Charly's blog

Il libero mercato? Non esiste

La notizia dell’altro giorno [1] è l’intenzione della Svizzera di ridurre l’immigrazione da parte dei paesi della UE. Non è una novità dato che il paese elvetico ha sempre avuto una politica fortemente restrittiva come gli immigrati italiani ben sanno. Immagino che i soliti noti cominceranno ad ululare che sia giusto così, padroni a casa nostra loro. Uh, provate a dirlo ai lavoratori frontalieri. Sia come sia, proviamo a dare un’occhiata a qualche dato economico.

Ecco il tasso reale di crescita (dati Eurostat):

2003 0%
2004 2,4%
2005 2,7%
2006 3,8%
2007 3,8%
2008 2,2%
2009 -1,9%
2010 3%
2011 1,9%
2012 1%

Ecco il debito pubblico (Index Mundi):

2003 67,4%
2004 71,9%
2005 72,2%
2006 64,4%
2007 57,1%
2008 54,7%
2009 54,8%
2010 54,5%

La disoccupazione (Index Mundi 2003-2010; Tradingeconomics 2011-2012):

2003 3,8%
2004 4%
2005 3,8%
2006 3,3%
2007 2,7%
2008 2,5%
2009 3,5%
2010 3,6%
2011 2,9%
2012 3%

Si tratta di un’economia solida che fornisce ad una popolazione di 8 milioni d’abitanti un PIL pro capite superiore ai 47.000 dollari. E meno male che senza manifatturiero si muore di fame…

Il blocco dell’immigrazione, dunque, non risponde ad una necessità di maggiori tutele della popolazione locale. Senza contare che l’afflusso di lavoratori stranieri potrebbe essere causata dalla richiesta di particolari competenze o dalla più banale volontà di riduzione dei costi. Sia come sia, abbiamo la prova di una cosa banalotta: il libero mercato non esiste.

Essendo cresciuto negli anni ’90 ricordo bene quel decennio. All’epoca sembrava davvero di aver raggiunto la fine della storia: niente più conflitti globali, sviluppo economico e sociale. L’unico neo era la povertà del 3° mondo, l’economie emergenti all’epoca non esistevano, con relativa sovrappopolazione e immigrazione. Le reazioni delle popolazioni occidentali erano decisamente meno che amichevoli: il solito ritornello del piffero sul fatto che gli africani fossero pigri, svogliati e con troppi figli, in pratica la stessa merda che gli ariani del Nord buttano sui “lavativi” del Sud. In effetti l’Irlanda e l’Islanda sono due isole del Mediterraneo. Per quanto riguarda i marmocchi in surplus, non era altro che l’effetto della transizione demografica causata dalle scoperte scientifiche occidentali. Che volete, la scienza corre più rapida della biocultura.

Focalizziamoci, invece, sull’economia. Fino all’inizio del 20° secolo gli africani erano sì poveri, ma della loro povertà campavano. Oggi sono sempre poveri, ma non campano più. Cos’è successo? Il Continente nero si è ritrovato suo malgrado ad essere integrato nell’economia di mercato mondiale risultandone del tutto sconfitto. Il discorso, ovviamente, si applica anche agli paesi che si sono ritrovati alle prese con la mondializzazione della storia operata dagli Europei a partire dalla prima età moderna. Il copione è il solito: un’economia chiusa si ritrova del tutto distrutta dalla concorrenza delle altre economie con il paradossale risultato di essere costretta a comprare merci che potrebbe tranquillamente produrre in loco se non fosse costretta in un regime di concorrenza.

Esempio: la comunità x vive fra un bosco e un lago. Se c’è bisogno di suppellettili in legno basta rivolgersi al falegname locale, magari pagandolo col pesce. Un bel giorno, però, la comunità y apre un centro commerciale proprio nell’area del bosco della comunità x. Il falegname, di conseguenza, chiude e con lui le competenze necessarie per la produzione. Se si vuole qualcosa si deve pagare in contanti nel centro commerciale. E qui iniziano i problemi: prima si procedeva con gli scambi, tipo il legno per il pesce. Ora, invece, ci si deve buttare sul mercato per ottenere il denaro necessario a comprare quello che si otteneva prima tramite uno scambio. Per i più riottosi basta imporre il pagamento delle tasse tramite denaro e non tramite beni o prestazioni (come succedeva nell’economia feudale). C’è il piccolo ostacolo che in un regime di mercato si può perdere non guadagnando abbastanza per poter comprare il necessario. Morale della favola? Quel che si riusciva ad ottenere prima in un’economia chiusa non può più essere raggiunto in una aperta. E lo chiamano progresso.

