Charly's blog

Il mondo in fiamme e la spallata della modernità

Il bello delle verità è che se le cacci fuori dalla porta rientrano dalla finestra. E nel farlo chi le ha cacciate si becca in piena faccia le schegge della finestra andata in frantumi. Non è mai una buona idea ignorare i fatti…

Si è già scritto a più riprese che la teoria migliore per spiegare il capitalismo non è il libero mercato che non è mai esistito fuori dai libri di testo, ma quella dell’evoluzione di Sua Santità Darwin. L’evoluzione non è altro che l’adattamento tramite selezione naturale delle specie animali e vegetali in un ambiente mutevole caratterizzato dalla competizione per le scarse risorse. Niente corsa verso il progresso o altro sciocchezze simili. I batteri sono venuti al mondo prima degli animali complessi ma esistono tuttora. Nel capitalismo le aziende seguono la stessa logica in un ambiente mutevole con viepiù l’innovazione tecnologica. Anche qui c’è chi si adatta e chi si estingue, che poi sarebbe il modo nobile per dire “chi vince mangia, chi perde non mangia”.

Negli ultimi anni svariati paesi sono alle prese con rivolte di piazza e agitazioni più o meno violente. L si possono dividere in tre gruppi:

_ paesi alle prese con il mal governo ma non necessariamente  malconci: Brasile (soprattutto) e Bulgaria (molto meno);

_ paesi poveri e tradizionalisti: aka la primavera araba (Egitto, Tunisia, Libia, Siria);

_ paesi in sviluppo economico ma tradizionalisti: Turchia.

L’elemento più comune è la tradizione e l’ancoraggio al passato, schiacciato proprio dal contatto con la modernità. Un concetto non molto chiaro per le masse, dato che in Egitto hanno votato dei fessacchiotti medievali salvo poi essersi resi conto del conseguente disastro economico. Una tendenza comune: il mondo islamico, infatti, è reduce da una prima modernizzazione fallita subito dopo l’esperienze coloniale che è poi degenerata in fondamentalismo religioso. Il caso più noto è l’Iran che da paese filo occidentale è tornato indietro di 1000 anni. Purtroppo per loro l’economia presenta il conto…

In un mondo pre globalizzato si poteva vivere in povertà ignorando gli altri per via dell’isolamento. In un mondo globalizzato, invece, non lo si può più fare perché la competizione si applica anche le attività economiche locali. Non tutte, attenzione, dato che se vuoi prendere un caffè vai al bar sotto casa e non a Pechino, ma nel caso si subiscono gli effetti indiretti (se sei disoccupato niente più caffè). Né si può tornare indietro per via degli effetti della rivoluzione tecnologica degli ultimi due secoli. L’Italia, per dire, oggi vanta 60 milioni di abitanti, secoli fa non arrivava a 10. Rinunciare alla tecnologia e ai scambi commerciali vuol dire anche rinunciare al sostentamento per questa popolazione. Il che pone qualche lieve problemino, che dite?

Dopo due secoli di evidenza storica è palese che lo sviluppo economico richieda anche lo sviluppo sociale. Si va dalle classiche necessità di un potere politico circoscritto, di una mentalità favorevole al commercio, alla rappresentanza politica dei ceti emergenti fino alla modifiche socio culturali degli ultimi secoli. L’idea che l’Occidente abbia abbandonato la tradizione per via di una sorta di mania è molto comune fra i conservatori, ma si scontra con le necessità della competizione. Per sopravvivere si deve adottare la strategia richiesta, anche se va contro la tradizione. Ma se questo comportamento è accettabile in economia, perché non dovrebbe esserlo in ambito culturale?

La mobilità geografica richiesta dalla bizze del capitale porta ad una riduzione del controllo familiare, unito al disprezzo per persone obsolete e inutili che continuano a pretendere di dettar legge. La necessità di una manodopera più qualificata porta allo sviluppo dell’istruzione e del suo crescente costo. Da qui la riduzione del numero dei pargoli: tutte le economie avanzate registrano un crollo della natalità, altro che la fine della fede. Il Giappone è un paese cattocoso? E da quando?

La necessità di sostenere le capacità produttive, infine, punta ad una diversificazione dei prodotti creati per soddisfare le esigenze delle persone. L’idea che la pubblicità crei nuove necessità dal nulla è una sciocchezza, basta vedere un quadro del Rinascimento per capire che la moda esisteva già all’epoca. Anche il più inutile dei ninnoli risponde a delle esigenze di carattere sociale quale l’essere accettato.

Chi ha accettato la Rivoluzione Industriale è poi dovuto passare per quella francese, chi non l’ha fatto da paese ricco per millenni è diventato un paese sottosviluppato (l’Egitto). Per questo motivo, in genere, si ritiene che liberalismo e liberismo siano sinonimi, ma è improprio. Il primo riguarda i rapporti politico/sociali, il secondo quelli economici. E le due sfere non necessariamente devono coincidere.

Quel che si vede è la fine di un mondo e il tentativo di nascita di un altro. Per forza di cose si vengono a formare resistenze anche violente contro la perdita di potere economico o di status. Ma molti conservatori nostrani dovrebbero capire che non si può avere il capitalismo senza la morte del mitologico “ieri”. Se vuoi lo sviluppo ti becchi anche l’emancipazione femminile, se vuoi la tecnologia ti becchi anche la necessità di qualificare le nuove generazioni che poi faranno strage delle idiozie reazionarie dei padri. L’ironia della situazione è che sono proprio i conservatori a rifiutare l’evidenza dell’evoluzione.

Francis Fukuyama scrisse che questo fenomeno avrebbe portato alla convergenza di tutti i paesi verso la fine della storia liberal/liberista, ma io sarei molto meno ottimista. Si possono registrare, infatti, dei fallimenti nel tentativo di sopravvivere liberandosi della spazzatura conservatrice. Nell’evoluzione, infatti, si registra prima o poi l’estinzione finale di tutte le specie.

Nota metodologica: religione e tradizione non sono sinonimi. Il coltivatore americano medio andrà al cesso con la Bibbia ma poi non si fa problemi ad adottare gli OGM. Che volete, la fede sopravvive solo con il fai da te.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 luglio 2013 da in economia con tag , , .
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