Charly's blog

La strategia di Lisbona: era solo ieri…

Il 23  e 24 marzo del 2000 il Consiglio europeo varò un programma di riforme economiche note come Strategia di Lisbona. L’obiettivo strategico era quello di [1]:

diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.

L’idea sottostante era quella di realizzare un’economia della conoscenza orientata sui servizi e sulla tecnologia, con relative riforme legate al mondo dell’istruzione, dell’ambiente e delle politiche sociali. Certo, in un paese come l’Italia dove tutti i media si lamentano della mancanza di 10 falegnami può sembrare curioso che qualcuno punti sui servizi e non sul manifatturiero. Nulla di strano: a chi non sa anche l’ovvio sfugge. Per i zucconi che non lo sapessero, buona parte del PIL viene prodotto dal settore dei servizi. Per l’Italia, ad esempio, il settore dei servizi copre più del 70% del PIL con l’industria che non arriva neppure al 25% [2]. La teutonica ed ariana Crande Cermania è al 70% servizi e al 28% industria. Persino la Cina, la fabbrica del mondo, vede il PIL dividersi quasi metà e metà fra manifatturiero e servizi. Ah, per i fessi: il rimanente viene dall’agricoltura.

A dispetto di tante chiacchiere, insomma, il grosso della ricchezza viene prodotto dai servizi, specie per le economie avanzate di tipo post industriale. La morale della favola è che nel PIL si misurano di più gli ospedali e le scuole, i centri commerciali e i bar e non solo le fabbriche. E sì, mi spiace caro mr. “la ricchezza bisogna farla con le mani”, ma anche il dottore crea ricchezza, anche il docente aumenta il PIL. Così come lo fanno i vigili urbani, gli estetisti, persino i calciatori. Il PIL non è la mera misura delle cose: produco x case il PIL aumenta di y. Il PIL misura la ricchezza e ci sarà un motivo se l’hanno chiamato così e non “misura cose”, no? Riqualificare le case non riduce affatto il PIL come dicono i tizi della decrescita, ma l’aumenta. Produrre meno cibo e ridurre lo spreco non riduce il PIL a meno che non si buttino anche i soldi risparmiati nel cesso. Se spendi meno soldi in cibo magari ti compri il cellulare nuovo o una tv a 1.000 pollici. Volete decrescere? No problem, basta chiudere gli ospedali e le scuole. Nell’economia feudale, antesignana di quella della decrescita, d’altronde di quella roba non c’era traccia.

 La Strategia di Lisbona, allora, muovendosi su questi dati e sulla considerazione che la globalizzazione porterà all’interdipendenza ma è ben lontana dal coprire tutti gli aspetti economici, vide nella giusta direzione e stilò una strategia basata sui dati e sui fatti. Come molti generali hanno avuto modo di scoprire, tuttavia, il piano di battaglia è buono fino a quando non viene provato sui campi di battaglia. Ad un decennio di distanza, infatti, i risultato sono i seguenti [3]:

Disoccupazione ancora record nell’eurozona, che a settembre ha raggiunto la soglia dell’11,6%. Nuovo picco anche per i giovani senza lavoro, che salgono al 23,3%. Lo ha reso noto Eurostat, che ha nuovamente rivisto al rialzo i dati già record di agosto, rispettivamente dall’11,4% al 11,5%, e dal 22,8% al 23%.

Nuovi picchi anche per l’Ue a 27 paesi dove a settembre la disoccupazione era al 10,6%, stabile rispetto ad agosto di cui Eurostat ha però rivisto al rialzo il dato dal 10,5% al 10,6%. Aumento anche per i giovani senza occupazione nei 27, passati dal 22,7% di agosto al 22,8% di settembre. Un anno fa, la disoccupazione nell’eurozona era al 10,3% e nell’Ue al 9,8%, e rispettivamente al 21% e al 21,7% per gli under 25. Eurostat stima a 25,751 milioni i senza lavoro nell’Ue, di cui 18,490 nell’eurozona, con un aumento di 169mila unità nei 27 e di 146mila nei 17. In Italia i dati (provvisori) indicano un aumento della disoccupazione dal 10,7% al 10,8%, mentre era all’8,8% un anno fa. Balzo in avanti, invece, dei giovani senza lavoro, passati dal 33,9% di agosto al 35,1% di settembre. I tassi più bassi sono di nuovo stati registrati in Austria (4,4%), Lussemburgo (5,2%), Germania e Olanda (entrambe 5,4%). E sempre in Germania appena l’8% dei giovani e’ senza lavoro, in Olanda il 9,7% e in Austria il 9,9%. I tassi più elevati si confermano invece quelli di Spagna e Grecia, dove una persona su quattro e’ disoccupata, e oltre un giovane su due. In Grecia (i cui dati fanno però riferimento a luglio) la percentuale di disoccupati e’ al 25,1%: un balzo record e maglia nera Ue rispetto a un anno prima, quando era al 17,8%. E per i giovani non va meglio: più di uno su due (55,6%) e’ senza lavoro. Anche in Spagna non si ferma l’emorragia dei posti di lavoro: il tasso di disoccupazione e’ salito a settembre al 25,8% dal 25,5% di agosto (dato per altro rivisto marcatamente al rialzo dal 24,4%). Un anno fa era al 22,4%. Anche per chi ha meno di 25 annila situazione continua a essere nera: i senza lavoro sono ormai più di 1 su 2, e sono saliti dal 53,8% di agosto al 54,2% di settembre. Anche Portogallo e Irlanda continuano a registrare tassi significativi, rispettivamente al 15,7% (in discesa dal 15,8% del mese precedente) e al 15,1% (in salita dal 15%). Quella giovanile e’ al 34,5% (in salita dal 34,4%) in Irlanda, e al 35,1% in Portogallo (in discesa dal 35,7%).

Eh, che volete, è che 25 milioni di persone sono troppo choosy e si rifiutano di lavorare nei call center, tutto lì il problema. Come no. Aggiungendo al quadro la scarsa crescita della UE nel suo complesso dobbiamo ammettere che la Strategia di Lisbona sia stata un fallimento. Perché, come direbbe mr. “la ricchezza la si fa con le mani”, non si doveva puntare sui servizi? La Svizzera e la Danimarca dimostrano tutt’altro. Il problema è insito nella struttura della UE. La recente follia dell’austerity sta portando al collasso di svariate economie, ma prima ancora il casino nasce dallo squilibrio creato da 27 economie differenti per storia, struttura e popolazione in una condizione di totale assenza di governo. La UE non ha un centro di comando unificato in grado di dirigere e/o armonizzare le politiche economiche di più di due dozzine di economie. Non è un caso se sono in molti a sostenere che dalla crisi si esce soltanto con una maggiore integrazione aka un governo centralizzato che sottrae potere a tutti gli Stati coinvolti nel processo. La Strategia di Lisbona come ogni piano di battaglia richiede la guida di un generale. Un esercito condotto da 27 capitani non può affatto funzionare. Attenzione, però: non sono un sostenitore della UE uber alles. Quel generale può essere lo Stato ergo la politica ergo la cittadinanza. Come al solito, allora, non è solo una questione tecnica ma politica. E, prima o poi, si dovrà fare una scelta.

[1] Cfr. http://www.strategiadilisbonalazio.it/documenti.asp?categoria=5&sottocategoria=28.

[2] Cfr. http://www.indexmundi.com/italy/gdp_composition_by_sector.html. Tutti i dati vengono da Index mundi.

[3] Cfr. http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/economia/2012/10/31/Ue-17-ancora-record-disoccupazione-11-6-settembre_7721248.html.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 novembre 2012 da in economia con tag , , .
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