Charly's blog

La spesa pubblica? È incomprimibile, sorry

Qualche tempo fa Fassina se n’è uscito con post dedicato alla spesa pubblica argomentando che non dovrebbe essere tagliata per via del suo minore importo pro capite in comparazione con gli altri paesi europei [1]. Il problema è che Fassina ha utilizzato un metro di comparazione piuttosto inusuale: la spessa è espressa in euro e non in percentuale sul Pil. La cosa è totalmente erronea perché non tiene conto del differente portafoglio di partenza. Va da sé che chi è più ricco possa spendere di più.

Più in generale si dovrebbe notare che spendere x o y di per sé non è affatto garanzia di qualità o efficienza. Viceversa, sapere quanto si spende sul Pil per x o y è utile per chiarire quali siano le priorità di un paese. Prima di tutto servono i dati sulla spesa pubblica che possono essere facilmente ottenuti dal database Eurostat. L’Italia nel 2.012 presentava un valore pari al 50,6% del Pil, dietro alla Danimarca (59,5%), alla Francia (56,6%), alla Finlandia (56,6%), al Belgio (55%), alla Grecia (53,6%), alla Svezia (52%) e all’Austria (51,7%), ma davanti all’Olanda (50,4%), al Regno Unito (47,9%), al Portogallo (47,4%), alla Spagna (47,8%), alla Germania (44,7%). In pratica il bel paese si situa a ridosso della vetta: ottava posizione su 31 paesi presi in esame (UE + la Svizzera, la Norvegia e l’Islanda).

Il valore della spesa in sé, tuttavia, non dice abbastanza perché non spiega dove vengano spesi questi soldi. La risposta viene dai numeri che vengono graziosamente forniti da una ricerca del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato e da un paper dell’Istituto Bruno Leoni [2], nonché quelli tratti dal DEF. Partiamo da quest’ultimo (valori espressi in migliaia):

_ reddito lavoro dipendente: 165.366 (10,6% del PIL);

_ prestazioni sociali: 311.413 -dei quali 249.471 sono per la spesa pensionistica- (19,9% del PIL);

_ consumi intermedi: 132.279 (8,4% del PIL);

_ altre spese correnti:  57.480 (3,7% del PIL);

_ interessi passivi: 86.717 (5,5% del PIL);

Il totale è pari 753.255 (la spesa sanitaria è pari a 110.842) a cui va aggiunta la spesa in conto di capitale (47.827). Nell’anno in corso su una spesa complessiva pari a 807 miliardi ben 360 miliardi finiscono in pensioni (la spesa previdenziale da sola copre quasi un terzo delle spese) e sanità, quasi la metà del totale. Con gli interessi la cifra raggiunge quasi i 440 miliardi, una percentuale superiore al 50%.

Cosa ci dicono questi dati? Che la spesa pubblica in Italia è principalmente concentrata sulla spesa previdenziale e su quella sanitaria (legata all’età media della popolazione), a discapito della costruzione di un sistema di welfare universale e a vantaggio delle coorti d’età più giovani. Mancano, infatti, redditi minimi garantiti, sussidi di disoccupazione universali, tutele della maternità e compagnia cantante.

Intervenire sulla spesa pubblica, allora, vuol dire intervenire sulle prestazioni sociali (311 miliardi), sugli interessi (86 miliardi), sugli statali (165 miliardi). Agire sulle pensioni è difficile dato che i pensionati non navigano nell’oro. Ci sono, tuttavia, le false pensioni d’invalidità (5/10 miliardi) e una possibile stretta su quelle d’oro anche se la cosa sarebbe illogica perché se una persona ha versato i contributi dovrebbe anche poi godere dei benefici. Per la sanità si stima un 10 miliardi di sprechi su un totale di 110 miliardi complessivi. Sugli interessi, invece, c’è poco da fare. Morale? Che su quasi metà della spesa pubblica si può tagliare, se va bene, un 20 miliardi.

L’agire sul versante dei dipendenti pubblici, invece, non tiene conto della composizione di questo settore. In termini prettamente numerici si registrano 58 statali ogni 1.000 abitanti, contro i 65 della Spagna, i 92 del Regno Unito e i 94 della Francia [3]. Se si considera il settore lavorativo, su un totale di circa 3,4 milioni la scuola assorbe più di 1,2 milioni di persone, la sanità più di 800 mila, le forze dell’ordine quasi 400 mila, le forze armate più di 180 mila. Il resto del personale è quello amministrativo o tecnico. Tagliare a destra o manca, quindi, vuol dire eliminare la sanità o la scuola pubblica cosa che, di per sé, mi va anche bene dato che con la prima non ho mai iniziato e con la seconda ho già concluso. Chi lo va a dire, però, al vecchietto con l’esenzione C/E che deve pagarsi la visita medica e alla mamma di turno che deve versare le rette per la scuola dei figli? Lo fate voi? Auguri.

Rimangono sì e no 200 miliardi fra spese e consumi per il funzionamento dello Stato stesso. Anche qui quanto pensate di poter ricavare? Mettiamo un 10%? Alla fine abbiamo trovato 40 miliardi, ammettendo di avere istituzioni perfette con zero sprechi, su una spesa che supera gli 800! Anche ipotizzando che sia possibile una super stretta sulle spese, diciamo dell’ordine del 10%, siamo intorno agli 80 miliardi. Pochi, tanti? Aspettate un pochino e vedremo.

