Charly's blog

Squola decadence

Ah, la scuola. L’ultima istituzione totalitaria della nostra società. Se ci pensate per lo studente la scuola è tutto: la frequenta la mattina, il pomeriggio si becca i compiti, ogni tanto esce con i suoi amichetti conosciuti a scuola. E poi, come dimenticare i primi insulti (dei docenti nei loro confronti), i primi amori, le prime zuffe. È normale, allora, che la scuola goda di tanta attenzione nelle società contemporanee dato che il bimbo è il padre dell’uomo [1]. Ma qual è lo stato di salute del sistema scolastico?

Lo so, a questa domanda vi è venuto in mente la decadenza strutturale degli edifici. Nulla da eccepire, le scuole italiane cadono a pezzi nel senso letterale del termine. È sorprendente, anzi, che non siano più numerosi i casi di crolli di soffitti o pareti. Essendo la situazione tragica e sotto gli occhi di tutti, ovviamente, se ne parla solo in caso di disgrazie salvo poi dimenticarsene subito dopo. Tipicamente italiano.

Riceve un maggiore interesse, invece, il ruolo di docente nelle società attuale. La critica, al riguardo, è unanime: vittima di una società avida ed egoista nonché materialista ed interessata solamente all’immediato il prof. verrebbe relegato in una posizione marginale. In poche parole [2]:

Lungi da me rimpiangere il passato e l’idea obsoleta di una scuola nozionista con l’insegnante autoritario, ma penso sia corretto riflettere come nella nostra società del benessere abbiano preso piede dei modelli culturali che hanno sminuito molto l’istituzione scolastica; siamo stati indotti a pensare che in fondo la scuola serva a poco, che i valori che trasmette non aiutino ad accumulare denaro, che il sapere valga meno dell’avere e del potere. E siccome generalmente il maestro si affanna a combattere queste mistificazioni della realtà, questi falsi valori… gli si dà poco conto.

Quando sento simili lamentele mi viene in mente un episodio che ebbi modo di assistere. Tempo fa frequentavo un corso di Jeet Kune Do e fra i nuovi iscritti vi era una persona proveniente dal mondo della boxe. Fra tutti si distingueva non per la sua abilità o la velocità di apprendimento ma per la sua  indisciplina. Questa linea di condotta causava isteriche lamentele alla Paola Mastrocola da parte dell’istruttore? Ma vah. Una volta, ricordo bene, si limitò a fare spallucce e disse papale papale: “fai come vuoi, tanto la coltellata in pancia te la becchi tu”. Signori miei, ecco come vedere un bluff. Non piagnucolando o schiumando, ma chiamando in causa le conseguenze delle proprie azioni.

Torniamo alla scuola. Si dovrebbe, a mio avviso, invece di tirare in ballo fantasmagoriche spiegazioni socioculturali provare ad usare la stessa metodologia. Immaginate la maestrina di turno adoperare la stessa risposta: “se non fate i compiti diverrete tutti poveri e non capirete nulla del mondo contemporaneo”. Le reazioni? Risate di masse con a seguire il coro “scema, scema, scema!”. In questa banale differenza si racchiude la spiegazione della crisi del sistema scolastico con annessi e connessi. La scuola, anzi, la squola è del tutto inutile. Punto.

L’utilità del sistema scolastico può essere misurata su due dimensioni. La prima è quella lavorativa. Attenzione, non stiamo parlando della mitica volontà da parte di tutti di divenire miliardari ma il ben più modesto punto d’incontro fra la scuola e il mondo del lavoro. Qui non vi è nulla da spigare dato che basta leggersi un paio di giornali per capire che il divario fra le due realtà è enorme. E non si parla soltanto dei licei, concepiti come propedeutici per l’università e non per il mondo del lavoro, ma persino degli istituti tecnici e professionali.

Il secondo aspetto riguarda la capacità della scuola di formare una persona in grado di comprendere il mondo contemporaneo e di ricoprire il ruolo di cittadino. Cosa richiede il dibattito pubblico? Economia, sociologia, scienze politiche, diritto? E cosa si studia a scuola? Letteratura e latino. No, direi che non ci siamo proprio. D’altronde mi è capitato più volte di spiegare ad ingegneri e medici alcuni elementi di base del dibattito politico quali la differenza fra il partito politico di massa e quello dei notabili o le tipologie dei vari welfare. Vi assicuro che alla fine stufa, specie se si considera che il proprio voto vale quanto il loro.

Appurata la palese inutilità della squola di oggi si pone un altro quesito: e ieri? In effetti una certa pubblicistica tipica dei settori culturali più ignoranti, e quindi reazionari, vorrebbe far credere che si stava meglio quando si stava peggio. Ma è davvero così? Corrisponde al vero che un tempo all’istruzione seguiva il successo professionale ma non per merito della scuola. Il sistema era congegnato per limitare i numeri. In pochi, i figli di papà, accedevano ai livelli superiori di istruzione. Con numeri così ridotti era normale andare incontro ad una più agevole carriera. Certo, c’era una massa di manovali/operai/contadini che non andavano oltre a mettere la x come firma ma cosa volete? Che il figlio dell’operaio possa accedere al cosiddetto ascensore sociale? Eddai, che bolscevichi che siete.

Sia come sia, all’epoca essere istruiti o meno non cambiava la seconda dimensione. Né gli uni né gli altri erano in grado di comprendere il mondo circostante. Questa gente è tuttora in circolazione ed è facile appurare la loro scarsa conoscenza delle materie di dibattito politico. D’altronde a livello politico si tifa, non si pensa.

Letto quel che ho scritto è semplice trarre le conclusioni. Prendiamo atto della realtà, signori, la scuola non riceve rispetto perché non lo merita. E non lo merita per la sua sostanziale inutilità per le due dimensioni sopra esaminate.

[1] Citazione colta.

[2] Cfr. http://www.opam.it/1/il_maestro_una_figura_da_rivalutare_6541599.html

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Questa voce è stata pubblicata il 1 settembre 2012 da in cultura con tag , , .
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