Charly's blog

Un italiano, un immigrato e il libero mercato entrano in un bar…

Gli italiani sono davvero strani, non c’è che dire. La legge Bossi-Fini è entrata in vigore nel 2002, ma se si considera il numero dei morti non si era messi bene manco prima. Dal ’96 ad oggi, infatti, sono deceduti 6.000 immigrati clandestini nel Canale di Sicilia [1]. Si è dovuto aspettare, però, l’ultima tragedia per avviare una riflessione sul tema subito stravolta dal sentimentalismo. Già si parla di superare la Bossi-Fini puntando su una non meglio precisata politica di accoglienza, persino gli stessi che hanno votato quel testo, salvo dimenticarsi che il referendum dei radicali sull’immigrazione non ha raggiunto le firme necessarie [2]. Che volete, siamo in Italia, la situazione è tragica, mica seria.

Quel che mi diletta di più sull’argomento, tuttavia, è la sostanziale assenza di una visione d’insieme. Abbiamo gli immigrati, va bene, ma non ci si chiede mai perché ci siano i suddetti flussi migratori. Storicamente parlando, infatti, l’umanità nasce migratoria, poi diventa sedentaria con l’invenzione dell’agricoltura. Da lì ci si è mossi in caso di eventi politici (l’avanzata degli Unni contro le tribù germaniche), i cambiamenti climatici (i raid vichinghi) o per la ricerca di risorse esterne (la mondializzazione della storia da parte degli europei a partire dalla prima età moderna). Nel novero non è da aggiungere la conquista dato che l’acquisizione di nuovi territori non porta necessariamente alla colonizzazione (l’impero Ottomano, per dirne uno o quello Achemenide per dirne un altro).

L’avvento del libero mercato ha cambiato il quadro. Il capitalismo promuove la competizione con la libera circolazione del capitale e delle merci e, si sa, in un contesto competitivo c’è chi vince e chi perde. Il ciclo economico, infine, oscilla fra periodi di crescita e quelli di recessione. Mettete il tutto in uno scenario globale e cosa abbiamo? Aree del pianeta che vincono la competizione e sono in crescita economica con relativa necessità di maggiore manodopera, mentre altre sono in recessione con l’’onere della disoccupazione. In più l’immigrazione porta altri benefici nell’ottica della teoria economica: tiene i salari bassi,  porta ad una divisione politica nella forza lavoro dato che gli autoctoni sono messi in conflitto con i nuovi arrivati e sono spendibili alla bisogna (se ne hai bisogno li prendi, se non servono più li mandi a casa). Per questo motivo il libero mercato si basa su tre pilastri: la libera circolazione delle merci, dei capitali e della manodopera (che dire persone pare brutto) [3]. Della serie se la canta e se la suona: la libera circolazione delle merci e dei capitali causa i casini (tipo i fallimenti delle imprese locali e disoccupazione) che per essere risolti portano alle migrazioni.

Le conseguenze della cosa? Tanto per cominciare la risposta classica del “aiutiamoli a casa loro” equivale a renderli più competitivi in termini economici. Un conto, per l’appunto, è chi scappa da guerre o disordini, o un altro è chi è costretto per l’andamento claudicante dell’economia. Così facendo, però nasce il problema della competizione estera con relativo fallimento delle imprese autoctone. Morale? Oggi l’immigrato è africano, un domani sarebbe europeo. Non cambia nulla perché è insito nel libero mercato, mal che vada ad essere modificato è chi si muove. L’unificazione dell’Italia, ad esempio, è stato un modello di libero mercato con flussi migratori che non si percepiscono più come tali per via della nazionalità (costruita a tavolino) comune. Oggi si può lavorare ovunque nel territorio italiano, no? Il libero mercato presuppone la mobilità anche se il mondo fosse totalmente in pace e privo di disuguaglianze economiche rilevanti (per il momento preso in esame, subito dopo l’equilibrio viene meno per via del chi vince e del chi perde).

Il secondo elemento da rilevare è l’idea dell’immigrazione qualificata. Mentre il capitale e le merci distruggono alla cieca e sono liberi di entrare  a piacimento negli Stati, le persone vengono prima misurate e poi soppesate in base alle necessità dei paesi. Peccato che queste si suddividano in lavori ad alto e basso livello. Nel primo caso chi può accedervi si sposta non perché non lavora, ma per le migliori condizioni lavorative. A dispetto della flexicurity, infatti, la Svezia è alla ricerca di medici (ma non ditelo a chi ha il cognome che inizia per Ichi e finisce per no) [4], ma il medico lavora anche in Italia. Se si sposta è per le migliori condizioni lavorative. Dall’altro lato c’è chi è costretto a lavori indegni, un po’ come quelli schiavizzati a Rosarno. Sia come sia, l’immigrazione qualificata in genere non è una soluzione per chi viene espulso dal mercato del lavoro, ma per chi è già dentro e vuole migliorare le proprie condizioni lavorative.

Aperto l’inciso. Avete mai letto le storie degli italiani in fuga? Cos’hanno in comune? Questo: “ho portato i CV e mi hanno assunto con condizioni lavorative decenti, non come in Italia”. Delle due l’una: o nei CV c’è una mazzetta di soldi oppure l’esperienze e le qualifiche sono tali da garantire un accesso sul mercato del lavoro. Il che vuol dire che le hanno ottenute in Italia lavorando. Chi può emigrare? Chi può lavorare anche in patria o chi viene sfruttato.

Ricapitoliamo: la costruzione di un libero mercato presuppone la mobilità che viene scoraggiata da fattori culturali di resistenza (il “non si affitta ai meridionali”è  roba di pochi decenni fa, eh) e restrizioni all’immigrazione. La conseguenza è quella dei respingimenti di persone che potrebbero vivere perfettamente a casa loro in caso di economie di sussistenza, ma che sono costretti a muoversi per via del libero mercato (aka l’Africa). E non si tratta solo di un fenomeno extra UE ma anche interno visto che per costruire un vero mercato unico si deve incentivare la mobilità europea. Finora il processo è fallito per via delle differenze linguistiche e culturali, nonché per le difficoltà legate a sistemi previdenziali e legislativi non integrati. Se ve lo chiedete il tanto declamato “più Europa” punta in quella direzione [5].

Questo è uno dei tanti motivi per i quali il locale è rinato in questi anni di globalizzazione selvaggia. Gli Stati-nazione sono recenti e costruiti a tavolino, è vero, ma questo non toglie il fatto che gli esseri umani rimangano creature sociali vagamente tribali. Morta la Nazione si torna al clan, alla tribù e non si passa mica ad essere un cosmopolita cittadino del mondo. Un concetto troppo complesso per chi erge a dio il Mercato.

[1] Cfr. http://www.agi.it/cronaca/notizie/201310031351-cro-rt10191-immigrati_triste_record_canale_di_sicilia_dal_96_6_000_morti.

[2] Cfr. http://www.radicali.it/rassegna-stampa/referendum-depositate-firme-cassazione.

[3] Al riguardo la Scuola Austriaca spiega bene la cosa: http://vonmises.it/2012/07/04/limmoralita-e-linefficienza-delle-restrizioni-allimmigrazione/.

[4] Cfr. https://ec.europa.eu/eures/main.jsp?lang=it&catId=9676&myCatId=9676&parentId=20&acro=news&function=newsOnPortal.

[5] Cfr. http://www.edizionitraguardisociali.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=113828.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2013 da in economia con tag , , , , .
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