Charly's blog

Recensione film: Django Unchained

Per recensire l’ultima fatica di Tarantino mi voglio avvalere di un qualunque manuale di scrittura creativa in commercio. Uno qualunque, sul serio, potete prendere anche il primo che passa. Che cosa ci dice il suddetto manualotto qualunque? Che in una storia degna di questo nome, sia essa letteraria o filmica poco importa, le prime scene ci devono dare notizie riguardanti tre elementi: l’ambiente (non solo fisico, ma anche sociale), i personaggi e il conflitto. Prendiamo, ora, Django:

Prima scena: Texas 1968, vediamo una serie di schiavi incatenati trascinarci sotto il Sole, poi al freddo;
Seconda scena: Django incontra il Dottore Schultz e la sua vita cambia da cosà a cosò;
Terza scena: Ci viene illustrato nel dettaglio la personalità ed il modo di lavorare del dottore, Django ottiene la libertà. Subito dopo veniamo a conoscenza del suo obiettivo.

Che dire? Da manuale. In effetti i primi 30 minuti della pellicola scorrono filati senza intoppi: regia sicura, sceneggiatura da urlo (sparatorie, trovate imprevedibili ed imperdibili tipo quella dei cappucci bianchi dei razzisti). Poi la pellicola si blocca e nella parte centrale incorriamo nel solito “tarantinismo”: lentezza e dialoghi interminabili. Per carità, Tarantino da consumato regista qual è riesce a tenere alta la tensione pur avendo in scena una dannata cena, ma alla lunga la cosa scoccia. Nel finale abbiamo di nuovo 30 minuti di fuoco e pirotecnici… in tutti i sensi.
Si è già capito, insomma, che Django Unchained è la tipica pellicola alla Tarantino per trama, tematiche (la violenza della vendetta è così esagerata da assumere toni fumettistici), ritmo e regia, nonché millemila citazioni e rimandi. Gli attori sono fenomenali ed è difficile stabilire chi sia più bravo fra Di Caprio e Waltz. C’è da dire che Di Caprio ne ha fatta di strada da quando era l’idolo delle adolescenti in calore, diventando un signor attore (un po’ meno sul piano estetico: era meglio prima).
Il film, ovviamente, è tutto fuorché realistico, percorso com’è da errori storici di varia forma e sostanza (tipo gli occhiali da sole…), una violenza così esagerata da risultare fumettosa e il solito humour nero che percorre molti film di Tarantino. Le trovate sono davvero numerose. Fra tutte il tedesco scandalizzato dalla servitù dei neri e la schiava nera con un nome preso dalla mitologia nordica. E senza dimenticare la canzone finale del film, per lo meno per chi è abbastanza avanti nell’età da riuscire a riconoscerla.
Nel complesso è un film che i fan di Tarantino ameranno senza remore, mentre per tutti gli altri – e fra questi si posiziona il sottoscritto – vi sono elementi positivi e negativi. La votazione è la media fra i primi e gli ultimi 30 minuti (voto: 8) e la parte centrale (voto: 7).

Voto: 7 e1/2. Degno del biglietto del cinema (ridotto).

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Questa voce è stata pubblicata il 29 gennaio 2013 da in recensioni con tag .
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