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Ma i lavoratori della Volkswagen, signora mia

Uno dei punti deboli delle teorie del complotto è l’idea che le informazioni debbano essere tenute nascoste alle masse, pena il fallimento dell’operazione. Una simile posizione nasconde un presuntuoso ottimismo sulle capacità cognitive delle masse. Sfortunatamente, le masse non cercano le informazioni e se per puro caso ne trovano una si voltano, semplicemente, dall’altra parte.
Un bell’esempio di questa idiozia di massa viene dal mito del lavoratore tedesco che, dall’altro della sua teutonica produttività, naviga nell’oro con miliardi e miliardi di euro sul conto in banca. Il simbolo di quest’idea è il lavoratore della Volkswagen con il suo bel stipendio pari al doppio dell’omonimo della Fiat [1]. Il problemino è che la forza lavoro della Germania supera le 40 milioni di unità e mi sembra francamente difficile che ogni tedesco abile al lavoro sia messo a costruire automobili. In effetti si è già parlato a più riprese dei minijobs, i 7,2 milioni e passa di persone che campano con 400 euro al mese, ma grazie all’Eurostat possiamo fornire ancora più dati [2]. Ecco a voi le percentuali dei low-wage earners:

Germania 22,2%
UK 22,1%
Norvegia 16,6%
Austria 15%
Spagna 14,7%
Italia 12,4%
Danimarca 7,7%
Francia 6,1%
Svezia 2,5%

Per trovare paesi messi peggio bisogna guardare all’Est, come in Estonia (23,8%) o in Lituania (27,2%). Con l’eccezione della Bulgaria, tra l’altro, sono sempre le donne a guadagnare di meno. Spulciando con i dati, viene fuori che a contare è anche il titolo di studio. Le percentuali, infatti, variano in relazione al livello conseguito. Questa è la Germania:

basso: 54,6%
medio: 19,1%
alto: 2,1%

Ecco l’Italia:

basso: 20,9%
media: 8,5%
alto: 2,6%

A livello contrattuale la durata limitata del contratto comporta uno stipendio minore. Nella Crande Cermania, ad esempio, il 38% dei contratti a termine comporta uno stipendio da fame, al netto delle balle degli spaghetti liberisti sulla bellezza della flessibilità.
Questi dati confermano, ancora una volta, la simpatica strategia di compressione salariale messa in atto dai tedeschi e non solo. Volgiamo lo sguardo alla struttura demografica del paese teutonico, caratterizzato da un’età media di 45,3 anni [3]:

0-14 anni: 13,3%
15-64 anni: 66,1%
Over 65: 20,6%

Il tasso di fertilità femminile è pari a 1,41 marmocchio per vagina e non credo ci sia la necessità di ricordarvi che il tasso per mantenere stabile una popolazione sia pari a 2,1. In Germania, inoltre, si può accedere alla pensione a 65 anni se nati prima del 01/01/1947, a 67 anni per gli altri [4]. L’effetto di tutti questi elementi? Uno: la Germania è una mina vagante è sarà presto vittima di un’implosione demografica, salvo immigrazione selvaggia con relative conseguenze del caso. Nulla di nuovo, dato che lo stesso trend si registra anche negli altri paesi della UE, chi più chi meno.
I tedeschi, però, non paghi hanno pensato di aggravare ulteriormente la situazione grazie alla geniale riforma del lavoro di matrice teutonica. I 7 milioni di sottopagati in rapido aumento riescono a tirare avanti grazie a scampoli di welfare, ma un giorno saranno anziani a loro volta. Come faranno a vivere ricevendo una pensione da miseria? Lo stesso problema si presenterà anche in Italia grazie al connubio precariato/riforma contributiva delle pensioni.
Arrivati a questo punto, in genere, il laureato medio sghignazza pensando di essersela sfangata. D’altronde sono i titoli di studio, a grandi linee, a garantire un trattamento retributivo differente, no? Quando si dice non vedere oltre il proprio naso…
Il sistema capitalista è un sistema competitivo e come in ogni sistema competitivo c’è chi vince e c’è chi perde. Nel caso dell’economia, parliamo dell’insieme delle attività volte alla sussistenza, più prosaicamente di quel che si mangia. La progressiva riduzione del welfare farà sì che la società europea tornerà ad essere quella della seconda metà del 19° secolo con le sue amene divisioni di classe. Nel caso specifico, si verrebbe a formare una classe elitaria su scala globale, contrapposta a masse sconfinate di proletari.
È poco credibile, tuttavia, che una simile massa di diseredati prossimi alla fame non comporti qualche lieve effetto sul tessuto politico-sociale, specie se possono ricorrere al diritto di voto. Già in questi anni si può osservare l’operato della cosiddetta neo-destra, o se preferite il gergo del piddino con la Repubblica sotto il braccio, i movimenti populistici di protesta. Se si osserva con attenzione quei bacini elettorali, tuttavia, si potrà notare che risultano essere i perdenti della globalizzazione: piccoli professionisti, piccoli imprenditori, operai, caduti per mano della concorrenza imprenditoriale o lavorativa (immigrazione). Con l’estendersi del processo e relativa scomparsa del welfare in un nome di un darwinismo sociale esteso su scala globale, le differenze aumenteranno ulteriormente, senza contare che il giochino della competizione è palesemente truccato a favore di chi detiene i privilegi (migliore istruzione, legami deboli disponibili – conoscenze -, capitale). Il risultato finale sarà un plebiscito per quelle forze politiche che promettono di cambiare la situazione, un po’ come fecero i disoccupati tedeschi per il Partito Nazista (altro che inflazione). Non per dire, ma i fratelli Gracco erano aristocratici interessati a salvare l’oligarchia senatoria spacciata per repubblica, non marxisti ante litteram. Come finì lo sappiamo tutti, con l’avvento dei signori della guerra prima e poi del Principiato, con relativa perdita di potere del Senato.
Il caso tedesco, per concludere, si configura come l’ultimo canto del cigno. Fino ai primi anni 2000 la Germania era la grande malata d’Europa, dal 2007 si è ripresa sfruttando la concorrenza sleale nei confronti dei paesi partner europei, ma, alla fine, pagherà il conto. Gli anziani tedeschi costretti ad emigrare in cerca di un minore costo della vita [5] sono il segno premonitore del futuro teutonico nonché sogno erotico di ogni spaghetto liberista che si rispetti: sradicamento dal luogo natio, lontananza dagli affetti, straniero in terra straniera, milioni di persone in movimento dietro ai capricci dell’economia. Contenti voi, contenti tutti.

[1] Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/volkswagen-utili-e-lavoro-altro-che-marchionne/198251/.
[2] Cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home/. Il documento si chiama One out six employess in the EU27 was a low-wage earner in 2010, pubblicato il 20/12/2012.
[3] Cfr. http://www.indexmundi.com/germany/#Demographics.
[4] Cfr. http://www.linkiesta.it/pensioni.
[5] Cfr. http://www.lettera43.it/cronaca/germania-gli-anziani-emigrano-all-estero_4367577935.htm.

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Un commento su “Ma i lavoratori della Volkswagen, signora mia

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Questa voce è stata pubblicata il 29 dicembre 2012 da in economia con tag , , , .
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