Charly's blog

Disoccupando il disoccupato disoccupante

Sabato sera nel post partita di serie A mi è capitato di discutere di disoccupazione e, con mia grande sorpresa, mi sono reso conto che quasi nessuno è a conoscenza degli elementi base dell’argomento. Con questo post tenterò di rimediare alla cosa. Un articolo de Linkiesta mi offre lo spunto [1]. Lì si argomenta che l’agricoltura tiri abbastanza, con una crescente presenza di imprenditori giovani e con nuovi posti di lavoro. Il tizio medio da qui partirebbe con l’ululare le solite sciocchezze figlie del frame dominante: la ricchezza è nella terra, i giovani non hanno voglia di sporcarsi le mani. Già peccato che, come dice l’articolo:

Il 73 per cento dei giovani imprenditori agricoli italiani ha rilevato l’azienda di famiglia. La novità è che solo in quattro casi su dieci si tratta di agronomi o periti agrari, quindi di figli di agricoltori che si sono costruiti un curriculum ad hoc per rimanere in azienda. Molti di più, invece (il 60 per cento) quelli che hanno percorso altre strade ma poi, complice anche la crisi, hanno preferito non lasciare la strada vecchia per quella nuova. Solo un piccolo 6 per cento decide di investire in agricoltura pur non avendo una attività familiare da cui partire. Il restante è composto da giovani che per motivi diversi decidono di “mollare” con il percorso precedente, voltando pagina e scegliendo la campagna.

Il grande boom degli imprenditori, allora, è poco più di un ricambio generazionale. Sul piano del lavoro dipendente, invece, si registra:

A confermarlo è anche la Coldiretti, principale organizzazione degli imprenditori agricoli italiani, che, rispondendo alla richiesta di esser meno “choosy” rivolta dal ministro Elsa Fornero ai giovani italiani, ha fatto sapere: «Almeno duecentomila giovani hanno trascorso l’estate 2011 a lavorare nei campi, dimostrando di essere tutt’altro che schizzinosi e di non essere preoccupati di sporcarsi le mani di terra». In agricoltura il lavoro c’è, dicono da Coldiretti, soprattutto quello dipendente. «Da un paio di anni registriamo una maggiore forza lavoratrice composta da giovani che nella raccolta stagionale stanno sostituendo i lavoratori più anziani», racconta Vincenzo Netti. «Vedendosi sbattuta la porta in faccia da molte fabbriche e aziende, i ragazzi trovano più facile essere assunti uno, due, tre mesi per raccogliere le ciliegie a 50-60 euro al giorno piuttosto che guadagnarne 20 dietro una scrivania con contratti precari. Sono giovani che non scelgono l’attività agricola per passione, ma solo per motivi di convenienza visto il risicato mercato del lavoro. Alla fine dopo tre mesi si guadagna quello che si sarebbe guadagnato in sei mesi dietro una scrivania facendo il lavoro per il quale si è studiato».

Eh, che volete, i giovani non hanno voglia di far niente. Aumentano i posto disponibili e con essi le persone disposte a lavorare in campagna. Da qui, però, si genera il secondo frame deleterio sull’argomento: il lavoro c’è, basta cercarlo! No.

Per capire il motivo di questo apparente paradosso bisogna fronteggiare il cosiddetto modello superfisso. Con questo termine gli economisti descrivono l’idea che l’economia sia immutabile nei fattori riguardanti la produzione e l’occupazione. Lavorerebbero, insomma, sempre i soliti nelle solite aziende che hanno il solito giro. Il mercato, invece, è mutevole distruggendo e generando, di volta in volta, nuove imprese e nuove figure professionali. È quella che si chiama la distruzione creativa del capitalismo: il vecchio tira fino ad incepparsi, si contrae, si rinnova, tira il nuovo. Questa peculiarità porta a due conseguenze. La prima riguarda la relazione con la fase depressiva dell’economia: se il motore non gira il nuovo non avanza. Non a caso, con l’Europa piagata dall’austerità, i risultati sono pessimi sia sul piano occupazionale sia su quello fiscale. La  seconda conseguenza è la disoccupazione di massa. Fino alla rivoluzione industriale la disoccupazione di massa era sconosciuta – eccezion fatta per pezzi consistenti delle élite, tipo il cavaliere senza terra immortalato dal poetame epico – perché il 90% viveva del suo sia esso un podere (quasi tutti) [2] o una bottega. Solo in determinanti periodi, per via dell’espansione del latifondo o del lavoro schiavile, si veniva a creare uno stato di disoccupazione di massa. I fratelli Gracchi, ad esempio, potrebbero dire molte cose sull’argomento.

