Charly's blog

Abolire le province? Meglio far fuori le regioni e i comuni

Negli ultimi anni si è parlato a più riprese dell’abolizione delle province e di un riordino complessivo dell’architettura statale in un’ottica federalista e di riduzione dei livelli di potere fra il vertice dello Stato e la cittadinanza. Con questa riforma s’intende risparmiare sulla spesa, di conseguenza ridurre la tassazione e semplificare l’aspetto burocratico legislativo. Maggiori sono le fonti legislative e maggiori sono i costi e le leggi promulgate, con relativo aumento della complessità e della farraginosità dei procedimenti giudiziari e burocratici. C’è solo un piccolo inconveniente sulla strada di questo quadro idilliaco: le funzioni. A dispetto di quello che l’italico medio pensa, infatti, le province ricoprono delle funzioni che dovrebbero essere scaricate sui comuni e su eventuali partecipazioni di comuni. Quel che si risparmia sul personale della politica, allora, si paga con una perdita in efficienza, mentre il personale tecnico e amministrativo verrebbe soltanto spostato di sede. Con un minimo di criterio si dovrebbe fare l’esatto opposto: cancellare le regioni e i comuni, tenendo le province.

Prima di procedere si deve considerare l’attuale organizzazione statale. Ecco l’art 114 della Costituzione [1]:

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

Le città metropolitane non sono mai entrate a regime, ma si prospetta un loro subentro nei confronti delle province. La cosa è illogica perché se abbiamo una sostituzione 1:1 tanto vale rimanere come si è, mentre se se il rapporto non è paritario (in genere sono i capoluoghi di regione) le funzioni e i servizi rimangono scoperti. L’articolo 116 e 117 illustrano il rapporto fra gli enti statali:

Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119.

La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

È quella che si chiama potestà legislativa concorrente fra Stato e regioni. In termini semplice vuol dire:

Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.

 Questo malsano meccanismo è nato per seguire la fissa del “governo vicino alla gggente”, ma ha portato solo caos. Determinate tematiche, grazie al cielo, rimangano appannaggio dello Stato:

Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:

a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea;

b) immigrazione;

c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;

d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;

e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;

f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;

g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali;

h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;

i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;

l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;

m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale;

n) norme generali sull’istruzione;

o) previdenza sociale;

p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;

q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;

r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno;

s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Ecco quelle concorrenti:

Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Si può notare che la divisione delle mansioni è piuttosto cervellotica, mentre non ci comprende perché la regione debba avere potestà legislativa in concorrenza con quella statale. Cos’è, le norme edilizie devono essere differenti fra la Lombardia e il Lazio? Non mi pare che la gravità cambi da Milano a Roma.

Grazie al TUEL abbiamo una migliore definizione dei rapporti fra gli enti locali. Ecco l’articolo 5 [2]:

1. La Regione indica gli obiettivi generali della programmazione economico-sociale e territoriale e su questi ripartisce le risorse destinate al finanziamento del programma di investimenti degli enti locali.

2. Comuni e province concorrono alla determinazione degli obiettivi contenuti nei piani e programmi dello Stato e delle regioni e provvedono, per quanto di propria competenza, alla loro specificazione ed attuazione.

3. La legge regionale stabilisce forme e modi della partecipazione degli enti locali alla formazione dei piani e programmi regionali e degli altri provvedimenti della Regione.

4. La legge regionale indica i criteri e fissa le procedure per gli atti e gli strumenti della programmazione socio-economica e della pianificazione territoriale dei comuni e delle province rilevanti ai fini dell’attuazione dei programmi regionali.

Ecco a cosa serve il Comune:

1. Spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale, precipuamente nei settori organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell’assetto ed utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico, salvo quanto non sia espressamente attribuito ad altri soggetti dalla legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.

2. Il comune, per l’esercizio delle funzioni in ambiti territoriali adeguati, attua forme sia di decentramento sia di cooperazione con altri comuni e con la provincia.

E:

1. Il comune gestisce i servizi elettorali, di stato civile, di anagrafe, di leva militare e di statistica.

Ecco a cosa serve la provincia:

1. Spettano alla provincia le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste zone intercomunali o l’intero territorio provinciale nei seguenti settori:

a) difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità;

b) tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;

c) valorizzazione dei beni culturali;

d) viabilità e trasporti;

e) protezione della flora e della fauna parchi e riserve naturali;

f) caccia e pesca nelle acque interne;

g) organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;

h) servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;

i) compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l’edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;

l) raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali. (1)

2. La provincia, in collaborazione con i comuni e sulla base di programmi da essa proposti, promuove e coordina attività, nonché realizza opere di rilevante interesse provinciale sia nel settore economico, produttivo, commerciale e turistico, sia in quello sociale, culturale e sportivo.

