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Il pilastro della società: l’infelicità delle donne

Quando si parla di marmocchi i cattocosi hanno le idee chiare: è colpa della crisi della religione/ delle teorie della sovrappopolazione del secondo dopoguerra/ dell’egoismo delle donne o, nel dubbio, del relativismo che suona sempre bene. Non manca, poi, chi straparla mettendo in relazione il debito pubblico con la crisi della natalità [1]. Prima di procedere direi di fare qualcosa di rivoluzionario: vedere i dati.

Un paio di numeri

Partiamo dal birth rate per ogni 1000 abitanti [2]. Senza sorpresa al fondo della classifica troviamo i paesi europei:

Francia 12,7
UK 12,27
Olanda 10,89
Norvegia 10,8
Svizzera 10,4
Spagna 10,4
Finlandia 10,36
Canada 10,28
Svezia 10,24
Danimarca 10,22
Belgio 10,03
Portogallo 9,76
Grecia 9,08
Italia 9,06
Germania 8,33

Come titolo di riferimento al vertice troviamo il Niger (46,7), seguito dal Mali (46,6) e dall’Uganda (45,8). I paesi dell’ex blocco sovietico non se la cavano meglio: la Russia è al 12,3, l’Ucraina al 9,59, la Bulgaria al 9,2,  la Lituania al 9,34.

Ecco il numero di figli per donna [3]:

Francia 2
Norvegia 2
Svezia 2
Finlandia 1,9
UK 1,9
Danimarca 1,9
Olanda 1,8
Belgio 1,8
Canada 1,7
Svizzera 1,5
Grecia 1,4
Italia 1,4
Germania 1,4
Spagna 1,4
Portogallo 1,3

I paesi occidentali sono penosi e tutti al di sotto della soglia minima di 2,1.  Gli unici che giungono alla soglia fatidica sono gli Stati Uniti (2,1). I paesi dell’Est Europa non sono un’eccezione: la Russia è  a 1,5, l’Ucraina a 1,4, la Lituania a 1,5, la Bulgaria a 1,5. Questi dati dimostrano l’errore di considerare il basso livello di natalità figlio del debito pubblico. La situazione demografica russa è disastrosa ma il debito pubblico è bassissimo dato che supera a malapena il 10%.

Anche la spiegazione che la povertà sia un ostacolo alle nascite si rivela difettosa.  Su scala globale i paesi più poveri registrano una miglior performance (il Niger è a 7,1, il Ruanda al 5,4), mentre su scala europea i paesi dell’Est (più poveri) sono uguali o peggiori a quelli dell’Ovest. Ma è vero che, comunque, i paesi scandinavi sono al vertice della classifica europea grazie al welfare (gli USA grazie all’apporto dell’immigrazione). È da notare, tuttavia, che i paesi scandinavi sono al top anche per quanto riguarda l’occupazione femminile, a dispetto di quelli meridionali [4]:

Svizzera 72,5
Danimarca 71,1
Svezia 70,3
Olanda 69,3
Germania 66,1
Slovenia 62,6
Portogallo 61,1
Francia 59,9
Belgio 56,5
Spagna 52,3
Grecia 48,1
Italia 46,1

L’idea, allora, che l’occupazione femminile danneggi la fecondità nelle società ad economia avanzata è una balla.

Rimane soltanto la spiegazione che la situazione sia dovuta alla crisi religiosa/civiltà/vattelappesca. C’è un solo problema: i dati. Il Giappone (8,39 ; 1,4), la Corea del Sud ( 8,42; 1,2) e Singapore (7,72; 1,2) sono nella stessa situazione e non mi risulta che siano mai stati dei paesi cattocosi. Qual è, dunque, la ragione di questa situazione?

Il valore biologico delle donne

Partiamo con un excursus storico. Nella storia militare le donne sono quasi virtualmente assenti. Non figuravano nelle file dei soldati della falange che conquistò l’Impero Persiano, nelle legioni che conquistarono il mondo allora conosciuto, né fra i conquistadores che abbatterono prima gli Aztechi e poi gli Inca. Al massimo erano le prostitute al seguito delle truppe o giù di lì. Per quale motivo?

No, no e no. I muscoli dove li hai lasciati, carina?

La spiegazione più diffusa è che le donne sono fisicamente più deboli degli uomini. Vero, ma la differenza è meno forte di quanto in genere si pensi. Sì e no, di per sé sarà un 10/20%, al massimo un 30%. Proviamo a guardare i record nel sollevamento pesi femminile e maschile. Le due categorie non sono identiche dato che per gli uomini il peso è di 77 kg, per le donne di 75 [5]. Per lo strappo il record maschile è di 175 kg, per lo slancio di 210 kg. Quello femminile è, rispettivamente, di 135 e 163 kg. In entrambi i casi la differenza è minore del 30%, pur con i maschi leggermente avvantaggiati per la stazza fisica. Se le donne sono più deboli, quindi, è per la preferenza del gentil sesso per i tacchi piuttosto che per la ghisa dei manubri e dei bilancieri.

Non si deve sottovalutare, inoltre, la varietà di dimensioni e stazze femminili. La mia impressione, seppur non suffragata al momento da dati scientifici, è che le donne siano più variabili in peso ed altezza degli uomini. Non so voi, ma gli uomini che conosco, bene o male, rientrano in una fascia piuttosto ristretta. Le donne, invece, oscillano dai 155 cm ai 180 cm. L’unica cosa a variare poco è la scarsa propensione all’allenamento fisico. In ogni caso qui non si parla delle donne in quanto tali, ma di quelle più alte e delle più forti.

Sicuri di batterla a braccio di ferro?

Senza contare la varietà del fenomeno bellico nell’epoca dell’acciaio. Le donne risultano svantaggiate in mischia, ma non hanno problemi ad impugnare un arco o una balestra. In taluni casi, anzi, l’essere piccole e leggere è un vantaggio, come ogni arciere a cavallo può testimoniare. Non c’è bisogno di creare un esercito con le quote rosa, ma di integrare le forze armate esistenti. La legione romana descritta da Polibio, per esempio, era composta da 3.000 fanti (triari, astati e princeps) e 300 cavalieri. In aggiunta vi erano 1.200 velites, truppe leggere con il compito di schermaglia ed esplorazione. Le fanterie leggere di tutti i tempi non combattevano in formazione, ma in ordine sparso. A contare erano la gittata delle armi e l’agilità. Prendi una donna un po’ più alta e robusta della media, dalle un arco e una spada ed il gioco è fatto. Così facendo si può disporre di 1.200 uomini in più da integrare nell’armata (4.000 fanti e 500 cavalieri, più il migliaio di amazzoni). Il rapporto è di 4,5 a 1, se non di 5 a 1, giusto per prendere le più adatte. Insomma, non è che non si poteva, ma che non si voleva.

Biology uber alles

Per capirne il motivo proviamo a guarda la questione da un altro aspetto: gli esseri umani sono una specie bisessuata. Per riprodursi c’è bisogno di entrambi gli elementi, quello femminile e maschile. Il rapporto, però, è asimmetrico. Lo sforzo dell’uomo nel processo si racchiude in 1 minuto e mezzo di passione, mentre quello femminile dura 9 mesi. Le implicazioni di questo rapporto sono così profonde da segnare la civiltà umana. Non ci credete? Bene, prendiamo la popolazione x composta da 100 individui, 50 maschi e 50 femmine. Quanti bambini possiamo avere in un anno? 50, facile. Ecco, ad un certo punto metà della popolazione femminile muore, facendo calare il totale a 25. Quanti bambini, adesso? 25. A parti invertite, invece, con solo 25 uomini? Nulla da segnalare, si possono pur sempre produrre 50 pargoletti. Se si considera, allora, la cosa da una prospettiva puramente riproduttiva gli uomini risultano sacrificabili, le donne no. Ecco spiegato perché le tenevano lontane dai campi di battaglia: era l’unico modo per rimediare ai danni dei caduti e della riduzione della popolazione.

Si badi bene, tuttavia, che quello che sembra un privilegio spesso finisce per essere un obbligo. I gioielli sono tenuti in così grande considerazione che spesso e volentieri non escono mai dalla cassaforte. Le donne non sono un’eccezione e la storia millenaria di oppressione nei loro confronti è tutta legata al loro ruolo nella riproduzione della specie.

E l’emancipazione femminile?

Finita questa cavalcata storica, eccoci ai giorni nostri. Nell’ultimo secolo in una crescente parte del mondo si è assistito all’emancipazione femminile dalla tirannide maschile. Le donne hanno ottenuto i diritti politici, l’istruzione e l’ingresso nel mondo del lavoro (che non sia quello domestico). I risultati di questo processo sono sotto gli occhi di tutti: il prolungarsi dell’infanzia [6], il posticipare dell’istituzione di una coppia stabile (sempre meno stabile, anno dopo anno) e il crollo della natalità. In Giappone le protagoniste di tutto questo sono state definite “shinguru no jidai”, tradotto di solito con “single parassiti” [7].