Considerato quanto scritto finora, si può capire che la disoccupazione non è altro che il saldo fra i posti di lavoro disponibili e le persone interessante a lavorare con la correzione dei posti di lavoro non coperti per questo o per quel motivo. È tutta una questione di punto d’incontro fra la mutevole offerta/domanda dei posti di lavoro e l’altrettanta mutevole offerta/domanda delle imprese. Se un posto di lavoro, come quello dei braccianti agricoli, viene coperto immediatamente è la dimostrazione che di choosy ce ne sono ben pochi. Appena si apre una possibilità subito la si riempie.

Il dominio del modello superfisso delle mente impressionabili spiega come mai non ci si avvede del turnover che avviene nella forza lavoro. Il disoccupato è colui che cerca un posto di lavoro è che non ha lavorato nelle 4 settimane precedenti. Il fatto che lavori 3 mesi sì 3 mesi no poco cambia. Se al momento della rilevazione, e c’è un motivo se la fanno dal trimestre in su,  rientra nei requisiti poc’anzi illustrati entra nella statistica. Viceversa, se si era disoccupato 3 mesi prima ed ora si lavora da un paio di giorni si esce dal novero. Come ho già scritto è una questione di variabilità e quel che conta è il saldo fra i posti disponibili e le persone. Se i posti di lavoro ammontano a 100 unità e le persone disposte a lavorare a 150, il saldo è  sempre 50 quale che sia il grado di choosità. Se non ci fossero choosy a lavorare sarebbero sempre e comunque 100 persone, né una di più né una di meno. La situazione, allora, sarebbe addirittura peggiore visto che ci sarebbe una maggiore quantità di persone in ballo.

Per quanto riguarda i posti di lavoro mancanti che non si riescono a coprire, le stime variano fra le 40.000 e le 100.000 unità. È sufficiente dare un’occhiata al tema per capire che non si tratta  soltanto di mancanza di manodopera ma di manodopera corrispondente alle aspettative. A mancare sono figure qualificate di tipo artigianale – e non venitemi a dire che è meglio fare il call center piuttosto che l’orafo – o manifatturiero. O, meglio, una frazione del totale. Al netto dei numeri, infatti, gli artigiani mancanti arrivano sì e no a 10.000, mentre le commesse desaparecidos, per dare un metro di paragone, sono 5.000. Qualcuno è davvero così coglione da pensare che sia meglio lavorare in un call center piuttosto che come commessa? No, ovvio. Il problema è che non le trovano come dicono loro, che so, tipo questa:

Ciao, ho un fisico da pornostar e, quindi, vado a fare la stagista in un centro commerciale. Logico, no?

Se si comprende questo banale fenomeno, dunque, si può notare che il problema non venga dal lavoretto del mese x o del mese y, ma dal fatto che qualcuno rimane regolarmente escluso dalla giostra per mancanza dei posti di lavoro. In Italia il numero dei disoccupati è ulteriormente aumentato raggiungendo le 2,8 milioni di unità [3] (a cui si devono aggiungere i 3 milioni di inattivi). Se si sottrae al numero la massima stima dei lavori che non vengono coperti arriviamo a 2,7 milioni. Siete davvero convinti che rimangano scoperti un numero uguale di posizioni nei call center, nei fast food e nei rappresentanti porta a porta? Senza contare che non si tratta di un problema tutto italiano dato che nella UE i disoccupati sono 25 milioni [4].

Per la cronaca, il fenomeno è di portata globale. Nel mondo i disoccupati sono 200 milioni e 900 milioni di lavoratori vivono al di sotto la soglia della povertà [5]. Mi chiedo quanti fast food si debba aprire per assorbirli tutti… scherzi a parte si deve registrare la progressiva morte dei posti di lavoro ad opera della produttività e della tecnologia. Chi era a dire che il 20% della popolazione produce il 80% del PIL, Pareto? Ecco, un domani il 20% farà il 100%. Se non siete tecnici informatici o manager, miei cari, benvenuti nell’imminente e venturo mondo dei choosy.

[1] Cfr. http://www.linkiesta.it/giovani-agricoltura-lavoro#ixzz2BLtJ7efx.

[2] Conta anche per i contadini senza terra che lavoravano per un signore. Miserabili, è vero, ma non potevano essere allontanati dal suolo.

[3] Cfr. http://www.corriere.it/economia/12_ottobre_31/disoccupati-record-settembre-istat_b72fcef8-233b-11e2-b95f-a326fc4f655c.shtml.

[4] Cfr. http://www.corriere.net/lavoro-in-europa-25-milioni-di-disoccupati.html.

[5] Cfr. http://www.linkiesta.it/disoccupazione-globale.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 novembre 2012 da in economia con tag , , , .
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