Aggiungiamo al tutto gli altri paesi. Per effettuare un confronto con gli altri paesi europei si utilizza la decomposizione COFOG (Classifications of the Functions of Go­vernment) in cui la spesa primaria è divisa in dieci campi primari: Servizi generali, Difesa, Ordine pubblico, Affari economici, Ambiente, Abitazioni e territorio, Sanità, Attività ricreative, culturali e religiose, Istruzione, Prote­zione sociale. Nel 2.011 l’Italia spendeva il 4,2% del Pil per l’istruzione contro il 6% della Francia, il 4,3% della Germania, il 6,5% del Regno Unito, il 6,4% della Finlandia, il 6,8% della Svezia, il 7,8% della Danimarca. Per la sanità l’Italia ha speso il 7,4% del Pil contro l’8,3% della Francia, l’8% del Regno Unito, il 7% della Germania, l’8,4% della Danimarca, il 7% della Svezia.  Per la protezione sociale ha speso il 20,5% del Pil, un valore inferiore a quello danese (25,2%), finlandese (23,7%) e quello francese (23,9% del Pil), prossimo a quello svedese (20,8%), ma superiore a quello tedesco (19,6%), quello inglese (17,9%). È da tenere conto, ovviamente, anche alla qualità della spesa visto che i sistemi di welfare scandinavi sono ben’altra cosa rispetto a quelli mediterranei.

L’Italia si piazza bene in termini di spesa militare, 1,5%, dietro a Francia (1,8%) e Regno Unito (2,5), ma davanti alla Germania (1,1%); male le attività ricreative, culturali e di culto (0,6%). Degno di nota è il confronto fra l’Italia e la Germania:

Italia Germania
Serv. Generali 3,9 3,7 +0,2
Difesa 1,5 1,1 +0,4
Sicurezza 2 1,6 +0,4
Aff. Economici 3,6 3,5 +0,1
Ambiente 0,9 0,7 +0,2
Assetto Territorio 0,7 0,6 +0,1
Sanità 7,4 7 +0,4
Ricreative, cult. e culto 0,6 0,8 -0,2
Istruzione 4,2 4,3 -0,1
Prot. Sociale 20,5 19,6 + 0,9

Vuol dire che la spesa pubblica non può essere tagliata? No, ma anche sì. Confusi da questa risposta veltroniana? Se guardate il confronto con la Germania abbiamo un paio di punti in più che non possono essere spiegati come un servizio migliore. Con tutta probabilità sono sprechi, ma l’abbiamo già appurato con i 40/80 miliardi che abbiamo teorizzato prima. C’è solo un convitato di pietra: la demografia. Attualmente i pensionati sono il 16,7 milioni e se vengono messi in relazione con il numero degli occupati siamo 71 a 100 a favore dei secondi, valore in calo dal 74 del 2.001. Se si considerano le proiezioni demografiche attualmente siamo in saldo negativo dato che il tasso di natalità è pari a 9,2 ogni 1.000 abitanti contro un tasso di mortalità di 10, mentre il numero medio di figli per donna è pari all’1,4. La coorte d’età 15-64 raccoglie il 65,4% della popolazione, gli over 65 sono pari al 20,5%, con un’età media pari a 43 anni. Per il futuro, a dinamiche invariate, s’ipotizza una popolazione più o meno invariata intorno alle 60 milioni di unità, ma con una componente anziana più numerosa: gli over 65 supereranno il 30% a partire dal 2.043, mentre l’età media si innalzerà fino a raggiungere i 49 anni [2]. Avete capito perché il DEF mette in crescita la spesa per pensioni e la sanità?

Pensioni Spesa sanitaria Interessi
2012

249.471

110.842

86.717

2013

255.200

111.108

83.949

2014

262.671

113.029

86.087

2015

269.764

115.424

88.827

2016

277.104

117.616

91.858

2017

284.785

119.789

92.500

Ecco, allora, la risposta: in termini numerici la spesa pubblica può essere tagliata oggi, ma aumenterà nell’immediato futuro per via delle dinamiche demografiche anche se fosse del tutto perfetta con zero sprechi. Attenti che questi discorso vale anche per gli altri paesi, chi più chi meno. L’unico modo per abbattere il rapporto spesa/Pil, ergo, è aumentare quest’ultimo. Facile, no? Sempre ammesso che si possa fare in un paese di pensionati…

P.S. Sono o non sono meglio di Fassina?

[1] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/stefano-fassina/la-spesa-pubblica-non-va-tagliata_b_4108643.html.

[2] Cfr. Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, Garantire la corretta programmazione e la rigorosa gestione delle risorse pubbliche, 2013; Istituto Bruno Leoni, La spesa pubblica in Italia e in Europa, 2012.

[3] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-26/ricerca-eurispes-italia-impiegati-115157.shtml?uuid=AbjVOujG

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Questa voce è stata pubblicata il 2 novembre 2013 da in economia con tag , , , , , .
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