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Perché i sindacati non contano più un cazzo?

Per il post di oggi direi di chiudere per il momento la parentesi politica e parlare di economia. Negli ultimi decenni si è assistito al declino dei sindacati sia in termini di iscritti sia in termini di potenziale negoziatore (e fra i due elementi non vi è necessariamente una relazione). Come mai?

La risposta standard è che i sindacati sono brutti, sporchi e cattivi – non necessariamente in quest’ordine – nonché pieni di imboscati refrattari al lavoro. La tipica risposta del capitan livore italico, sempre pronto a spalar merda sul prossimo. C’è solo un piccolo elemento da prendere in considerazione: la crisi è globale. E questo cambia tutto.

Proviamo a ragionare, allora, in termini di processi produttivi e dei cambiamenti successi dagli anni ’70 ad oggi. Fino ad allora il sistema produttiva era organizzato sulla grande impresa di tipo fordista. Una bella fabbricone di dimensioni bibliche con tutti i servizi riuniti sotto l’egida dell’impresa e con una netta prevalenza di operai fra la manodopera. Il rapporto lavorativo era incentrato sulla stabilità e si lavorava, almeno in teoria, per la stessa impresa per tutto l’arco della vita lavorativa. Tipo Tempi moderni di Chaplin, per intenderci.

Il lavoro è progresso. Specie se nelle fabbriche ci finiscono gli altri.

Il lavoro è progresso. Specie se nelle fabbriche ci finiscono gli altri.

Dagli anni ’70 in poi il sistema cambiò. La grande impresa di tipo fordista entrò in crisi lasciando il posto alla produzione flessibile della Toyota. La fabbrica nipponica eliminò le grandi catene di montaggio per lasciar spazio ad un sistema di produzione flessibile e modulare. Si produceva in base alle bizze del mercato eliminando così la necessità dei grandi magazzini. La nuova religione della flessibilità, grazie alla presenza delle nuove tecnologie e alla rivincita del capitale contro il lavoro rappresentato dal connubio Reagan/Tatcher, dilagò rapidamente al di fuori delle fabbriche.

Le imprese cominciarono a frammentare e segmentare il processo produttivo: si progetta in x, si assembla in y, si vende in z. Un simile processo avviene anche nel settore dei servizi lasciando il compito di vendere o tirar giù le buste paghe a ditte esterne e non più agli uffici interni. Di molte aziende, ormai, rimane solo il centro comando e l’ufficio incassi, mollando il pacco a delle agenzie esterne pagate a provvigioni. Il vantaggio per l’impresa è ovvio perché scarica il rischio d’impresa sugli altri senza che quest’ultimi possano riscuotere dei vantaggi. Prima si era stipendiati, ora si tira a vanti a commesse e provvigioni. In caso di crisi, inoltre, si pone termine al rapporto lavorativo senza, però, che in caso di vacche grasse una quota maggiore di grasso finisca nelle mani dei lavoratori.

È un piano quasi perfetto e geniale nella sua malvagità. Purtroppo per i padroni del vapore il commercio si basa su un rapporto a due: per vendere qualcuno deve comprare, no? La crisi del salario degli ultimi 30 anni è andata di pari passo con l’aumento del debito privato e con l’esplosione della crisi anche nell’economia reale. Vedere il Marchionne di turno che piagnucola sulla crisi delle immatricolazioni delle auto è divertente come poco altro. Se le persone non hanno un reddito come fanno a comprare, genio?

La morale della favola è che il sindacato non si è più trovato a che fare con la classe lavoratrice, ma con una mucillagine di proletari convinti di essere i managggeeerr di sé stessi. In più è venuto meno il mezzo dello sciopero: non ci sono più le grandi linee da fermare. Ti fermi? Non mangi e ti sostituisco con un’altra agenzia o con un altro disperato (merce comune grazie all’operato della tecnologia e della globalizzazione) in uno splendido quadro di lotta di tutti contro tutti. Sentite in sottofondo la colonna sonora di Mortal Kombat, vero?

Fatality.

Fatality.

Altro che protesta! Neppure si licenzia più, basta non rinnovare il rapporto lavorativo. E così cala il requiem sul sindacato, per manifesta obsolescenza e inutilità. Per la somma gioia dei proletari che ora, liberi dall’odio di classe e dall’ideologia politica, possono ascendere alla status imprenditoriale e divenire i managgeerrrr di sé stessi. Certo, hanno studiato il doppio per guadagnare in termini di potere di spesa la metà dei loro padri, ma che volete? È il progresso e il progresso non si può fermare. Al massimo si può chiedere di andare con gentilezza mentre ti sodomizza alla grande.

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10 commenti su “Perché i sindacati non contano più un cazzo?

  1. magiupa
    1 marzo 2013

    tu lo scrivi con disprezzo,ma mio papà,mi raccontava che ad un certo punto la sinistra(lui era nel PCI)per fare prima trovò un metodo più facile di distinguere i buoni dai cattivi-sei dipendente?sei proletario.-sei autonomo?sei un padrone malvagio capitalista.quando la realtà era che la differenza tra i due non era nel reddito,visto che spesso condividevano la stessa paga oraria,semmai nelle ore lavorate.questa semplificazione ha tracciato una riga profonda sulla possibilità che i sindacati(che comunque erano impegnati più a fare i partiti dal consenso presunto che altro) potessero intervenire.
    non c’è un buon vento per il marinaio che non sa dove andare….

    • Charly
      3 marzo 2013

      Mah, non è una questione di essere dipendenti o meno, anche perché la precarizzazione del lavoro (cosa differente dalla disoccupazione) pesca nel mucchio. Molte P.IVA, per dirne una, galleggiano al di sopra della linea della povertà. Che poi il PCI non capisse una cippa non è una novità, lo dimostra pure il post PCI contemporaneo (Bersani).

      • magiupa
        3 marzo 2013

        La premessa era solo per dire che i sindacati,afflosciandosi su di un ideologia di sx che scelse di raffigurare i buoni e i cattivi in maniera semplicistica hanno gettato le basi per un futuro senza potere se non quello conseguito grazie a leggi favorevoli al mantenimento del loro status quo,quegli “imprenditori” che negli anni 70/80 portavano a casa 3 stipendi facendo 18 ore erano il futuro bastava essere onesti e accorgersene,ma perche farla difficile per una cosa che evolverà dopo il 2000,cazzi di chi verrà dopo,e poi ora del 2000….

      • Charly
        3 marzo 2013

        Oddio, afflosciati o meno a mio avviso è una questione di cambiamento del sistema produttivo. Da lì non si scappava. Poi, per carità, i sindacati sono stati e sono particolarmente fessi.

      • magiupa
        3 marzo 2013

        sarà che la definizione “fessi” mi suona vagamente assolutoria di una situazione tragica pervicacemente conquistata ignorando lo scopo per cui erano nati, sai,il cambiamento del sistema produttivo era palese,che ci stessero trasformando in un paese di contoterzisti non era nascosto,anzi ne facevano un peana un giorno si, l’altro pure,il paese delle partite iva,minchia che coglioni,quelli che ci hanno creduto,ma il compito del sindacato era esserci e farci i conti,e fessi è un’assoluzione che non sono disposto a concedergli.

      • Charly
        3 marzo 2013

        Io sono buono di natura!

      • magiupa
        4 marzo 2013

        io invece sono sia il brutto che il cattivo!!

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I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 marzo 2013 da in economia con tag , , .
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