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Salviamo le università. Chiudiamole!

Gli italiani sono un popolo passionale, si sa, e fra tutte sono due le passioni ad ottenere una posizione predominante: giocare a fare l’allenatore nazionale di calcio e tentare di riformare il sistema scolastico. Scrivo tentare per il semplice motivo che, a dispetto di riforme e controriforme, di fatto l’impianto scolastico è rimasto invariato dai tempi della Riforma Gentile, la più fascista delle riforme. Il filosofo in camicia nera pensò bene di utilizzare l’istruzione secondaria superiore come una forma di classismo sociale. Gli alpha e gli alpha plus avrebbero dovuto frequentare il liceo e da lì l’università. Ai beta toccava l’istituto tecnico, ai gamma quello professionale. Al giorno d’oggi a cambiare è solo il fatto che, in genere, al professionale approdano i falliti del sistema scolastico.

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Visto che il sistema scolastico è, nel suo complesso, fortemente disfunzionale non mancano svariate idee per riformarle. Gli spaghetti liberisti di solito propongono l’idea di abolire il valore legale del titolo di studio in modo da mettere in concorrenza fra loro gli atenei. Peccato che, come abbiamo già avuto modo di vedere, la competizione porti a risultati diseguali. Un sistema competitivo non porterebbe ad un miglioramento dell’istruzione nel complesso, anzi. Chi accede ad un’università d’élite otterrebbe dei benefici, tutti gli altri no visto che si ritroverebbero a frequentare istituti declassati. Il valore legale del titolo di studio, inoltre, non è di certo la causa delle difficoltà di accesso al mondo del lavoro dei neo laureati. Il problema è la struttura arretrata del sistema economico italiano basato com’è su aziendine a condizione familiare, prive di risorse e di management.
All’opposto di questa visione abbiamo chi sostiene l’universalità del diritto allo studio, puntando l’indice, piuttosto, sulle carenze infrastrutturali e l’assenza di una rete di sostegno allo studio (borse di studio, campus). Si ricorda, in più, il basso numero dei laureati italiani se confrontati con quello europeo, nonché la struttura di classe che predetermina ancora il futuro scolastico dei pargoli.
Che dire? Sul piano lavorativo molte facoltà (lettere e filosofia, scienze politiche, economia, a volte giurisprudenza) non hanno un effettivo impatto dato che le stesse mansioni potrebbero essere ricoperte dai diplomati. Tant’è che in molti annunci non destinati specificamente ai job placement delle varie facoltà si ricercano laureati o diplomati. Il secondo, e decisamente più rilevante aspetto, è il principio del “una testa un voto”. Non importa la formazione scolastica od il background sociale, in democrazia un voto vale un voto, né più né meno. Un sistema scolastico d’eccellenza comporterebbe una situazione caratterizzata da un genio, due ottimi, tre buoni, quattro discreti e novanta asini. Una scuola di massa non può che essere mediocre per l’ovvio motivo che è di massa; una scuola d’eccellenza non può essere di massa per l’ovvio motivo che è d’eccellenza. Sfortunatamente la democrazia richiede un livello diffuso di “più che sufficiente”, non geni.
Ne consegue che una riforma scolastica è sì necessaria, ma ben prima del livello universitario. Un cittadino dovrebbe ricevere una formazione necessaria a partecipare al dibattito politico con un minimo di cognizione e, di conseguenza, dovrebbe studiare le materie di dibattito pubblico: economia, sociologia, psicologia, scienze politiche, diritto. Sotto quest’ottica la scuola italiana è fortemente deficitaria. Non solo si ignorano questi elementi nell’educazione secondaria di secondo grado [1], ma lo stesso si può dire in molte facoltà universitarie. A medicina, al politecnico o a MFN queste cose non si filano manco di striscio. L’aspetto più divertente è che chi esce da quelle facoltà si rivela particolarmente ottuso in sede di dibattito politico per l’ovvio motivo che sono totalmente a digiuno anche delle minime e basilari nozioni. Il semplice diplomato, invece, non avendo studiato le materie necessarie spesso ascolta quel che viene detto loro, mentre l’ingegnere non lo fa. Si considera un tuo pari per via della laurea e pensa bene di illustrare a tutti la sua particolare visione della società. Purtroppo per lui non è neppure in grado di comprendere le pirlate che dice. Di medicina ne so ben poco, ma almeno riesco a trovare l’errore nella frase “il cuore è sede delle facoltà cognitive, il cervello è un muscolo che pompa sangue”. In ambito socioeconomico, sfortunatamente, molte persone non raggiungono neppure questo livello minimo. E devo ammettere che, poi, perdo la pazienza… ma prima o poi scriverò uno stupidario dedicato all’argomento.
Considerato quanto detto finora, l’università dovrebbe assumere un duplice aspetto: professionale per quei campi che non possono essere coperti con un livello d’istruzione inferiore (ad esempio medicina, ingegneria, giurisprudenza, psicologia), mentre le altre facoltà dovrebbero focalizzarsi sulla ricerca con relativa ed enorme contrazione degli iscritti.
La vera istruzione di massa si viene a configurare con l’istruzione primaria e secondaria di primo grado che possono rimanere così come sono. Quella secondaria di secondo grado, invece, dovrebbe cambiare totalmente. La scuola italiana conserva ancora un impianto di tipo medievale e sarebbe tempo di far entrare la modernità. La storia, la filosofia, la letteratura, la religione e l’arte dovrebbero confluire in un’unica materia dato che illustrano la storia umana. Altra discipline, quelle necessarie al dibattito politico, dovrebbero essere insegnate ed apprese. In prima liceo frequentavo la scuola per 25 ore a settimana. Levando l’educazione fisica, si possono dedicare 10 ore alla storia umana e ben 13 alle altre materie di interesse politico, quale che sia la scuola prescelta (professionali compresi). Le ore rimanente sono dedicate alle materie scientifiche [2], anche se va detto che nel dibattito politico compaiono ben poco tematiche a carattere scientifico.
In aggiunta ogni istituto può dedicare ulteriori ore ai propri specifici indirizzi. Se il tempo dedicato non fosse sufficiente si può tranquillamente anticipare di un anno la prima elementare, iniziando a 5 anni, nonché aggiungerne uno per le superiori. Ovviamente spazzatura inutile come il latino ed il greco sono da relegare nel mondo accademico.
Si possono aggiungere altri tasselli quali l’eliminazione del primo e del secondo quadrimestre per evitare che si studi solo a partire dal secondo (io lo facevo); l’adozione di moduli dedicati a singoli argomenti con relativa scomparsa della media matematica. Per superare l’anno scolastico bisogna conoscere ogni modulo conseguendo una sufficienza. Se nell’esame precedente così non è stato, amen, non ha senso continuare a prenderlo in considerazione, l’importante è l’aver appreso l’argomento entro la fine dell’anno scolastico. I voti A/B/C potrebbero, inoltre, sostituire i votini come 6- o 7/8 che dicono ben poco.
Sia come sia, prima di prendere in esami questi aspetti si dovrebbe comprendere l’assoluta necessità di formare persone in grado di capire i più basilari elementi necessari a comprendere il mondo contemporaneo. E no, mi spiace, Petrarca non serve a differenza dell’opera omnia di Bauman.

[1] Alcuni istituti, tipo il liceo sociopsicopedagogico, possono studiare alcune di quelle materie, ma mai tutte assieme.
[2] In prima liceo la scienza non c’era…

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Un commento su “Salviamo le università. Chiudiamole!

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Questa voce è stata pubblicata il 14 gennaio 2013 da in società con tag , .
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