Charly's blog

Recensione libro: Il lavoro non è una merce, di L. Gallino

Come si è potuto notare a più riprese su questo blog, le idee relative alla disoccupazione sono poche e terribilmente confuse. La cosa, purtroppo, si ripete sul precariato che spesso e volentieri viene inteso come un mero sinonimo dell’assenza di lavoro. Peccato che non sia così. Il libro che sto per recensire, Il lavoro non è una merce, aiuta a far chiarezza sulla questione.

L’autore parte dalla definizione di flessibilità: l’adattarsi continuamente alle esigenze mutevoli delle organizzazioni produttive. Il che vuol dire sia a livello occupazionale sia a livello di prestazione (cambiare salari, orari, sedi). Tracciato l’identikit tocca ai numeri: quanti sono i precari? Di preciso non si sa dato che come rileva Gallino vi è una certa confusione a livello metodologico. Poco importa, tuttavia, dato che il libro è di alcuni anni fa e presenta dati non aggiornati (lo svantaggio della sociologia nei confronti della filosofia). La parte più interessante del libro, la quale conserva tutta la sua validità, è il perché di questa flessibilità nonché i suoi effetti. L’idea più comune che la flessibilità sia legata all’occupazione viene messa in dubbia dall’OCSE – che, si sa, è un noto organismo comunista- con il rapporto del 2004. Le vere motivazioni, allora, nascono dall’esigenza dei sistemi produttivi di coniugare il just in time alla compressione dei costi e il salario è una parte rilevante del conto. Nulla di nuovo, avevamo già visto la cosa con la crisi del sindacato.

Insomma nulla di nuovo per chi mai sfogliato un libro dedicato alla sociologia economica, di semplice e facile lettura. A quanto pare, invece, chi è di formazione economica sembra aver travisato il libro e pure parecchio. A riguardo basta vedere questa recensione di Giulio Zanella. In sintesi i capi d’accusa:

_ Gallino sostiene che l’unico tipo di lavoro accettabile è quello a tempo indeterminato, confondendo reddito con lavoro;
_ Gallino contesta che tutto sia una merce;
_ confusioni sul reddito percepito (in Italia è più basso per via della mancata tutela del sindacato) dato che altrove i precari “prosperano” + accesso al credito (che la crisi del debito privato non ha insegnato nulla, eh N.d.A.);
_ le conseguenze negative potrebbero essere eliminate col modello danese;
_ i dati?
_ modello superfisso + previsioni del reddito nell’arco della vita;
_ una pirlata scritta da Gallino sul PIL e i tassi d’interesse (spoiler: Zanella ha ragione);
_ Gallino rappresenta gli insider che hanno paura di perdere i privilegi;

La recensione di Zanella è polemica e piuttosto disattenta. Gallino non critica i dati statistici per partito preso ma rileva le varie incongruenze fra le differenti fonti. Senza contare che le rilevazioni statistiche ormai hanno raschiato il fondo del barile: per l’Istat si è occupati se si lavora 1 ora a settimana per avere in cambio denaro o un “corrispettivo in natura”. In pratica se porti a spasso un cane per una palpatina alle tette per l’Istat lavori.

Se vuoi lo posso anche addestrare...

Se vuoi lo posso anche addestrare…

Il modello danese viene ponderato dall’autore e ne viene fuori che non è tutto oro quel che luccica. Senza contare che questo amore per la flexycurity nordica da parte dei chicago boys è commovente: non era il libero mercato a far tutto? È da notare che anche il programma dei Ginnetto boys tira in quella direzione, mentre nella proposta di Boeri&Garibaldi si trova pure il salario minimo. Ma se, a dirla alla Zanella

Una persona che lavora con contratto a termine ed è capace e motivata ha ben poco da temere: il contratto sarà rinnovato, forse anche a tempo indeterminato se questo offre vantaggi.

Che bisogno c’è di tutta questa premura? Vorrei poi ricordare, infine, che le tasse danesi a livello aggregato sono maggiori di quelle italiane e in rapporto alla popolazione vi sono più dipendenti pubblici. Eh sì, il welfare costa e chiede lavoratori. I Giannetto boys vogliono aumentare le tasse e i dipendenti pubblici o credono di fare meglio con meno? Boh.

I punti rimanenti rientrano nel modello tipico degli economisti: saltare da una posizione all’altra con miglioramenti di reddito e lavoro, con posizioni precarie temporanee. Peccato che la realtà abbia smentito questa linea su tutti i fronti: si passa da un lavoro mal pagato all’altro, se non si viene scartati prima dopo i 29 anni in quanto “troppo vecchi”. E della security nella flexy non l’ha vista nessuno e sono passati 16 anni da Treu e 10 da Maroni.

E sembra quantomeno infantile accusare i sindacati di mancata tutela visto che, ormai, di potere non ne hanno più. Avrebbero, anzi, tutto l’interesse a incamerarsi la massa crescente di precari, ma purtroppo per loro non possono farlo. Se il salario del precario è più basso, allora, non dovrebbe intervenire il mitico libberooh mercado? Maggiore è il rischio, maggiore è la retribuzione, un po’ come la finanza, no? La cosa, invece, non succede proprio. E non venitemi a dire che il tutto è dovuto al fantomatico mismatch fra domanda e offerta della forza lavoro. Se non c’è bisogno di una figura lavorativa non si procede affatto all’assunzione. Io non pago l’idraulico perché al momento non ne ho la necessità e non è che l’assumo lo stesso ma lo pago poco. Questi elementi ci portano dritti dritti alla causa della flessibilità: comprimere i costi del salario (e poi lamentarsi se la domanda interna è morta). Il fatto è che si vuole pagare una miseria per avere il lavoro fatto. D’altronde i precari svolgono le stesse funzioni degli altri senza nessuno dei loro diritti (e beccandosi pure gli insulti quali “bamboccioni”). Per gli sciocchini over 35, l’idea di aumentare la flessibilità del mondo del lavoro non tocca gli under 35 che hanno già dato, ma voi. E non guardate solo alla flessibilità professionale, ma pure a quella salariale…

Una linea di pensiero della sociologia economica ritiene che, di fatto, gli economisti non abbiamo mai studiato per davvero la realtà, presi come sono dai loro modelli analitici del piffero. Una posizione eccessiva, ma che in alcuni casi sembra avere una qualche validità. E se si considera il lavoro ritengo più degno di fiducia un sociologo piuttosto che un’economista. Morale della favola: vi consiglio il libro, merita, specie per chi è a digiuno della materia.

Voto: 7. Dati superati, parte teorica (tutto fuorché originale) valida.

L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Editori Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 173, euri 6,90-

Annunci

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2013 da in recensioni con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: