Charly's blog

Days of future past

Un mio amico transfugo da un paio d’anni mi chiede lumi sulla situazione italiana in vista di un suo eventuale ritorno nel belpaese. Una simile richiesta sottende una mancata lettura del mio blog, dato che mi sono occupato a più riprese dell’economia italiana, ma lo perdono. In fin dei conti se sei stato dall’altro parte del mondo posso anche comprendere il terribile peccato di non leggere quanto scrivo, anzi, sono così buono da anticipare alcune idee espresse nel libro in cerca di un editore che sverna nel mio pc.
Allora, partiamo dalla domanda di base: quanto ha fatto il cavaliere solitario Monti? Il montiano doc non fa che ripetere che il Professore (Monti, non Prodi) abbia ridato credibilità all’Italia. Capirai, dopo Silvio anche Topo Gigio sarebbe stato un signor statista. Al di là di questo, di essere credibile nei confronti delle altre nazioni a me non me ne cala manco un po’; per quanto riguarda gli investitori esteri, dubito seriamente che la scelta di un investimento in un paese passi dall’editoriale del New York Times di turno. Con tutta probabilità si dovrebbero effettuare indagini più approfondite, che dite? In ogni caso vorrei ricordare che gli investimenti esteri sono dei debiti che si dovranno ripagare. La massima “bisogna ridurre il debito pubblico per attirare gli investimenti privati”, infatti, la si dovrebbe leggere così: “bisogna tagliare le risorse alla sanità ed all’istruzione per contrarre debiti ad interesse con qualche milionario estero” [1].
Passiamo agli indicatori economici. Pasticciando con il database dell’Istat, dell’Eurostat e della Banca d’Italia, viene fuori che nel 2011 il debito pubblico ammontava a 1.794.416,9 milioni di euro, pari al 120% del PIL, mentre nel 2012 ha superato i due miliardi con un rapporto PIL pari al 128% o giù di lì, nonché in predicato di raggiungere il 130%. Questo grafico preso da Chicago blog rende bene l’idea [2]:

Debito-storico-Italia

La crescita del PIL non ha registrato un trend migliore, anzi. Ecco la stima preliminare da parte dell’Istat [3]:

Nel terzo trimestre del 2012 il prodotto interno lordo (PIL), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2005, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, diminuisce dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% nei confronti del terzo trimestre del 2011 (lo stesso valore registrato nel secondo trimestre).
Il calo congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di un leggero aumento in quello dell’industria. Il terzo trimestre del 2012 ha avuto due giornate lavorative in più del trimestre precedente e una giornata lavorativa in meno rispetto al terzo trimestre del 2011.
Nello stesso periodo il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti e dell’1,0% nel Regno Unito, mentre è diminuito dello 0,9% in Giappone. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti e dello 0,2% in Giappone. Nel Regno Unito il Pil ha segnato una variazione tendenziale nulla.
La crescita acquisita per il 2012 è pari a -2,0%

Il fisco, invece, non accenna a calare [4]:

[…] il valore della pressione fiscale nei primi nove mesi del 2012 è quindi pari al 41,3% (era il 39,8% nello stesso periodo dell’anno precedente), mentre nel solo terzo trimestre 2012 la pressione fiscale è stata pari al 42,6% (era il 40,6% nel corrispondente trimestre del 2011).

Altro dato in aumento è quello della disoccupazione. Ecco a voi il numero di persone in cerca occupazione espressi in migliaia nel 2012 divisi per trimestre:

2562
2706
2730

Un trend in crescita, non c’è che dire. Ecco a voi quello del 2011:

