffero, in realtà sono proletari. Ma questa parola non si può più dire.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 agosto 2012 da in recensioni con tag .
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