Charly's blog

Rifugiati, migranti e lavoratori nel paese del sentito dire (l’Italia)

L’aspetto più bello dell’opinione pubblica italiana è la totale mancanza di preparazione tanto teorica quanto pratica. Non si affronta mai un problema in anticipo né ci si sente in dovere d’informarsi prima, ma si preferisce aspettare l’avvenimento. La notizia del giorno è l’ecatombe di Lampedusa e come era facile da prevedere la cosa ha ingenerato non poca confusione. Analizziamo il tutto con logica e con ordine.

Tanto per cominciare il rifugiato non è un immigrato. Nel caso specifico di Lampedusa abbiamo a che fare con rifugiati in fuga da guerre, massacri e regimi dittatoriali [1]. Al riguardo l’articolo 10 della Costituzione così recita [2]:

 Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Se si considera i numeri, inoltre, l’italiano medio straparla di cose che non capisce affatto. Basta dare un sguardo ai dati Eurostat per scoprire che gli altri paesi hanno accolto un numero ben maggiore di rifugiati [3]. Se si considera solo le domande del 2.012 la Germania guida la classifica con 77.540  richieste, a seguire abbiamo la Francia con 60.560, la Svezia con 43.865, il Regno Unito con 28.175, il Belgio con 28.105, l’Austria con 17.425 e poi l’Italia con  15.715 a fronte di un numero totale di richieste pari a 331.975. Già che ci siete tenete in considerazione anche il numero della popolazione complessiva dei vari paesi, giusto per farsi umiliare un po’ di più dal Belgio e dall’Austria. Nel complesso la Germania, la Francia e la Svezia sono destinatari di quasi il 60% delle domande totali.

Andare in Europa, quindi, e parlare d’invasione da parte di rifugiati è il modo migliore per essere presi a pernacchie. Passiamo, ora, all’immigrato lavoratore wannabe. Prima di tutto occorre una banale premessa teorica. Un sistema di libero mercato si basa su tre pilastri: libertà di circolazione delle merci, dei capitali e della forza lavoro. Per capire il perché basta fare una simulazione. Immaginate un pianeta, chiamiamolo Ugualistan, dove ogni nazione possiede la stessa ricchezza, la stessa struttura della popolazione e le stesse caratteristiche economiche. Un sistema capitalista, tuttavia, è un sistema competitivo dove c’è chi vince e chi perde. Il che comporta che prima o poi i livelli di ricchezza e le caratteristiche del sistema economica varieranno in relazione all’andamento del ciclo economico. Le aeree geografiche (attenzione, aree geografiche e non Stati) di successo saranno in crescita e avranno bisogno di manodopera, quelle perdenti saranno in recessione e dovranno risolvere il problema della disoccupazione. In più vi sono elementi culturali come il calo delle nascite da una parte e il Youth Bulge dall’altra, nonché le innovazioni tecnologiche che possono devastare intere economie. La fusione nucleare e l’auto elettrica, per dire, saranno una mazzata incredibile sui paesi produttori di petrolio. È solo l’ABC dell’economia.

Dite che è solo teoria? Fate male, abbiamo un esempio in casa nostra. A seguito dell’unificazione dell’Italia del 1.861 abbiamo avuto anche la costruzione di un mercato unico. Ogni cittadino italiano può spostarsi dove più gli aggrada sul territorio italiano e la cosa non viene percepita come immigrazione per via della nazionalità (costruita a tavolino) comune. Concettualmente parlando, però, è solo una foglia di fico sullo stesso fenomeno. E per la cronaca, economicamente parlando in 150 anni di storia abbiamo avuto parti del paese vincenti e altre perdenti.

In termini teorici la globalizzazione dovrebbe per l’appunto portare ad una forma non tanto di governo ma, almeno, di coordinamento globale. In più si dovrebbe sviluppare una sorta di cosmopolitismo con relativo supermento dei sentimenti nazionali e sviluppata mobilità geografica. La pratica degli ultimi decenni, però, ha smentito clamorosamente questa aspettativa. A rinascere è stato il locale – Bauman parla di glocalizzazione – ed è vero che lo Stato-nazione è in crisi, ma al suo posto è spuntato lo Stato-tribale locale. Anche aree culturalmente affini come la UE registrano una bassa mobilità a discapito di andamenti diseguali nel ciclo economico.