1994
1993
2147
2337

L’operato di Monti risulta fortemente negativo e senza scusanti di sorta. Il fatto che siamo in mezzo ad una crasi globale non c’entra un fico secco dato che il Governo Monti ha effettuato politiche sbagliate, seguendo le sciocchezze dell’austerity. Come si è già avuto modo di vedere a più riprese, la crisi della UE è una crisi sistemica dovuta al divario competitivo fra paesi ed alla mancata integrazione di svariati aspetti socio-economici (welfare, sanità, istruzione, trasferimenti monetari). Il debito pubblico dei paesi periferici non ha rilevanza alcuna. Questa sciocca credenza ha portato, invece, diversi paesi ad adottare politiche di tipo recessive con conseguente peggioramento dei conti pubblici e della performance economica. Gli ultrà di queste politiche non fanno che additare la crescita del debito pubblico senza rendersi conto che è il risultato delle loro politiche.
La riprova che Monti sia una variabile trascurabile viene proprio dall’andamento dello Spread. Con Monti disarcionato e Berlusconi (ancora) in campo lo spread dovrebbe essere a mille, no? No, è al minimo da un anno a questa parte [5]. Come si può notare da un qualunque grafico sull’argomento, lo spread si è prima stabilizzato e per poi calare da settembre. Il motivo? La politica di Draghi volta a mettere in campo “misure illimitate” per mantenere l’area Euro. I mercati hanno letto la manovra come la disponibilità della BCE all’acquisto dei titoli di debito dei paesi membri. Il piano, in realtà, è poco più di un bluff ma ai mercati, a quanto pare, va bene così. L’aumento dello spread era dettato dal timore della fuoriuscita dei paesi periferici dall’euro, non dalla presunta mancanza di volontà riformatrice. Tant’é che la Francia si avvantaggia di tassi d’interesse molto bassi per il proprio debito pubblico, a dispetto delle politiche transalpine decisamente poco market friendly. Per questo motivo non si vede proprio in che cosa le elezioni del 2013 debbano essere epocali, eccezionali e straordinarie.
In più il Governo Monti ha latitato sul piano riformatore su differenti aspetti: burocrazia, fisco, tessuto economico, struttura istituzionale, mentre dove è intervenuto si è caratterizzato per tagli e sforbiciate (scuola e sanità).
Moriremo tutti, allora, per via della mancata competitività nell’agone globale? Mille e non più mille! No. Tanto per cominciare la globalizzazione influenza soltanto una parte minoritaria del sistema economico, circa il 10/15%. In Italia, tanto per dirne una, ci sono più di 3 milioni di dipendenti pubblici che non vengono minimamente perturbati dal cinese furente. Se non siete soddisfatti della giustizia italiana che fate, andate a Pechino? Anche nel settore privato la musica non cambia. Se non vi piace il giornalaio sotto casa andate a New Delhi? No e così via. Per gli occupati nella grande distribuzione, tipo IKEA o Bricoman, non cambia nulla se quello che vendono è fabbricato in Cina od a Busto Arsizio e lo stesso vale per chi lavora nei ristoranti. I piatti sono fatti in Cina? Embé?
L’unico settore a sentire fortemente la concorrenza è quello manifatturiero e neppure qui la regola vale per tutti. Ci sono pur sempre svariati settori che ingranano e pure bene. In ogni caso poco male, il contribuito dell’industria al PIL non giunge neppure al 25%, contro il più del 70% dei servizi. D’altronde, il settore dei servizi dà lavoro a 16 milioni di persone. Il problema, allora, è che la lenta e progressiva deindustrializzazione del paese causa disoccupati nel settore manifatturiero che vanno ad impattare nei servizi: più disoccupati- meno cene nei ristoranti/meno acquisti.
Senza contare, inoltre, che molti elementi che migliorano la competitività di un paese sono figli della politica interna. Come il report della Forum Economico Mondiale insegna [6], The Global Competitiveness Report 2012-2013, la competitività passa tramite l’efficienza delle istituzioni (leggi, fisco), delle infrastrutture, dei mercati, dell’apertura nei confronti della tecnologia.
Ecco la top 10:

Svizzera
Singapore
Finlandia
Svezia
Olanda
Germania
Stati Uniti
UK
Hong Kong
Giappone

Non per dire, ma parliamo di elementi figli dell’operato politico. Se il diritto italiano è un guazzabuglio spesso disatteso non è di certo colpa del cinese, no? Questa situazione ha il lato positivo che è facilmente risolvibile tramite un’accorta azione riformatrice, quello negativo che se non lo si è fatto finora… Il problema è che la mala politica nasce da una mala cittadinanza. La politica si forma dall’istanze dal basso e dalla costante interazione fra i politici e gli elettori. Se il cittadino capisce poco o nulla a sua volta indirizzerà la politica nella direzione dell’incompetenza e della stupidità. Al riguardo basta ascoltare le sciocchezze propalate dal pubblico nei vari talk show televisivi.
Spesso si sente dire che la UE ci salverà e che non c’è spazio per i nani in un mondo globalizzato. Il mito del vincolo esterno per obbligare gli italiani a tirare dritto è decisamente amato dalla sinistra italiana, ma è una stupidata. Tanto per cominciare, se così fosse si dovrebbe abolire la democrazia o, meglio, invalidare le elezioni se non consegnano la maggioranza ai partiti di sinistra. In più una simile idea denota una forte ignoranza di tipo economico. Abbiamo già visto che alcuni dei paesi più competitivi al mondo sono piccoli e lo stesso vale per i paesi con il reddito pro capita più elevato [7]. Paesi quali il Lussemburgo, la Svizzera, Singapore non dovrebbero morire di fame? Il confine lombardo, com’è noto, è pattugliato dai militanti delle Lega Nord pronti a sparare allo svizzero che scappa dalla miseria e dalla morte, nevvero? Mi si dovrebbe spiegare, allora, per quale motivo un paese piccolo sia destinato a soccombere nei confronti di quelli più grandi. Un mondo globalizzato non è altro che un unico mercato, un unico sistema produttivo con le relative dinamiche organizzative. Nulla vieta ad un paese piccolo ma furbo di scavarsi la propria nicchia nei settori ad alto rendimento.
Più pericoloso, invece, la tanto agognata crescente integrazione della UE. Come scrisse nel 1961 Robert Mundell [8], un’area valutaria monetaria deve presentare i requisiti di perfetta flessibilità di prezzi e salari, e perfetta mobilità dei fattori di produzione. Nel caso pratico della UE, quando paesi così diversi si mettono assieme (senza alcuna motivazione economica, tant’è che la UE è un “sogno politico”), in caso di magagne i lavoratori delle aree con maggiori difficoltà devono accettare di farsi tagliare lo stipendio od emigrare in cerca di lavoro. Per questo motivo da più parti si sente ribadire la necessità di una maggiore integrazione che tradotto in soldoni vuol dire:

