Charly's blog

Riforma del lavoro? Sarà, ma a me sembra quella del salario

Presi come sono dalle riforme costituzionali, sembra che i politici abbiano messo da parte le riforme relative al lavoro e all’economia. Perché, si sa, se le aziende soffrono per una tassazione prossima al 70% si risolve il problema con il semipresidenzialismo. Scherzi a parte, è un vero peccato che la riforma del lavoro sia stata messa da parte. Sapete com’è, vedere i fallimenti di questi professorini è davvero impagabile.

Ad ascoltare i commentatori sembra che il principale ostacolo alle assunzioni venga dalla burocrazia e dalla mancante flessibilità dei contratti. Il che è spassoso come pochi dato che è dal 1997 con Treu che ci becchiamo una dose di flessibilità dopo l’altra, senza che la cosa porti ad un superamento dell’incredibilmente sopravvalutato mismatch fra lavoro e lavoratori (30.000 posizioni a fronte di 3 milioni di disoccupati. Fate un po’ voi) o che l’unico effetto sia stata un’emersione del lavoro nero nei primi anni del decennio scorso. Così come è del tutto privo di logica il mantra di Ichino che per assumere si debba prima licenziare. Non sono un imprenditore, ma presumo che si assuma per far fronte ad una necessità lavorativa dettata da un ordine da evadere o da clienti da soddisfare. Se la domanda interna è morta, che ordini si potrà mai soddisfare? Mistero. Non si assumono persone per fabbricare cose da mandare nei magazzini, eh. Se a mancare è  la domanda non c’è riforma del lavoro che tenga.

Un’ulteriore conferma viene dalla burocrazia o dal famigerato articolo 18. Anche in Spagna e in Irlanda c’è l’articolo 18? Ecco i dati (Eurostat):

Disoccupazione Dis. giovanile
Grecia

26,8%

57,9%

Spagna

26,7%

55,2%

Irlanda

13,7%

29,4%

Italia

11,9%

41,2%

Francia

11%

25,4%

È da notare che in Svezia la disoccupazione giovanile è al 24,1%, in Danimarca al 14,2%. Anche la Flexycurity non è così fenomenale.

Torniamo in Italia. I contratti sono rigidi? Ad onor del vero in Italia si può licenziare dato che il licenziamento per giusto motivo è previsto dal nostro ordinamento. Non c’è la necessità, tuttavia, di arrivare a questi estremi grazie ai contratti a tempo determinato. Non volete assumere perché non potete licenziare? Bene, usate un contratto a termine. Ah, ah. E ancora: perché lo stipendio di un precario è più basso? Non dovrebbe compensare il rischio di un contratto a termine? Ah, ah n°2.

Converrete con me che c’è qualcosa che non quadra. Sentiamo Draghi [1]:

Le riforme del mercato del lavoro “hanno scaricato tutta la flessibilità sulle spalle dei giovani”.

I costi della flessibilità? Ohibò, e perché mai? L’Italia presenta un mercato del lavoro duale, è vero, ma la cosa non dovrebbero danneggiare i precari: meno garanzie ma più stipendio, un po’ come funziona con la finanza. Invece accade l’esatto contrario e i precari vengono danneggiati: scarsa mobilità e meno salario (quando c’è). E non venitemi a dire che i precari non lavorano per via dei fissi: se il 20enne prende il posto del 50 enne il problema cambia sono a livello anagrafico con il giovane che lavora e il vecchio a spasso.

Si torna, così, all’ovvia considerazione che la disoccupazione è un eccesso dell’offerta lavoro rispetto alla domanda delle imprese. E da qui si dovrebbe partire per interpretare le proposte sul tavolo per riformare il sistema. L’obiettivo non è promuovere la fantomatica flexy che permette di fare il medico dopo aver seguito un corso di 6 mesi, ma abbattere le condizioni lavorative degli italiani e con esse il costo del lavoro. È la solita solfa mercantilista in salsa tedesca che vede l’esportatore virtuoso, l’importatore cattivo. Peccato che senza il secondo non ci possa essere il primo… e peccato che non tutti possono fare gli esportatori. Chi compra le merci? I marziani? Non è teoria, è pratica come 15 anni di precariato possono testimoniare.

Con tanti saluti all’articolo 36 della Costituzione:

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Non a caso si parla di riforme costituzionali…

[1] Cfr. http://www.agi.it/economia/notizie/201306061502-eco-rt10232-lavoro_draghi_flessibilita_scaricata_tutta_sui_giovani.5

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Questa voce è stata pubblicata il 12 giugno 2013 da in economia con tag , , .
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