“Parasaito shinguru” single parassita(dalle parole inglesi parasite e single) è il termine coniato dal sociologo Masahir Yamada e con cui definisce quel gruppo di persone (non solo donne) tra i 20 e i 34 anni che decidono di non sposarsi e continuare a vivere con i genitori in modo da poter spendere il proprio denaro in divertimenti ed essere nel contempo servite. Sposarsi e avere figli significherebbe rinunciare a tutto questo. A questa tendenza, che ha cominciato a svilupparsi verso la metà degli anni ‘80, il sociologo Masahiro Yamada fa ricondurre alcuni effetti negativi per l’ economia giapponese: molta richiesta di beni di lusso ma calo di domanda di beni “duraturi” come abitazioni e beni correlati ad essa (elettrodomestici, mobili, ecc.).

Capito come gira la ruota? Se ti rifiuti di lavare i pannolini sei un parassita. Il che spiega come mai tutte le economie avanzate siano nella stessa situazione e perché anche i pesi dell’Est registrino lo stesso fenomeno. Il comunismo operò anche in un’ottica di emancipazione femminile. Per questo motivo i paesi più poveri al di fuori dell’Europa (privi di aneliti di libertà: l’Iran è messo male, per dirne una, perché le donne cercano di liberarsi) registrano una maggiore maternità: sono società primitive di tipo tradizionale e le donne sono ridotte a scrofe da monta.

Quando Camillo Langone scriveva [8]:

Ebbene, gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che «le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze». E il ministro conservatore inglese David Willets, ha avuto il coraggio di far notare che «più istruzione superiore femminile» si traduce in «meno famiglie e meno figli». Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me.

Aveva ragione.

Da più parti si levano grida d’allarme ed inni alla bellezza della maternità, ma in genere non si vede un fatto banale: la situazione è frutto di una scelta. Sono le donne che, dopo millenni di oppressione, hanno scelto di studiare, lavorare e rimandare (in ogni casi confinandola a pochi pargoli) la maternità. Sono le donne che hanno scelto di mettere il tailleur da donne in carriera al posto del grembiulino della perfetta mammina (dei figli e del marito). Ricapitoliamo:

_ le donne sono essenziali per la riproduzione della specie e per questo motivo sono state, in genere, confinate nel gineceo;

_ appena hanno avuto la possibilità di scelta hanno adottato una fuga di massa dalle mura domestiche;

_ la natalità è crollata e la società stanno in piedi solo grazie al surplus demografico delle società di tipo tradizionale.

Il problema è che il mondo si sta muovendo verso la modernità di stampo occidentale, volente e nolente. Al giorno d’oggi abbiamo ancora società di tipo pre moderno, ma un domani non potrebbero esservene più. Che si farà?

Una possibile soluzione al problema potrebbe arrivare dalla tecnologia. Si potrebbe eliminare la vecchiaia e la morte e, di conseguenza, la bassa natalità sarebbe l’ideale per evitare la sovrappopolazione. O, ancora, si potrebbe creare una sorta d’utero artificiale per svincolare la maternità non solo dal sesso ma persino dalle donne. Questo lascerebbe le donne libere di fare lo shopping, un po’ come le single giapponesi, ma presenterebbe un bel rischio. Come l’economia insegna, la concorrenza favorisce il consumatore e non chi vive di rendita. Se un domani dovessero comparire le ginoidi come amanti e come madri le donne finirebbero fuori mercato nell’arco di un paio di mesi [4]. Vogliamo scommettere? Un rischio che una borsa firmata non vale, direi.

Ho un circuito al posto del cuore. E’ un problema?

Sia come sia, se le tecnologia non fosse in grado di porre rimedio alla situazione e la situazione dovesse degenerare si potrebbe imporre una soluzione autoritaria con l’imposizione dei tradizionali stili di vita. La civiltà umana, in definitiva, per funzionare deve arrecare dolore e sofferenza a più della metà della propria popolazione. Più che la forza dei muscoli e l’acume della mente sono le lacrime delle donne a far girare la macchina.

[1] Cfr. http://www.michelmartone.org/le-famiglie-si-allungano-mentre-il-paese-rattrappisce-593.html.

[2] Cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2054rank.html.

[3] Cfr. http://data.worldbank.org/indicator/SP.DYN.TFRT.IN/countries.

[4] Cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php?title=File:Employment_rates_for_selected_population_groups,_2000-2010_(%25).png&filetimestamp=20111117143031.

[5] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_world_records_in_Olympic_weightlifting e http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_world_records_in_Olympic_weightlifting.

[6] A 15 anni oggi sei una fanciulla, ieri eri una madre. A 30 una nonna…

[7] Cfr. http://guide.supereva.it/single/interventi/2005/04/205540.shtml.

[8] Cfr. http://www.dirittodicritica.com/2011/12/01/camillo-langone-donne-30927/

[9] Per i maschi i rischi sono minori. Noi sappiamo cosa vogliamo, loro no.

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3 commenti su “Il pilastro della società: l’infelicità delle donne

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Questa voce è stata pubblicata il 20 novembre 2012 da in società con tag , , .
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