Appurata la teoria, scendiamo nelle minutagli del dibattito italico. A destare clamore è la ventilata ipotesi di abolire il reato di clandestinità. La cosa ha scatenato non poche reazioni, anche fra i grillini. Ecco l’opinione di Grillo [4]:

Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.

Che dire? Quel che si dice una politica basata sugli umori dell’elettorato…

Se si considera la cosa in termini giuridici, il reato di clandestinità è stato introdotto con la legge 94 del 2.009. La cosa in sé ha scatenato non poche perplessità dato che si punisce uno stato e non una condotta, ma l’aspetto più divertente è un altro. A dispetto di quanto in genere si pensi, il clandestino non finisce in galera ma è soggetto al pagamento di una contravvenzione di 5.000/10.000 euro [5]:

Art. 10-bis. – (Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato). – 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del presente testo unico nonchè di quelle di cui all’articolo 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68, è punito con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro. Al reato di cui al presente comma non si applica l’articolo 162 del codice penale.

L’abolizione della cosa, quindi, influisce soltanto su un conquibus di difficile (per usare un eufemismo) versamento e non sull’immigrazione illegale in quanto tale. In base alle normative vigenti il clandestino viene in ogni caso allontanato e rimpatriato nel paese d’origine. Ripeto: ‘sta cosa è una mera minutaglia tecnica che non ha influenza alcuna sul fenomeno migratorio. Morale? La gente sta litigando sul nulla!

Altro argomento dibattuto è la legge Bossi-Fini. Al riguarda basta segnalare che nei primi otto mesi del 2.013 sono arrivate in Italia 21.241 persone contro le 15.570 persone registrate nel 2.012 [6]. So di essere un pericoloso bolscevico, ma le cose si giudicano in base ai loro risultati e la legge in questione non mi pare che sia particolarmente efficace.

Passiamo, ora, all’immigrazione in quanto tale. Da più parti si sta facendo strada la curiosa idea che l’immigrazione debba essere selettiva in base alle esigenze dei paesi. Posizione curiosa dato che non si dovrebbe effettuare lo stesso trattamento per le merci e i capitali e l’immigrazione è causata proprio da questi due simpaticoni. Quanti immigrati africani avete visto prima che il Continente Nero fosse integrato nell’economia mondiale? Appunto. In ogni caso la cosa è impossibile per via dell’andamento imprevedibile del ciclo economico. Nessuno è in grado di prevedere le professioni scoperte fra 5 o 10 anni per via dell’economia in sé, dei fattori culturali o delle innovazioni tecnologiche. Nel 2.005 ben pochi avevano previsto la recessione con relativo calo della richiesta della manodopera. E non solo, all’epoca la Germania era in condizioni pietose e solo a partire dal 2.007 i crucchi hanno cominciato il loro ultimo canto del cigno (mi spiace, i tedeschi non sono i primi della classe, sono solo degli avvoltoi che momentaneamente hanno sfruttato una deflazione salariale interna, strategia di corta durata) con relativa crescente domanda di forza lavoro. Morale? Non su può fare, sorry… o se lo sapete fare mettete su carta numero su numero le professioni richieste nel 2.020, grazie.

Ma come siamo messi in termini numerici? Al 2.011 la Germania ospitava 7,2 milioni di persone, la Spagna 5,6 milioni, l’Italia 4,6 milioni, il Regno Unito 4,5 milioni, la Francia 3,8 milioni. Questi cinque paesi ospitano il 77,3% del totale degli immigrati nella UE [7]. Nel caso italiano si è passati da 1,3 milioni di disoccupati nel 2.003 agli oltre 4 in un decennio scarso, raggiungendo il 7,9% della popolazione. Di questi 3,6 milioni sono extra UE e si concentrano per il 65% nel Nord del paese [8]. I marocchini sono pari a 501.610 unità, gli albanesi sono 483.219 unità e i cinesi sono pari a 274.417 unità.

