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Coldiretti: sul protezionismo, sulla globalizzazione.

La Coldiretti, Confederazione Nazionale Allevatori Diretti, ha lanciato una campagna per bloccare al Brennero prodotti che vengono spacciati per italiani. O, per lo meno, è quanto viene detto dai principali mezzi d’informazione. C’è solo una piccola cosa che non torna: esiste già un regolamento UE, il 1.169 del 2.011, che tutela gli alimenti e i consumatori. Ecco l’art. 3:

La fornitura di informazioni sugli alimenti tende a un livello elevato di protezione della salute e degli interessi dei consumatori, fornendo ai consumatori finali le basi per effettuare delle scelte consapevoli e per utilizzare gli alimenti in modo sicuro, nel rispetto in particolare di considerazioni sanitarie, economiche, ambientali, sociali ed etiche.

Ecco l’art 9:

Conformemente agli articoli da 10 a 35 e fatte salve le eccezioni previste nel presente capo, sono obbligatorie le seguenti indicazioni:

a) la denominazione dell’alimento;

b) l’elenco degli ingredienti;

c) qualsiasi ingrediente o coadiuvante tecnologico elencato nell’allegato II o derivato da una sostanza o un prodotto elencato in detto allegato che provochi allergie o intolleranze usato nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito, anche se in forma alterata;

d) la quantità di taluni ingredienti o categorie di ingredienti;

e) la quantità netta dell’alimento;

f) il termine minimo di conservazione o la data di scadenza;

g) le condizioni particolari di conservazione e/o le condizioni d’impiego;

h) il nome o la ragione sociale e l’indirizzo dell’operatore del settore alimentare di cui all’articolo 8, paragrafo 1;

i) il paese d’origine o il luogo di provenienza ove previsto all’articolo 26;

j) le istruzioni per l’uso, per i casi in cui la loro omissione renderebbe difficile un uso adeguato dell’alimento;

k) per le bevande che contengono più di 1,2 % di alcol in volume, il titolo alcolometrico volumico effettivo;

l) una dichiarazione nutrizionale.

Ecco l’art. 26:

L’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria:

a) nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza;

b) per le carni dei codici della nomenclatura combinata (NC) elencati all’allegato XI. L’applicazione della presente lettera è soggetta all’adozione degli atti di esecuzione di cui al paragrafo 8.

3. Quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario:

a) è indicato anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; oppure

b) il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è indicato come diverso da quello dell’alimento.

Come si può notare non si può far passare un prodotto per quello che non è. Di che si lamenta la Coldiretti, ordunque? A loro la parola [1]:

Contiene materie prime straniere circa un terzo (33 per cento) della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati con il marchio Made in Italy, all’insaputa dei consumatori e a danno delle aziende agricole. E’ quanto emerge dal dossier presentato dalla Coldiretti nell’ambito della mobilitazione “La battaglia di Natale: scegli l’Italia” per difendere l’economia e il lavoro dalle importazioni di bassa qualità che varcano le frontiere per essere spacciate come italiane. “Il flusso ininterrotto di prodotti agricoli che ogni giorno dall’estero attraversano le frontiere serve a riempiere barattoli, scatole e bottiglie da vendere sul mercato come Made in Italy”, denuncia il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro che sono stranieri senza indicazione in etichetta, oltre un terzo della pasta ottenuta da grano che non è stato coltivato in Italia all’insaputa dei consumatori, e la metà delle mozzarelle che sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere”. La presenza di ingredienti stranieri nei prodotti alimentari realizzati in Italia è dovuta alla ricerca sul mercato mondiale di materie prime di minor qualità pur di risparmiare, dal concentrato di pomodoro cinese all’olio di oliva tunisino, dal riso vietnamita al miele cinese, offerte spesso a prezzi troppo bassi per essere sinceri, che rischiano di avere un impatto sulla salute.

La Coldiretti lamenta il fatto che si può far passare per Made in Italy ciò che viene sì prodotto in Italia, ma usando ingredienti stranieri. Si fa notare che la qualità degli ingredienti è assai inferiore e, francamente, non è difficile a credersi. L’articolo incriminato dovrebbe essere il 17:

2. È ammesso l’uso nello Stato membro di commercializzazione della denominazione dell’alimento sotto la quale il prodotto è legalmente fabbricato e commercializzato nello Stato di produzione. Tuttavia, quando l’applicazione delle altre disposizioni del presente regolamento, in particolare quelle di cui all’articolo 9, non consentirebbe ai consumatori dello Stato membro di commercializzazione di conoscere la natura reale dell’alimento e di distinguerlo dai prodotti con i quali potrebbero confonderlo, la denominazione del prodotto in questione è accompagnata da altre informazioni descrittive che appaiono in prossimità della denominazione dell’alimento.

Si dovrebbe anche notare, tuttavia, che queste notizie sono già scritte sulle etichette e delle due l’una: o i consumatori sono dei fessi e non  leggono o leggono e prendono ugualmente i prodotti con ingredienti esteri. Se chiedete la mia opinione, un prodotto Made in Italy che utilizza elementi esteri ma confezionati in loco rimane italiano per l’ovvia considerazione che, allora, tutti i prodotti siderurgici o meccanici e tessili non dovrebbero essere più considerati tricolore. Lo stesso vale per un’eventuale opera d’arte come una statua o un quadro che adopera materiali/colori di derivazione estera!

Sotto sotto troviamo un’altra motivazione [2]:

Solo nell’ultimo anno – sottolinea la Coldiretti – sono scomparse 32500 stalle ed aziende agricole e persi 36mila occupati nelle campagne, con impatti devastanti sulla sicurezza alimentare ed ambientale dei cittadini. La chiusura di un’azienda agricola significa infatti maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione.

Sono questi i drammatici effetti di quelli che sono i due furti ai quali è sottoposta giornalmente l’agricoltura: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente. “Stiamo svendendo un patrimonio del nostro Paese sul quale costruire una ripresa economica sostenibile e duratura che fa bene all’economia all’ambiente e alla salute” afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel denunciare che “l’invasione di materie prime estere spinge prima alla svendita agli stranieri dei nostri marchi piu’ prestigiosi e poi alla delocalizzazione delle attività produttive”.

Oggi anche a causa delle importazioni di minor qualità l’Italia – sottolinea la Coldiretti – produce appena il 70 per cento dei prodotti alimentari che consuma ed importa il 40 per cento del latte e carne, il 50 per cento del grano tenero destinato al pane, il 40 per cento del grano duro destinato alla pasta, il 20 del mais e l’80 della soia mentre siamo autosufficienti solo per ortofrutta, vino, pollame. La colpa è di un modello di sviluppo industriale sbagliato che ha tagliato del 15 per cento le campagne e fatto perdere negli ultimi venti anni 2,15 milioni di ettari di terra coltivata. Ogni giorno viene sottratta terra agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari) con il risultato che è aumentata la dipendenza degli italiani all’estero per l’approvvigionamento alimentare.

Dall’inizio della crisi ad oggi le importazioni di prodotti agroalimentari dall’estero sono aumentate in valore del 22 per cento, secondo un’analisi di Coldiretti relativa ai dati del commercio estero nei primi otto mesi del 2013. Gli arrivi di carne di maiale sono cresciuti del 16 per cento, mentre le importazioni di cereali, pronti a diventare pasta e riso spacciati per italiani, hanno fatto registrare addirittura un vero e proprio boom (+45 per cento), con un +24 per cento per il grano e un +49 per cento per il riso. Aumenta anche l’import di latte, +26 per cento, anch’esso destinato a diventare magicamente made in Italy. Netta pure la crescita delle importazioni di frutta e verdura, +33 per cento, con un vero e proprio boom per il pomodoro fresco (+59 per cento), ma cresce anche quello concentrato (+32 per cento). Aumentano anche gli arrivi di succo di frutta dall’estero, +16 per cento.

Il problema, quindi, è il fatto che le aziende italiane siano in sofferenza per i prodotti a basso costo del terzo mondo o giù di lì. Un copione già visto con il tessile, ad onor del vero. Ad esser pignoli, fra l’altro, la PAC (Politica Agricola Europea) prevede un ampio utilizzo dei sussidi all’agricoltura (pesa il 40% del Bilancio UE) avente proprio lo scopo di proteggere l’economia europea dalla concorrenza di quella del terzo mondo. Sulla politica in sé si può avere anche una pessima opinione [3], per carità, ma da qui a inneggiare al laissez faire ce ne corre. Sia come sia, si dovrebbe mettere l’accento sulla questione in sé e non tirare in ballo l’etichetta di turno.

Cosa ci dice il dogma di fede del libevo mevcato al riguardo? L’arrivo dei nuovi produttori x metterebbe fuori mercato le aziende y che dovrebbero spostarsi dal settore economico m a quello n. I produttori y non avrebbero motivo di approdare a n perché presidiano m. Presidiando m ottengono un reddito adeguato per acquistare n. Detto anche: gli ex contadini y cominciano a produrre alta tecnologia che potrà essere acquistata dai contadini x grazie al reddito generato dalla vendita dei prodotti piazzati a y. I poveri si sollevano dalla miseria, il mercato fa la sua magia e tutti vissero felici e contenti. Facile, no? Solo un paio di osservazioni: quante possibilità ha un contadino di diventare un tecnologo iper specializzato? Perché i poveri dovrebbero sfamare la propria popolazione vendendo i loro prodotti ai ricchi e con il guadagno comprare altre derrate alimentari quando basterebbe dare alla propria popolazione i propri prodotti?

Questa situazione ci porta dritti ad una discussione più generale sull’argomento dei dazi e del commercio. La crisi del sistema produttivo italiano ha portato a più riprese l’idea dei dazi come forma di protezione per le aziende. Dietro al problema c’è una motivazione piuttosto semplice. Economicamente parlando l’Italia è un paese arretrato soggetto alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo: le aziende sono in gran parte di piccole dimensioni e producono prodotti a basso livello tecnologico che non richiedono qualifiche particolari [4]. Le esportazioni si concentrano sui beni di consumo tradizionale legati alla persona e alla casa (tessile, pelli e calzature, elettrodomestici, mobili), mentre sono deboli nei settori ad alta intensità di ricerca e di sviluppo (informatica, biotecnologie) nonché in quelle legate a forti economie di scala industriali e commerciali (chimica, metallurgia, mezzi di trasporto). Il riflesso della natura merceologica lo si trova nella struttura dimensionale delle imprese. Le imprese attive nel manifatturiero e nei sevizi sono poco meno di 4,5 milioni e occupano circa 17 milioni di addetti. Il 95% delle imprese ha meno 10 addetti e impiega il 47% dell’occupazione totale. Le imprese senza lavoratori dipendenti sono circa 3 milioni e corrispondono al 65,4% del totale. Le imprese con meno di 10 addetti sono oltre 4,2 milioni, rappresentano il 95% del totale e occupano il 47% degli addetti. Il 20% degli addetti, circa 3,5 milioni di persone, lavora nelle piccole imprese (da 10 a 49 addetti) e il 12,2%, oltre 2,1 milioni, in quelle di media dimensione (da 50 a 249 addetti). Le imprese che impiegano 250 o più addetti non arrivano a 4.000 e sono meno dello 0,1%.

Altri paesi, specie quelli nord UE, non hanno una simile specializzazione produttiva e hanno subito molto meno la concorrenza delle economie emergenti. Guarda caso sono anche quelle che hanno poco o nulla interesse per la protezione dell’origine dei prodotti. È solo una questione di specializzazione produttiva alla fine della fiera.

Come quadra il tutto la natura produttiva delle imprese italiane? A questo mondo ci sono due mercati: quello interno e quello stero. I dazi possono proteggere quello interno ma non hanno effetto su quello estero. Aggiungiamo ai paesi x e y quello z. Il paese y blocca i prodotti di x con i dazi, ma quello z se ne frega altamente e molla y per x. E puff ai dazi. In più vi sarebbero eventuali ritorsioni dato che se y appioppa i dazi a x nulla vieta che x faccia lo stesso con y. La cosa sembrerebbe aver posto termine alla discussione ma il settore agricolo, tuttavia, è differente. L’estero ci boicotta e non ci mangia più i prosciutti? E checce frega, ce li mangiamo noi!

Considerata l’importanza strategica dell’agricoltura – in caso di conflitto che si mangia? Il cemento? – non avrei problemi a proteggere con le unghie e i denti i prodotti agricoli made in Italy. Di certo non c’è il rischio che gli italiani muoiano di fame: il 9,9% della popolazione è obeso [5] e mangiare meno e meglio non sarebbe un problema. Le aziende italiane, tuttavia, famose per il loro export alimentare dovrebbero accettare di vedere i mercati esteri chiudersi e passare soltanto a quello domestico. Se lo accettano possono coerentemente chiedere i dazi, sennò è mera ipocrisia.

[1] Cfr. http://www.coldiretti.it/news/Pagine/822-–-4-Dicembre-2013.aspx.

[2] Cfr. http://www.coldiretti.it/news/Pagine/821—4-dicembre-2013.aspx.

[3] Cfr. http://www.linkiesta.it/blogs/faust-e-governatore/il-fallimento-della-politica-agricola-europea-pac-sussidi-alla-regina-elis.

[4] Cfr. Istat, Struttura e dimensioni delle imprese, anno 2010.

[5] Cfr. http://www.sicurezzaalimentare.it/nutrizione/Pagine/MaquantosiamoobesiinItaliaUnpo%E2%80%99didati.aspx.

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2 commenti su “Coldiretti: sul protezionismo, sulla globalizzazione.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 dicembre 2013 da in economia con tag , .
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