Charly's blog

Il numero chiuso all’Università, no. Davvero, no.

Il sociologo americano W. Thomas coniò un celebre teorema (per lo meno fra noi cultori delle scienze sociali) che così recita:

Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze.

Il bel paese offre una splendida applicazione di questa massima. In Italia, infatti, persiste e resiste l’idea erronea che la disoccupazione sia formata in buona parte da laureati schizzinosi e poco propensi a cercare lavoro fra i milioni, anzi i miliardi, di posizioni lavorative presenti nell’artigianato. Su questo blog abbiamo avuto modo di vedere N volte la sciocchezza di questa favola ed oggi vorrei occuparmi di un’altra idea strampalata ad essa collegata. Se ci sono tanti laureati a spasso, perché non mettere il numero chiuso mettendo quest’ultimo in relazione alle posizioni lavorative disponibili nel mondo del lavoro?

Allora, tanto per cominciare vediamo il tasso di disoccupazione in relazione al titolo di studio. Stando ai dati Istat [1], la situazione al terzo trimestre 2012 è la seguente:

licenza elementare/ nessun titolo 14,7%
licenza media 12,0%
diploma 9,0%
laurea/ post-laurea 6,6%%

Come si può notare con il decrescere del titolo di studio cresce il tasso di disoccupazione. Come si può leggere qui, inoltre, dopo un’iniziale gap di partenza che vede i diplomati in vantaggio, i laureati recuperano terreno:

UN MILIONE DI DISOCCUPATI UNDER 35. Nel 2011, infatti, il tasso di disoccupazione tra i 25 e i 29 anni raggiunge per i laureati il 16%, un livello superiore sia a quanto registrato dai diplomati nella stessa fascia d’età (12,6%) sia alla media dei 25-29enni (14,4%). Tuttavia con l’avanzare dell’età chi è in possesso di un titolo accademico recupera il terreno perso a confronto con i diplomati a causa del ritardo dell’entrata sul mercato. Quindi se si guarda in generale alla disoccupazione per titolo di studio, per il 2011 si conferma il vantaggio relativo ai laureati, che presentano il tasso di disoccupazione più basso (5,4%, in calo di tre decimi di punto rispetto 2010). per coloro che si sono fermati al diploma il tasso complessivo è invece al 7,8% (10,4% per la licenza di scuola media inferiore e 11,6% per licenza elementare/senza titolo).

Da questo pezzo si trae un’altra informazione di sicuro interesse: i disoccupati under 35 sono un milione. Visto che il totale dei disoccupati è pari 2,9 milioni, se può ricavare che gli over 35 a spasso sono il doppio degli under 35. Non è solo un errore, quindi, focalizzarsi sul tasso di disoccupazione dei laureati, ma anche su quello giovanile dato che è solo una frazione minoritaria del totale.

Sia come sia, il minore tasso di occupazione dei laureati italiani rispetto a quello dei loro omologhi europei è dovuto all’arretratezza del sistema economico italiano e del nanismo delle sue imprese. Tant’è che i laureati italiani sono inferiori per numero a quelli francesi, tedeschi, inglesi, eccetera.

Al di là di questo, inoltre, non è tecnicamente fattibile mettere in relazione le immatricolazioni con le previsioni della domanda delle posizioni lavorative. Il ciclo economico, infatti, è tutto fuorché prevedibile come testimoniano i continui aggiustamenti del tasso di crescita del PIL o del debito pubblico. D’altronde, com’è noto, il main-stream accademico non si è dimostrato in grado di prevedere la crisi del 2008. Non è proprio prevedibile il numero delle figure lavorative mancanti in determinati settori per via della sostanziale impossibilità di prevedere il futuro. In caso di errori o di imprevedibili innovazioni tecnologiche – e Popper prendeva per i fondelli lo storicismo per via dell’impossibilità di prevedere le innovazioni tecnologiche – ci si potrebbe trovare uno scarto di decine di migliaia di persone, se non di più.

