Charly's blog

Ma flessibilità e il precariato non sono sinonimi

Seguendo i sempre più stanchi e logori dibattiti sulla flessibilità del mondo del lavoro, litania che si trascina da 15 anni, ci si può imbattere facilmente nella confusione fra la flessibilità e il precariato. Col primo termine s’intende l’adattare continuamente la propria esistenza alle esigenze mutevoli delle organizzazioni produttive. Col secondo termine, invece, si focalizza l’attenzione sul progressivo degrado delle condizioni lavorative sia sul piano economico sia su quello della qualità lavorativa. Si è flessibili se il cambio del lavoro corrisponde ad un miglioramento delle prospettive lavorative (nuove competenze, migliori condizioni) senza dover necessariamente cambiare settore lavorativo, si è precari se si passa da un lavoro sotto qualificato all’altro, senza condizioni economiche adeguate (diritti, salari).

Esempio. Ibrahimovic è un lavoratore flessibile visto che ha giocato in Svezia, Olanda, Italia, Spagna e Francia. E ad ogni giro la busta paga è aumentata. Si tratta di una flessibilità di tipo geografico: stessa mansione, diverso paese. Anche i professorini amerikani alla Boldrin presentano lo stesso fenomeno: stessa mansione, ma in paesi diversi. Sarebbe più interessante, invece, passare da un lavoro all’altro… peccato che non sia possibile.

Come mai? Per via di una cosa chiamata job description. Non sapete cosa sia? Non è altro che l’insieme di requisiti richiesti per candidarsi ad una determinata posizione lavorativa. Qual è il rapporto col lavoro? Bene, siete un ingegnere ma vi ritrovate a spasso. Mancano i medici quindi l’amico del “flexy ma non m’impiego” ha l’idea geniale: 6 mesi di corso e che vada a fare il medico. Viva, via la flexylife! Secondo voi in 6 mesi si può diventare medici? Appunto. La cosa, ovviamente, vale anche al contrario dato che un medico in 6 mesi non diventa ingegnere. In pratica la flexy non funge affatto se si vuole saltare da un livello elevato ad un altro.

Proviamo ad abbassare l’asticella: dall’alto al medio. Ad esempio il nostro amico ingegnere vuole fare il ragioniere. Lo può fare? No. Bastano 6 mesi di corso? Ma ragioneria dura 5 anni, che diavolo fanno a scuola? Se bastasse il corso di sei mesi tanto vale dichiararsi disoccupati dopo la terza media e farsi il corsetto, altro che i 5 anni di scuola. La cosa, ovviamente, pone una pietra tombale sull’idea che da livello medio si possa salire a quello elevato. Niente corso di 6 mesi, se lo si vuole fare si deve procedere con l’iscrizione all’università. Abbiamo y, allora, che dopo il diploma lavora come ragioniere, ma dopo 15 anni di lavoro è a spasso. A 34 anni s’iscrive ingegneria, a 39 esce da scuola. Peccato che il suo rivale è:

a) neo laureato 24 enne in età d’apprendistato
b) 39 enne con 15 anni d’esperienza

Possibilità? Dite nessuna? Bravi, non avete preso un Phd in economia ad Harvard.

Cambiamo, allora, da livello medio a livello medio. Il nostro ragionerie vuol fare agricoltura. Quanto dura agraria? Cinque anni, anche qui la solita storia del corso di 6 mesi. Come al solito vale anche il contrario: il disoccupato uscito da agraria non può fare il ragioniere. Il discorso vale anche per i famosi lavori che “nessuno vuol fare” quali panettieri o falegnami. Saranno anche lavori umili, per carità, ma richiedono competenze ed esperienza per superare la job description (esperienza pluriennale, in genere). Se sei un dottore non puoi fare il falegname dal giorno alla notte!

Che rimane? Soltanto i lavori a bassa qualifica (cameriere, cassiere, porta pizze, stagionali agricoltura) o dove si scarica il rischio d’impresa sui lavoratori (venditori a provvigione). Per tirare le somme, la flessibilità è valida se si passa da un’azienda ad un’altra, o se si rimane in campi affini. È giusto la cosa più banale e semplice del mondo e non richiede particolari interventi legislativi.

Queste considerazioni rispondono anche all’idea che licenziando si crei più occupazione. Senza dimenticarsi che le aziende assumono se c’è domanda, mica per fare cose da mettere nei magazzini. E vorrei ricordare, ancora, che un contratto a tempo indeterminato vale finché l’azienda vive. Ma siccome la vita delle aziende è piuttosto breve, a tempo indeterminato o meno il lavoratore si ritrova a spasso. È che il mondo del lavoro sia flexy o meno poco cambia: l’esperienza pluriennale è un ostacolo insormontabile. E se si deve licenziare lo si fa come testimoniano i dati sulla disoccupazione.

A che serve, allora, la flessibilità? Ad abbassare la qualità/il costo del lavoro tramite il precariato. Non è un caso se le retribuzioni dei precari siano più basse rispetto a quella dei fissi, anche se secondo la logica finanziaria – maggiore rischio maggiore rendimento – dovrebbe essere il contrario. I precari svolgono le stesse mansioni degli altri, sono pari o superiori nella formazione, ma non hanno diritti né reddito. L’idea che sia una fase d’accesso al lavoro si è rivelata falsa e lo stesso si può dire che si possa prosperare in simili condizioni. Se poi si considera che gli italiani sono tutto fuorché choosy dato che accettano qualunque condizioni pur di lavorare è facile immaginare l’effetto distorsivo sule mercato del lavoro.

Morale? Da più parti ci si scaglia contro il dualismo del mondo lavoro e se ne propone il superamento. Peccato che l’idea sia quello di far dilagare il precariato o, in alternativa, di mettere le pezze pubbliche (sussidio a carico dello Stato e salari orari minimi. E il dio mercato?) Si può essere a favore della flessibilità, ma contrari al precariato. Il problema o, se preferite, il problemone è che l’idea di saltare da un lavoro all’altro previo un corso di 6 mesi a carico della collettività è pura fantasia. Sapete com’è, si può amare alla follia le storie di draghi e principesse, ma da qui a credere che sia una descrizione accurata del Medioevo ce ne corre.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 giugno 2013 da in economia con tag , , .
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