Charly's blog

2013: odissea nel lavoro. La flessibilità fantasma

Dalla fine degli anni ’90 il dibattito politico si è ritrovato sommerso dagli invasati fautori della flessibilità, più accademici che imprenditori. Il menù era promettente: basta col posto fisso, la noia e la monotonia! Grazie alla flessibilità si poteva saltare da una posizione lavorativa all’altra, con relativi miglioramenti professionali. Dopo un decennio e mezzo possiamo apprezzare i risultati di questa genialata: il precariato.

Certo, in genere non manca chi evidenzia il fatto che il precariato sia dovuto alla mancata implementazione degli ammortizzatori sociali nonché al venir meno di determinate misure volte a limitare il libero mercato quali il salario minimo su base oraria. Sfortunatamente, questi elementi non bastano: l’idea della flessibilità è difettosa a livello strategico.

Come ormai ben sappiamo, il capitalismo si basa su una continua evoluzione col continuo venir meno di imprese e di figure professionali rimpiazzate da altre imprese e da nuove figure professionali. La criticità di questa situazione è la mancanza delle nuove figure lavorative e il persistere di specie lavorative ormai condannate all’estinzione. Da lì l’idea della flessibilità: un continuo riqualificare delle figure professionali – a carico dello Stato, ovviamente, che le imprese quando si tratta di cacciar lo dinero sono socialiste – in un mondo delle imprese sempre più mutevole. Purtroppo per i nostri amici accademici e per noi, costoro non hanno mai sentito la necessità di studiare un po’ di storia militare altrimenti sarebbero venuti a conoscenza di un modo di dire geniale: tutti le strategie funzionano… prima di incontrare il campo di battaglia.

Procediamo con qualche esempio. Prendiamo l’italiano più diffuso: over 40, 3° media, operaio. Ad un certo punto, fulminato dal Dr. House, scegli di cambiare vita ed iscriversi a medicina. Azz, primo problema: serve il diploma. No problem, il nostro eroe ha conseguito il pezzo di carta con le serali. S’iscrive, studia per 6 anni e quasi 50 enne si laurea. Finisce qui? No, dato che dopo la laurea ci sono tutta una serie di specializzazioni da conseguire. In pratica abbiamo un neo laureato di 25 anni contro un matusa di quasi 50. Possibilità di successo? Nessuna. Ed è uno scenario di pura fantasia, dato che non si può coniugare il lavoro con lo studio della medicina.

Occhio che vale anche per i laureati: un ingegnere non può dedicarsi alla medicina, così come un medico non può andare a fare l’ingegnere. Vale anche per i titoli di studio inferiori: un panettiere non può fare l’idraulico e viceversa, per la mancanza di capacità e professionalità. L’idea che basti farsi il corso di 6 mesi a carico della collettività si scontra con la job description: inesorabilmente si richiede esperienza pluriennale nella mansione. Il bello è che poi bisogna sorbirsi il piagnoso piagnucolante in tv sull’assenza di manodopera.

La splendida idea di licenziare mezzo milione di dipendenti pubblici, allora, porterebbe ad avere mezzo milione di disoccupati in più. E non vale solo per il bruttospovcocattivo addetto allo sportello, ma pure per l’amico netturbino. Siamo tutti d’accordo che avere a che fare con la spazzatura non sia l’aspirazione di una vita, no? E secondo voi il nostro amico netturbino non va a fare il super artigiano perché non ha le competenze o perché choosy?

Che flessibilità rimane, allora? Quella di tipo geografico, lavorare dal paese x a quello y, che poi sarebbe quella dei nostri eroi accademici; una limitata di tipo professionale dato che può capitare di ricoprire un lavoro all’interno di un’azienda salvo poi essere spostati in un settore differente non tanto distante. In più abbiamo i lavori a costo zero dove si scarica il rischio d’impresa sul lavoratore (venditori a provvigioni) e quelli a bassa qualifica o nulla qualifica (commessi, cassieri, volantinaggio) a meno che non ci siano requisiti d’età, di sesso o aspetto fisico. Chissà perché per fare la commessa vedo questa fanciulla più avvantaggiata rispetto al nostro amico operaio:

Si chiama m-e-r-i-t-o-c-r-a-z-i-a.

Si chiama m-e-r-i-t-o-c-r-a-z-i-a.

Dinnanzi a questo fallimento epocale è noto come i nostri amici accademici abbiamo reagito: con le favole del lavoro manuale disprezzato e la teoria del choosy. Eh sì, perché l’operaio disoccupato e senza lavoro non vuol mica fare l’elettricista, eh? No, no. Solita solfa: il motto “chi sa fa, chi non sa fare insegna” sarebbe d’aggiornare a “chi sa fa, chi non sa e non sa fare insegna”.
La disoccupazione non è altro che un eccesso di domanda rispetto all’offerta [1] e sarebbe l’ora di prendere atto della realtà. Ma i nostri amici accademici possono dar lezioni di flessibilità geografica, mica di quella lavorativa. D’altronde che cosa ci si poteva aspettare da persone che non mai variato la propria posizione lavorativa? Il bello è che solo ora si rendono conto di aver distrutto la domanda interna [2]:

E infatti dal 1991 a oggi la domanda aggregata statunitense è cresciuta dell’84% e la domanda europea di circa 24 punti percentuali in meno; ma è l’Italia che è rimasta letteralmente al palo, con una dinamica complessiva della domanda pari a meno della metà della media europea e addirittura a meno di un terzo di ciò che si è verificato oltre Atlantico (il dato italiano è il 25,8%). Ancora una volta, è impressionante quanto si è verificato dopo l’introduzione dell’euro e poi con la crisi: dal 2002 a oggi, infatti, la domanda di beni e servizi nel nostro Paese è cresciuta dell’1,6%, dieci volte meno della media europea, dodici volte meno degli Stati Uniti. L’analisi disaggregata mostra che, sebbene le nostre esportazioni non abbiano brillato, il principale problema è l’insufficienza della domanda interna. Nell’ultimo decennio l’Italia è il solo grande Paese europeo a registrare una dinamica della domanda interna complessivamente negativa (-1,6%), contro una crescita pari al 9% in Europa e al 15% negli Stati Uniti. Tra il 1991 e il 2012 la spesa pubblica italiana è aumentata poco (del 14%, contro valori che sfiorano il 40% nella media europea e appena un po’ più bassi negli Stati Uniti). Nell’ultimo decennio i consumi sono cresciuti meno dell’1% contro valori undici volte superiori in Europa e 25 volte superiori negli Stati Uniti. Ancora più pesante il dato degli investimenti, che dal 2002 al 2012 si sono addirittura contratti del 21%, contro valori costanti in Europa, ma con punte di crescita del 12% in Germania e Francia. Insomma, negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una ecatombe per la domanda aggregata italiana, complici le politiche di austerità, la pesante eredità del debito, la stagnazione.

Sì, sì, il debito, come no. La spesa di qualcuno è sempre il reddito di qualcun altro, come insegnava un noto facinoroso anni orsono. L’aver pagato a noccioline un paio di generazioni ha portati dritti dritti al crollo delle immatricolazioni auto, dell’acquisto delle case e di beni durevoli. Un applauso.

[1] Gli economisti vedono la ricerca di lavoro da parte delle imprese come una domanda e la ricerca del lavoratore come l’offerta.
[2] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-04-15/domanda-rilanciare-subito-064006.shtml?uuid=Ab0roLnH.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2013 da in economia con tag , , , .
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