Non si vede, inoltre, perché non si debba fare lo stesso con i diplomati o le persone dotate di un titolo di studio minore dato che costituiscono il 98% dei disoccupati. Senza contare che la disoccupazione di massa è figlia della progressiva scomparsa dei posti di lavoro dovuti al diffondersi dell’automazione. Abbiamo, in pratica, più persone che posti di lavoro. Che facciamo? Il numero chiuso delle nascite? E le persone in avanzo? Via nelle discariche?

E non è finita qui. Il numero delle immatricolazioni non è identico a quello dei laureati per via delle persone che abbandonano gli studi. Prevedo che mi servono 100 medici, ne immatricolo 100 ma poi si laureano in 95 [2]. Che si fa? È altrettanto complicato, inoltre, stabilire lo sbocco lavorativo di determinate figure lavorative. Chi si laurea in giurisprudenza deve per forza fare l’avvocato? E chi l’ha stabilito? Nulla vieta una carriera nelle forze dell’ordine o nella polizia municipale. O, ancora, nulla vieta che un laureato o chi per lui s’inventi il lavoro diventando un imprenditore. Qualcuno è in grado di prevedere le nuove forme di lavoro imprenditoriali? Santo Popper, volgi il tuo sguardo benevolo su di noi.

Altri argomenti spesso tirati in ballo senza una ragione sono quelli di chi sostiene che il numero degli studenti sia eccessivo se si considera le capacità delle infrastrutture universitarie, o che grazie al numero chiuso si possa fare una migliore selezione degli studenti. Ma nel primo caso sarebbe come dire che siccome abbiamo più malati che posti letto negli ospedali tanto vale buttarli in mezzo ad una strada (costruire più ospedali, no, eh?); nel secondo caso si vuole ignorare che la selezione viene creata a monte o a valle tramite la bocciatura. Esattamente come le offerte di lavoro che richiedono esperienza pluriennale per accedere ad uno stage, anche qui è poco più di pigrizia. Arrivati fin qui c’è poco o nulla da aggiungere se non che il teorema di Thomas aleggia su di noi. Ed è terribilmente insidioso da sconfiggere.

[1] Ho utilizzato il database on-line che può essere trovato qui http://dati.istat.it/Index.aspx.
[2] In molti paesi europei, fra cui l’Italia, si registra una carenza di figure mediche proprio per via del numero chiuso.

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8 commenti su “Il numero chiuso all’Università, no. Davvero, no.

    • Charly
      6 febbraio 2014

      Di per sé è una logica difesa del proprio interesse, un po’ come i notai, ma in generale il numero chiuso non ha motivo di esistere. Il che è particolarmente vero in ambito medico dove il personale è carente (non solo in Italia). La cosa, però, non è da confondere con limiti di bilancio/borse di studio/infrastrutture dato che tutta la P.A. è sotto finanziata e sotto organico. Se si teme una pletora di medici o laureati nel settore x basta mettere un numero minimo di crediti da raggiungere per anno, chessò tipo 40 su 60, e eliminare chi non raggiunge la soglia. Direi che è meglio far fuori chi non riesce a seguire il corso di studio piuttosto che farli fuori prima con la lotteria del numero chiuso. In ogni caso le borse di specializzazione vengono ben dopo rispetto agli anni di studio in facoltà…

      • Connacht
        6 febbraio 2014

        Comunque ne stiamo discutendo su Italia unita per la Scienza su fb, magari ti interessa buttarci uno sguardo.

      • Charly
        6 febbraio 2014

        Sguardo buttato. Rimango dell’idea che sarebbe più opportuno selezionare durante il corso tramite obiettivi minimi (crediti, media) e non prima. Poi boh, mi sa che medicina rimarrà a numero chiuso.

      • Connacht
        6 febbraio 2014

        Esame propedeutico in krypteia.

      • Charly
        7 febbraio 2014

        Se lo dici a un medico è probabile che ti risponda con Krypton…

      • Connacht
        7 febbraio 2014

        E allora gli replicherò con l’agoge.

      • Charly
        7 febbraio 2014

        🙂

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 dicembre 2012 da in economia con tag , , , .
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