Per questo motivo rido  di chi vuole fronteggiare la fame nel mondo aumentando la produzione. Il problema non è meramente quantitativo ma è dato dal fatto che chi ha fame non ha modo di comprare la merce necessaria. Senza contare che le loro esportazioni di tipo agricolo vengono bloccate dai dazi delle economie avanzate [2].

Per questo motivo il capitalista berciante postula la libera circolazione delle merci, del capitale e delle persone. Le prime due distruggendo l’economie locali obbligano le popolazioni a muoversi in cerca di attività per poter sopravvivere. Dove? Nelle economie sviluppate, ovviamente.

Lo stesso meccanismo dovrebbe attivarsi nella UE. Il mercato unico con la relativa rimozione delle barriere ha portato ad una concorrenza selvaggia fra imprese e una ricerca affannosa di profitti per i soldi da investire. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: le bolle finanziarie spagnola e irlandese, la prossima slovena e magari quella di Malta. Il tutto condito da milioni di disoccupati e la moria delle imprese. Considerato che la Finlandia ha la libertà di vendere le sue merci e investire i suoi capitali in Italia, allora, i disoccupati causati da queste azioni dovrebbero avere la libertà di spostarsi nelle terre finniche. Non tutti, giusto 500.000. Che ne pensano i finlandesi? Appunto.

Il libero mercato necessita di:

_ libera circolazione di merci, capitali e persone;

_ trasparenza e totale disponibilità delle informazioni;

_ flessibilità nella produzione e nell’occupazione;

Questo scenario si scontra con le reazioni delle popolazioni locali, gli ostacoli giuridici e culturali, i limiti tecnici e logistici [3] e la balla della flessibilità. Non è un caso se “lo sviluppo economico” si associa al conformismo culturale nei confronti della società americana dato che si cerca solo di scimmiottare quella società. Il fondamentalismo islamico, non a caso, essendo nato come una reazione alla modernizzazione fallita del secondo dopoguerra vede i centri commerciali come un’invasione culturale. Poveri fessi, i centri commerciali hanno prima distrutto la cultura occidentale ed ora si apprestano a fare lo stesso con quelle degli altri. Vedere un cinese in giacca e cravatta fa piangere il cuore, almeno gli sceicchi mantengono i propri abiti tradizionali.

Tirando le somme, il libero mercato non esiste se non nei libri di testo e la realtà somiglia non poco al mercantilismo. Può essere un modello analitico ma non è per questo migliore di quello comunista (fra le formiche il comunismo funziona in tutto eccetto l’assenza delle classi), o un ideale a cui tendere. Certo, gli ideali non sono sempre condivisibili e magari qualcuno potrebbe anche dire no. Ma che volete, questi “liberty soldier” hanno già la soluzione: imporrano con la forza il loro modello superiore, salvo poi offendersi in caso di reazioni. Chi era che intonava il ritornello “la resistenza è futile, sarete assimilati?”. Per la cronaca, lasciate stare i phaser e puntate sui cannoni a fasci di plasma degli Asgard.

Marx è morto. Io no.

Marx è morto. Io no.

[1] La notizia del giorno è la sparatoria di Roma.

[2] Stranamente si protegge l’agricoltura ma non l’industria. Boh?

[3] Frequento la palestra sotto casa e non quella di Pechino. E la globalizzazione? Ciupa!

Annunci

2 commenti su “Il libero mercato? Non esiste

  1. Pingback: Warning: post democrazia in corso | Charly's blog

  2. Pingback: Achille e il leone: le basi biologiche del comportamento umano | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 29 aprile 2013 da in economia con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: