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Sul cuneo fiscale

In questi giorni possiamo assistere al dispiegamento dell’immenso potere riformatore dell’esecutivo targato Letta. Si doveva spaccare le reni al cuneo fiscale e conquistare un posto al sole della competitività globale e così si è fatto. Stando alle stime della Cgia il taglio previsto si traduce in una busta paga più pesante di 13/4 euro al mese [1]. Notevole, nevvero?

Partiamo dalla teoria: perché il cuneo fiscale è così importante? Con questo termine si indica in percentuale il rapporto fra le imposte sul lavoro e il costo complessivo del lavoro. Esempio pratico: per dare uno stipendio di 100 monete si deve pagare 100 monete in tasse/contributi, ergo l’imprenditore deve sborsare 200 monete. Con un cuneo minore si riduce il costo: per sborsare 100 monete devi spenderne 150 con risparmio di 50 monete. Nulla vieta, ovviamente di aumentare lo stipendio portandolo a 110 con relativo cuneo di 160 monete. Così facendo l’imprenditore sborsa meno e il lavoratore si ritrova più soldi in tasca. Semplice, no?

Esaminiamo ora, la cosa in termini comparativi (dati Ocse) [2]:

Paese Tax wegde 2010
Belgio

55,4%

Francia

49,3%

Germania

49,1%

Austria

47,9%

Italia

46,9%

Ungheria

46,4%

Svezia

42,7%

Slovenia

42,4%

Rep. Ceca

42,2%

Finlandia

42%

Estonia

40%

Spagna

39,6%

Olanda

38,4%

Danimarca

38,3%

Rep. Slovacca

37,8%

Portogallo

37,7%

Turchia

37,4%

Norvegia

36,8%

Grecia

36,6%

Polonia

34,3%

Lussemburgo

34%

UK

32,7%

Islanda

31,3%

Giappone

30,5%

Canada

30,3%

Usa

29,7%

Irlanda

29,3%

Australia

26,2%

Svizzera

20,8%

L’Italia si posiziona verso il vertice della classifica, ma non entra neppure nella top 3. È da notare che i paesi scandinavi, pur avendo un tasso aggregato della tassazione superiore a quello italiano, sono caratterizzati da un cuneo fiscale minore. Solita storia, più che il livello in tassazione in sé si dovrebbe guardare la sua modulazione. Anche il cuneo fiscale non sfugge alla storia della modulazione dato che si divide in tassazione sul reddito e le spese previdenziali/assicurazioni sociali a carico del lavoratore o del datore di lavoro. Nel caso italiano la tassazione sul reddito pesa al 15,4% del costo del lavoro, mentre per il resto è al 7,2% a carico del lavoratore e al 24,3% a carico del datore. In termini comparativi, il valore italiano della tassazione sul reddito è superato da quello tedesco (15,7%), belga (21,6%), islandese (22,8%) e quello australiano (20,4%). Per quanto riguarda i paesi – tassa&spendi della mitologia liberista – scandinavi il valore è superiore nei casi finlandese (18%), danese (27,9%) e norvegese (18,6%). La Svezia, invece, presenta un valore più basso (14,5%).

Per quanto riguarda le varie spese sociali, l’Italia vanta un 7,2% a carico del lavoratore e un 24,3% a carico del datore di lavoro. Il primo valore non è particolarmente elevato rispetto a quello degli altri paesi (la Germania è al 17,2%, l’Olanda al 14,1%, la Slovenia al 19%, l’Austria al 14%), a differenza del secondo che si posiziona al 4° posto dietro a Francia (29,7%), Estonia (25,6%) e Rep. Ceca (25,4%). Per la cronaca, un taglio dei contributi previdenziali in un regime contributivo vuol dire un importo della pensione minore, rendendo questa strada poco praticabile a meno che non ci sia un pari sviluppo nelle pensioni integrative. Certo, non vedo il vantaggio di avere 100 euro in tasca in più grazie al taglio delle pensioni che poi dovranno, comunque, finire in un’assicurazione privata che finanzia sempre la suddetta pensione. Com’è che si chiama? Gioco delle tre carte?

Una piccola nota metodologica: questi dati sono relativi a lavoratori single senza figli. Con differenti configurazioni familiari il carico fiscale presenta modulazioni differenti.

Al netto dei dati, cosa s’impara? Che il cuneo fiscale varia da paese a paese non solo in termini di valori assoluti, ma anche per composizione. Da solo il cuneo, inoltre, non è sufficiente a spiegare la performance economica dei vari paesi. Si dovrebbero soltanto aggiungere millemila variabili quali quelle relative all’azione statale (giustizia, burocrazia, capitale sociale, infrastrutture, politiche industriali o altro), le risorse naturali del paese, eccetera eccetera. Declinando il tutto al caso italiano il taglio del cuneo fiscale, anche nella variante da doppia cifra, non basterà. A mancare del tutto, allora, sono gli elementi di cui sopra figli di una politica degna di questo nome e di una cittadinanza all’altezza del compito (da cui emana la politica degna di questo nome). La misura one shoot non basta, serve una politica di ampio respiro che si dipana nell’arco di una decisa azione riformatrice di durata pari ad alcuni anni. Guarda caso è giusto quello che è mancato negli ultimi 20 anni.

[1] Cfr. http://www.cgiamestre.com/2013/10/col-taglio-del-cuneo-vantaggio-fiscale-massimo-di-14-euro-al-mese/.

[2] Cfr. http://www.oecd.org/ctp/tax-policy/taxingwages-maintrends.htm.

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Un commento su “Sul cuneo fiscale

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2013 da in economia con tag , , , .
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