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Berlusconi? Il fallimento dell’homo oeconomicus. Lo Stato non è un’azienda!

La decadenza di Berlusconi sembra aver messo fine alla carriera politica dell’uomo che per vent’anni è stato il dominus dell’agone politico. Insieme all’ultimo biennio l’uscita di scena di silviosauro, infatti, sembrerebbe anche essere il punto terminale della Seconda Repubblica. Per capire meglio la parabola politica dell’uomo Silvio e la grammatica politica degli ultimi due decenni, tuttavia, è necessario fare un passo indietro al secondo dopoguerra.

Dal 1.945 fino agli anni ’70 l’economia era dominata dalla stabilità garantita dal cosiddetto capitalismo misto. Con questo termine s’indica l’interventismo degli Stati nelle faccende economiche, la forte sindacalizzazione con relativo contrasto con il capitale, nonché la presenza di grandi aziende organizzate secondo i dettami del fordismo e della produzione di massa. Il lavoratore veniva inserito in un posto lavorativo stabile nel tempo con scatti salariali di anzianità e le aziende aveveano mercati di sbocco stabili. A partire dagli anni ’70 gli shock petroliferi fecero inceppare il meccanismo che venne poi sepolto dalle innovazioni tecnologiche e da mutate strategie di management. La tecnica permise di creare catene di produzione su scala globale, esternalizzando settori produttivi in cerca di una maggiore flessibilità. Quest’ultima divenne la parolina magica non solo per la necessità di seguire il mutevole percorso della domanda, ma soprattutto per disinnescare i sindacati e le rivendicazioni salariali.

In termini politici, il duo Thatcher/Reagan incarnò questo cambiamento con le loro politiche tese a deregolamentare qualunque cosa si trovasse in giro e con il loro desiderio di inginocchiarsi davanti a qualunque plutocrate sulla faccia del pianeta. Berlusconi, invece, si affacciò sulla ribalta politica sì con idee simili, ma in forte ritardo. All’epoca della discesa in campo, il ’94, il dinamico duo era già andato in pensione.  Silviosauro ebbe anche la sventura di durare solo pochi mesi e di riottenere il potere solo nel 2.001, ad una generazione di distanza dal termine del potere della Thatcher e di Reagan. Silviosauro si è ritrovato nella poco invidiabile situazione di adottare politiche da anni ’80 del vecchio millennio negli anni dieci del nuovo millennio. Alla fine ha tentato di realizzare la tanto vagheggiata rivoluzione liberale soltanto in parte, essendo più interessato da bravo liberista più al suo culo che a quello degli altri.

Silviosauro, però, ha lasciato un’eredità molto più rischiosa: l’idea che lo Stato possa essere gestito come un’azienda. Qui si può notate l’impronta ideologica di parte dell’elettorato del cdx che proviene dal modello padronale proprio delle imprese del Nord-est. In effetti in pochi arrivano alla conclusione che la disfatta del Silviosauro significa anche la disfatta delle istanze ideologiche di quel modo di vivere e di fare impresa.

Il disastro pratico poteva, tuttavia, facilmente essere previsto grazie ad un paio di riflessioni teoriche. Lo Stato, infatti, non può in alcun modo essere gestito come un’azienda per via di due dimensioni: quella della modalità del potere e quella della finalità. Nel primo caso, mentre il padroncino controlla tutto nella sua azienda in uno Stato contemporaneo vi sono dei limiti alla propria condotta dettati dalla separazione dei poteri e dallo Stato di diritto. Non si può, ad esempio, modificare la forma di Governo secondo i propri capricci, ma si deve adottare la procedura stabilita dalla Costituzione.

Altro elemento d’ostacolo è il ridotto campo d’azione di chi comanda. L’imprenditore può influenzare direttamente la condotta dei propri dipendenti cambiandone le mansioni o i compiti a piacere, mentre lo Stato lo può fare solo con i dipendenti pubblici che sono una frazione della forza lavoro complessiva. Per quanto riguarda i lavoratori privati lo Stato non ha potere di sorta né sulle mansioni lavorative né sulle posizioni ricoperte.

Il punto più importante, infine, è la seconda dimensione. Le finalità di ogni impresa si riassumono nella parola profitto. In quest’ottica ciò che crea valore rimane, ciò che non è in grado di creare valore riceve uno spettacolare calcio in culo. Lo Stato, invece, offre un servizio a dispetto della profittabilità della cosa. Quale sarebbe, per dire, il profitto nel coprire le spese del sistema sanitario e in quello previdenziale? Uno Stato organizzato come se fosse un’azienda sarebbe uno stato dittatoriale dedito alla soppressione dei malati e dei non lavoratori.

Una cosa del genere.

Una cosa del genere.

In conclusione, il lascito di Silviosauro più dannoso non è tanto la mancata azione politica o il danno d’immagine accumulato in dieci anni di gaffe in giro per mezzo mondo. Quel che recherà danni anche in futuro è la demenziale idea che tutto possa essere ridotto ad un’azienda, sia esso lo Stato o la scuola. Nel caso di Silviosauro l’aspetto più divertente è che ha fallito proprio sul campo dell’economia dove avrebbe dovuto regnare incontrastato. L’aspetto più triste è che nessuno si è sentito in dovere di imparare dagli errori. E sì che la cosa crea valore…

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2 commenti su “Berlusconi? Il fallimento dell’homo oeconomicus. Lo Stato non è un’azienda!

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Questa voce è stata pubblicata il 28 novembre 2013 da in politica con tag , , .
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