E:

a) raccoglie e coordina le proposte avanzate dai comuni, ai fini della programmazione economica, territoriale ed ambientale della Regione;

b) concorre alla determinazione del programma regionale di sviluppo e degli altri programmi e piani regionali secondo norme dettate dalla legge regionale;

c) formula e adotta, con riferimento alle previsioni e agli obiettivi del programma regionale di sviluppo, propri programmi pluriennali sia di carattere generale che settoriale e promuove il coordinamento dell’attività programmatoria dei comuni.

2. La provincia, inoltre, ferme restando le competenze dei comuni ed in attuazione della legislazione e dei programmi regionali, predispone ed adotta il piano territoriale di coordinamento che determina gli indirizzi generali di assetto del territorio e, in particolare, indica:

a) le diverse destinazioni del territorio in relazione alla prevalente vocazione delle sue parti;

b) la localizzazione di massima delle maggiori infrastrutture e delle principali linee di comunicazione;

c) le linee di intervento per la sistemazione idrica, idrogeologica ed idraulico-forestale ed in genere per il consolidamento del suolo e la regimazione delle acque;

d) le aree nelle quali sia opportuno istituire parchi o riserve naturali.

3. I programmi pluriennali e il piano territoriale di coordinamento sono trasmessi alla Regione ai fini di accertarne la conformità agli indirizzi regionali della programmazione socio-economica e territoriale.

4. La legge regionale detta le procedure di approvazione, nonché norme che assicurino il concorso dei comuni alla formazione dei programmi pluriennali e dei piani territoriali di coordinamento.

Ricapitoliamo:

_ lo Stato detta il quadro normativo generale;

_ la Regione partecipa al quadro normativo generale e supervisiona gli enti locali;

_ la provincia concorre ai programmi di sviluppo e possiede funzioni proprie sia nei territori intercomunali sia in quelli comunali;

_ il Comune può operare solo sul proprio territorio con mezzi limitati;

Non ci vuole un genio per capire che lo Stato e la Regione sono due doppioni, mentre il Comune è limitato sia geograficamente sia in quanto a mezzi. L’abolizione delle province farebbe fuori l’unico corpo intermedio in grado di agire efficacemente su un ambito territoriale abbastanza vasto senza produrre particolari risparmi visto che il trasferimento delle competenze alle regioni (e poco ai comuni) andrebbe di pari passo con il personale necessario.

A rigor di logica si dovrebbe agire nella maniera opposta:

_ lo Stato detta il quadro normativo generale:

_ le Province lo mettono in pratica sul loto territorio;

E per quanto riguarda i Comuni? Solo un appunto: quanti e quali sono gli assessori del vostro comune di residenza? Appunto. La storiella della partecipazione popolare è risibile dato che a livello locale si segue poco la politica né tantomeno è necessario farlo. Nei Comuni di poche migliaia di abitanti, la maggioranza in Italia, c’è poco da fare o controllare. Sul piano operativo, inoltre, il personale politico non ha le competenze per agire facendo affidamento su quello tecnico amministrativo. In termini pratici non servono per far funzionare i servizi offerti dal Comune. Mentre le province rimarrebbero un ente politico eletto, i comuni dovrebbero essere gestiti sul piano prettamente amministrativo da un Podestà (il Segretario comunale cambiato di nome e un po’ ridefinito nel ruolo) nominato e controllato dalla provincia. Il rovescio della medaglia è una maggiore coinvolgimento della popolazione locale tramite referendum sulle questioni prettamente locali.

Con questa riforma si avrebbe una netta riduzione dei costi – ci sono più consiglieri e assessori comunali e regionali che provinciali -, nonché una semplificazione normativa e burocratica. Sul piano istituzionale si potrebbe di conseguenza adottare un monocameralismo più idoneo per l’ottica centralista che lo Stato assumerebbe in questa nuova veste. L‘idea renziana di un Senato regionale formato da sindaci su chiamata è una fesseria bella e buona: i sindaci sarebbero part time e non si vede perché dovrei sentire le opinioni di quello di Firenze se ho lavori da fare nella provincia di Trieste.

Ho come il sospetto che come al solito la politica abbia seguito le scemenze popolari per guadagnare un po’ di consenso invece di studiare per bene una riforma istituzionale degna del nome. Anche fra i fautori del federalismo, infatti, si possono trovare persone più interessante alla riduzione delle tasse e alla semplificazione normativa piuttosto che a questa o quella forma istituzionale [3]. L’ultimo decennio è stato all’insegna della frammentazione del potere statale con i risultati che vediamo tutti. Vuoi vedere che per raggiungere l’obiettivo ci vuole più Stato e meno gggente?

[1] Cfr. http://governo.it/Governo/Costituzione/2_titolo5.html.

[2] Cfr. http://www.altalex.com/index.php?idnot=1091.

[3] Il federalismo fiscale? Abbassate le tasse e nessuno avrà da ridire.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2013 da in politica con tag , .
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