Se si considera la forza lavoro, abbiamo 1,2 milioni di cittadini UE e 2,7 milioni extra UE. Il tasso di occupazione è pari al 63,2% contro il 61,4% degli italiani. Vuol dire che come dice l’industrialotto del Nord-est fantagenio (tipo Giovanni Pagotto) l’italiano non ha voglia di lavorare? Uh, come no. Il tasso di disoccupazione fra gli stranieri è pari al 14,1% contro il 12,2% degli italiani. Vi chiedete perché il tasso di occupazione è maggiore? Per via del metodo di calcolo:

tasso occupazione = occupati/ popolazione x 100

La popolazione degli immigrati è più idonea al lavoro perché si sposta chi può essere impiegato nel mercato del lavoro del paese. Si prende in considerazione la popolazione attiva, coorte d’età 15-64 anni, ma nel numero ci sono i pensionati italiani pre 64 anni e gli studenti che riducono la base della popolazione, mentre mancano ovviamente quelli stranieri.

A destare interesse non dovrebbe essere tanto il numero degli immigrati in sé, nella media, ma la loro occupazione per settore. Il lavoratore straniero sopravanza in termini percentuali quello italiano in settori quali l’agricoltura, l’industria, l’edilizia. Nel settore dei servizi avviene solo nell’assistenza alle persone, in pratica parliamo delle badanti. L’identikit dell’immigrato, allora, vede una prevalenza di persone a bassa qualifica o ad elevata qualifica ma sottoqualificata in termini lavorativi [9] con ovvia perdita in termini economici. Si parla tanto di fuga dei cervelli ma sarebbe più opportuno focalizzare l’attenzione sul mancato arrivo dei cervelli altrui. Il meccanismo non funziona perché l’elevata competenza e le skills non servono in un contesto economico caratterizzato da attività economiche a scarsa o nulla innovazione e a conduzione familiare. Sapete com’è, se sei altamente qualificato non ti sposti se devi lavare i cessi a tizi con la 5° elementare che ti chiamano neger e che ti vengono a dire che bisogna lavurarareeee e non usare un po’ il cervello. E se non mi credete provate un po’ a leggere i commenti su Libero e il Giornale.

 D’altronde questo è anche il motivo delle difficoltà lavorative dei laureati italiani ma, si sa, è meglio perdere tempo sugli articoli di legge per nulla efficaci ad incidere sulla realtà. In conclusione, il fenomeno migratorio è poco compreso e valorizzato ma non si dovrebbe temere alcunché. Se il declino dell’Italia persisterà su questa rotta in pochi anni di immigrati non ci saranno più e a fare le valigie saranno gli italiani stessi. Sono soddisfazioni, no?

[1] Cfr.  http://www.lettera43.it/politica/migranti-le-ragioni-della-fuga-dall-africa-nera_43675110430.htm.

[2] Cfr. http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html.

[3] Cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/product_details/publication?p_product_code=KS-QA-13-005.

[4] Cfr. http://www.beppegrillo.it/2013/10/reato_di_clandestinita.html.

[5] Cfr. http://www.parlamento.it/parlam/leggi/09094l.htm.

[6] Cfr. http://www.ansa.it/mare/notizie/rubriche/uominiemare/2013/10/09/Naufragio-aumento-flussi-irregolari-2013-_9435524.html.

[7] Cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Migration_and_migrant_population_statistics/it.

[8] Cfr. http://www.lavoro.gov.it/ricerca/Pages/default.aspx?k=rapporto%20annuale%20immigrati%20mercato%20lavoro. Rapporto annuale sul mercato del lavoro degli immigrati.

[9] Esempio: lavorando per il Censimento ho visto una moldava laureata in chimica che lavorava come badante.

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Questa voce è stata pubblicata il 12 ottobre 2013 da in cronaca con tag , , , .
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