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Recensione: L’era glaciale 4 – Continenti alla deriva

Una saga cinematografica, quale che sia il genere, è quasi sempre soggetta all’esigenza di trovare nuove idee dopo il primo episodio. Peggio ancora quando si giunge al terzo o persino alla quarta puntata come accade con la serie L’era glaciale.

La questione è come possa l’ultima puntata rispondere all’interesse del pubblico. Nel caso di questa saga la risposta è che non sempre l’innovazione è la chiave del successo. Puntata dopo puntata il trio formato da una tigre dai denti a sciabola, da un Mammoth e da un bradipo si ritrovano nelle stesse situazioni, nelle stesse dinamiche, nelle stesse gag. Prima toccava al mammottone trovare l’anima gemella? Adesso tocca alla tigre. Il mammottone è alle prese con la famiglia con la tipica dinamica del padre possessivo e della figlia adolescente? Ed ecco che arriva la famiglia (folle) del bradipo. Il primo cattivo era una tigre brutta brutta brutta? Ora tocca ad una scimmia… pirata. E così via.

L’unica costante della saga episodio dopo episodio è il viaggio. Nella prima puntata si doveva consegnare un bimbo agli umani, nella seconda sfuggire all’inondazione, nella terza non farsi pappare dai dinosauri. A questo giro il trio è costretto a ritornare dal gruppo dopo esser stato diviso dal solito disastro ambientale. La separazione è la fonte delle avventure del trio e la possibilità della crescita come personaggio della figlia del Mammoth. Fino alla riunione del trio con la famiglia e la lotta finale con il villain.

Il tutto con il solito messaggio rassicurante: le differenze non contano, non bisogna tradire gli amici per sembrare ciò che non si è, ognuno ha la possibilità di farsi valere anche se ti chiamano caccola. Degno di nota, come al solito, il povero Scrat e la sua incessante caccia alla ghianda, foriera di disastri di portata globale. Con tanto di capatina ad Atlantide.

Le musiche sono divertenti e citazionistiche: da i Pirati dei Caraibi, a Il Signore degli Anelli, a Braveheart. Da evidenziare la fuoriuscita di Leo Gullotta dal doppiaggio ed è un peccato.

Per concludere, insomma, abbiamo sostanzialmente lo stesso prodotto con le stesse dinamiche ma anche con lo stesso divertimento. Quel che si dice l’usato sicuro.

Voto: 6,5. Un sano intrattenimento, più per adolescenti che per altri. Da passaggio televisivo.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 ottobre 2012 da in recensioni con tag .
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