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Recensione libro: Ascesa e declino delle grandi potenze, di P. Kennedy

Seppur preso da mille incombenze, in questi giorni ho letto nuovamente il saggio storico Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy. Il testo mi ricorda non poco il videogioco Age of Empires II, non tanto per la presenza di fazioni storiche, ma per la logica sottostante. In quanto gioco strategico in tempo reale, Aoe non solo puntava sulla battaglia ma anche sull’economia. Senza una base produttiva, infatti, come si possono creare eserciti? La strategia del gioco, di conseguenza, non puntava a battere il nemico sul campo di battaglia ma a danneggiarne la base produttiva per poi vincere in condizioni di superiorità numerica.

Kennedy analizza il periodo storico che va dal 1500 agli anni ’80 del secolo scorso, il libro è stato pubblicato nel 1987, e propone come chiave di lettura dell’alternasi delle varie potenze la performance economica, la superiorità tecnologica e la scelta se spendere più per lo sviluppo che per la guerra. Si tratta, ovviamente, non di un’opera omnia su questi 5 secoli anche perché 700 pagine non sarebbero sufficienti (forse 7.000 sì). Si focalizza l’attenzione, invece, sul rapporto fra il potere economico e quello politico, condizione necessaria ancorché non sufficiente per raggiungere lo status di potenza.

Il primo capitolo è dedicato al declino dell’impero ottomano e di quello cinese contrapposto al dinamismo dell’Europa policentrica. Dal 1500, anno convenzionale che vede l’ascesa del Vecchio continente, fino al 1659 si analizza il tentativo degli Asburgo di Spagna di conseguire la supremazia sul continente. Non mancano le analisi degli altri paesi (Francia, Inghilterra, Svezia, Russia). Dal 1660 al 1815 Kennedy dedica la sua attenzione alla variabili geografiche (l’Olanda schiacciata fra l’Inghilterra e la Francia, la Francia danneggiata dalla sua natura ibrida continentale/marittima, l’Inghilterra avvantaggiata dalla sua posizione isolata, l’Austria tenuto a frano dai turchi) per poi passare all’importanza di avere un robusto sistema creditizio. Le guerre, d’altronde, costano.

Curiosamente non viene dato molto spazio alla Rivoluzione industriale, ma la musica cambierà nel secondo capitolo. Lo spazio di tempo compreso fra il 1815 e il 1942 viene interpretato come l’ascesa del Regno Unito allo status di superpotenza per una sostanziale mancanza di competitori (apogeo britannico nel 1860, anno più anno meno), interrotto dall’ascesa di nuove potenze quali la Germania e il Giappone. Sullo sfondo si sono mossi, inoltre, la Russia e gli Stati Uniti che diverranno le super potenze di un mondo bipolare con declino netto delle vecchie potenze europee. Non che le super potenze se la passino bene, visto che dagli anni ’70 il mondo si muove in un’ottica penta polare (USA, URSS, CEE, Giappone, Cina). Qui si conclude il libro e, ad onor del vero, l’ultimo capitolo dedicato alle previsioni relative agli anni ’90 può essere ignorato. Per noi, a distanza di più di 20 anni, ormai è storia.

Per concludere, è un dannato capolavoro che si dovrebbe leggere nelle scuole, altro che Manzoni.

Voto: 8. Un must in ogni biblioteca degna di questo nome.

P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano 1999. Prezzo: 20,50 euri. Pp. 7-842 (di cui un centinaio dedicate alle note e alla bibliografia).

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Questa voce è stata pubblicata il 14 giugno 2013 da in recensioni con tag , .
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