1_ Governo centrale a Bruxelles;
2_ uniformazione del diritto, del welfare in tutte le sue forme (sanità, scuola, previdenza);
3_ libera circolazione di merci, manodopera e finanza;

il punto 3 è il più dolente perché non tiene conto delle differenze linguistiche e culturali sedimentate nella millenaria storia europea. In piccolo lo stesso fenomeno è successo nell’Italia post 1861. Il risultato è sotto gli occhi di tutti…
Tirando le somme, l’Italia non è affatto messa bene per cause proprie (cittadinanza disfunzionale, Governo penoso) e vincoli esterni (il nascente super Stato UE), la globalizzazione conta relativamente poco ed il futuro si prospetta plumbeo. Ma, attenzione: una crisi sistemica non è mai totale. Con l’estinzione dei dinosauri non finì la vita sulla terra, anzi. Squali e serpenti sopravvissero, mentre i mammiferi ascesero al dominio dell’universo della Terra. Nel prossimo futuro abbiamo più aspetti che si incroceranno fra loro a determinare la forza lavoro:

_ concorrenza dei paesi emergenti
_ concorrenza della tecnologia

Il primo aspetto danneggia l’operaio, il secondo becca nel mucchio. Lo sviluppo dell’elettronica, per dire, ha infierito sui lavori collegati alla vidimazione od all’emissione dei biglietti. Pensate agli effetti che potrebbe avere il diffondersi della posta telematica fino a soppiantare quella cartacea. Che lavoro potrebbe mai trovare chi, semplice diplomato, ha lavorato allo sportello per 30 anni? A cavarsela, allora, saranno profili tecnici per il mondo del futuro sempre più tecnologico, quelli gestionali perché l’operaio cinese non dirige il supermercato dietro casa vostra, nonché quelli a servizio delle persone sia esso sanitario od altro (cameriere, parrucchiere). È giusto quello che sta succedendo in Germania, dove a fronte di profili altamente qualificati e decisamente ben retribuiti abbiamo milioni di poveracci sottopagati impiegati in lavori a bassa qualfiica.
In conclusione, ognuno di noi dovrebbe chiedersi in che categoria lavorativa rientra. Si è in competizione con i cinesi, con le macchine? In armonia con i propri interessi, poi, si dovrebbe agire cercando di ridurre questi rischi potenziali.

[1] Anche il debito pubblico è ad interessi? Vero, ma cosa lo vieta di piazzare i titoli ai cittadini od alla propria banca centrale? Tranne il dogma dell’austriaco austerico/isterico di turno, ovviamente.
[2] Cfr. http://www.chicago-blog.it/2012/11/29/per-locse-debitopil-oltre-il-130-come-nel-1919/.
[3] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/74443.
[4] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/79134.
[] Si può seguire l’andamento a questo link http://finanza-mercati.ilsole24ore.com/reddito-fisso-e-tassi/pagine/dettagliospread/main.php?refresh_ce.
[6] Cfr. http://www.weforum.org/issues/global-competitiveness.
[7] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_GDP_(PPP)_per_capita.
[8] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Mundell. Cfr. A. Bagnai, Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur editore, Reggio Emilia 2012, p. 11.

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2 commenti su “Days of future past

  1. Fede
    10 gennaio 2013

    Grazie! Utile. Mi hai chiarito parecchi punti… Penso comunque di tornare, se non in Italia almeno nella zona euro per motivi di visto.

    • Charly
      10 gennaio 2013

      Figurati.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 gennaio 2013 da in economia con tag , , , .
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