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Recensione libro: La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più

Fra la sociologia economica e l’economia vi sono numerose differenze sia nei contenuti sia nella metodologia. Fra le varie dispute, una su tutte non dovrebbe essere relegata al mondo accademico dato che riguarda la vita di tutti noi. Si tratta dell’interpretazione di quanto è accaduto negli ultimi 30 anni, specie se si considera il lavoro e l’insieme dei rapporti fra le classi sociali. Molti economisti e praticamente tutti quelli che si potrebbero definire come “pop”, i sapientoni ospiti fissi dei programmi televisivi, avevano promesso l’eldorado a seguito della globalizzazione, della liberalizzazione delle merci e dei movimenti del capitale. Senza dimenticare la riduzione del peso dello Stato nell’economia e l’affossamento del Welfare State dato che, parola loro, non possiamo più permetterci il costo. Senza dimenticare i cantori della flessibilità per creare nuovi lavori e nuove carriere. Purtroppo la storia è una severa maestra e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma non aspettatevi un ripensamento. Fior fiore degli economisti argomenterà che no, le riforme liberiste non sono mai state fatte e che, anzi, il liberismo non esiste (Boldrin dixit). Che volete, la liberalizzazione dei capitali è un architrave del complotto marxista mondiale.

Il trucco è molto semplice. L’economia studia la realtà economica in misura sorprendentemente minore rispetto a quanto uno potrebbe pensare. Il giochino più gettonato è quello di tirare giù modelli analitici imbevuti di matematica irrealizzabili, del tutto o in parte, nella realtà. Il modello del libero mercato, per dirne uno, con la trasparenza delle informazioni, la totale mobilità dei fattori di produzione e compagnia cantante non è mai stato realizzato per il semplice motivo che non è realizzabile. Anche gli scacchi sono un modellino analitico di una battaglia vera, ma è ovvio che non si tratti di un vero campo di battaglia. L’utilità di questa tendenza è dubbio, eccezion fatta per gli economisti. Se un modellino non funziona basterà dire che non è stato applicato per davvero. Grazie al cazzo, non può essere applicato!

La sociologia, invece, propone una chiave di lettura totalmente diversa. Fino agli anni ’70 la lotta di classe era quella dei comunisti: dei proletari contro i borghesi. Da quel decennio si è assistito ad un’inversione di tendenza. Guerra di classe, ma dall’alto contro il basso. Attenzione, non della borghesia contro il proletariato per il semplice motivo che quella divisione di classe non esiste più: è solo di chi ha contro chi non ha. Il mondo, in effetti, è totalmente cambiato sia a livello geopolitico (fine del Muro di Berlino, ascesa dei Brics) e della tecnologia (comunicazioni, elettronica). A livello delle idee il duo Reagan&Thatcher, facendo leva sui frame e sulla narrazione emotiva, ha fatto breccia nelle coscienze delle persone facendosi falange della rivincita del capitale sul lavoro. Lo scopo era quello di ridurre i salari a favore dei profitti e di flessibilizzare il lavoro per ammazzare i sindacati e scaricare il rischio d’impresa sui lavoratori. Il tutto in un mondo di delocalizzazioni e finanza impazzita.

Il bello del commercio è che se qualcuno produce qualcun altro dovrà comprare. Ma se taglio i salari, come si può sostenere il consumo? Semplice, con la finanza e con i debiti privati. Negli ultimi decenni si è mascherato l’impoverimento tramite un ricorso massiccio al debito. Il fesso col salario mutilato continuava a spandere come prima e il ricco lucra sugli interessi. Geniale, no? Purtroppo i debiti hanno il difetto di fare boom e la Crisi del 2007 fu causata proprio dai debiti privati e non da quelli pubblici.

Il libro di Marco Panara descrive proprio questo fenomeno. Non presenta tesi nuove o rivoluzionarie, anzi, sono cose note e stranote a chi ha gli occhi per vedere. È un testo, in ogni caso, agile e sintetico senza tabelle e grafici, adatto per tirare le fila dei vari punti o per avvicinarsi agli argomenti per i principianti. Considerato il basso prezzo e le considerazioni personali sull’importanza sociale del lavoro come mezzo di miglioramento della società, per quanto il tema non sia sviluppato del tutto, è un libro di sicuro interesse.

Ah, vi chiedete chi ha ragione fra gli economisti e i sociologi? Provate a guardare nel vostro portafogli e avrete la risposta.

M. Panara, La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più, Editori Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 151. Prezzo: 9,50 euri.

Voto: 7. Sintetico ed interessante.

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2 commenti su “Recensione libro: La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più

  1. magiupa
    28 giugno 2013

    mi hai fatto ricordare perc hè ho smesso di frequentare il blog di Boldrin(chi quello che ha schifato la lega perchè non ci ha dato la poltrona?)e soci….aspettano il cavaliere Bianco,loro.

    • Charly
      28 giugno 2013

      Io leggo ancora, ma non sono molto produttivi.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 giugno 2013 da in recensioni con tag , , .
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