Charly's blog

Dati Istat, Job Act: ci sono più disoccupati in terra o stelle nel cielo?

L’Istat nostra Signora ha giusto pubblicato i nuovi dati sulla disoccupazione [1]:

A novembre 2013 gli occupati sono 22 milioni 292 mila, in diminuzione dello 0,2% rispetto al mese precedente (-55 mila) e del 2,0% su base annua (-448 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,4%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,0 punti rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 254 mila, aumenta dell’1,8% rispetto al mese precedente (+57 mila) e del 12,1% su base annua (+351 mila). La crescita tendenziale della disoccupazione è più forte per gli uomini (+17,2%) che per le donne (+6,1%). Il tasso di disoccupazione è pari al 12,7%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,4 punti nei dodici mesi. I disoccupati tra i 15-24enni sono 659 mila. L’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all’11,0%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e in aumento di 0,4 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 41,6%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,0 punti nel confronto tendenziale. Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente (-24 mila unità) mentre resta sostanzialmente invariato rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, stabile in termini congiunturali e in aumento di 0,1 punti percentuali su base annua.

Visto che le percentuali dicono poco, guardiamo il numero dei disoccupati. Ecco i dati Istat, espressi in migliaia, relativi alla persone disoccupate (colonna di sinistra) e a quelle occupate (colonna di destra):

Novembre 2013

3.254

22.292

Ottobre 2013

3.196

22.347

Settembre 2013

3.189

22.353

Agosto 2013

3.167

22.400

Luglio 2013

3.103

22.449

Giugno 2013

3.095

22.455

Maggio 2013

3.106

22.442

Aprile 2013

3.060

22.486

Marzo 2013

3.036

22.546

Febbraio 2013

3.031

22.578

Gennaio 2013

3.037

22.583

Dicembre 2012

2.920

22.680

Novembre 2012

2.903

22.740

Ottobre 2012

2.913

22.764

Settembre 2012

2.804

22.841

Andando ulteriormente indietro nel tempo si può osservare che dall’agosto 2009 si è superata la soglia dei due milioni di disoccupati, si è poi avuto un breve calo della disoccupazione fra febbraio e aprile 2011, per poi salire fino a quota tre milioni nel gennaio 2013. Nel biennio 2007/8, inoltre, gli occupati superavano i 23 milioni e sempre da agosto 2009 il numero è calato sotto tale cifra. Il valore ha tenuto fino a luglio 2012 per poi cominciare una rovinosa discesa che dura tuttora.

Che dire? Non molto, di per sé i dati sono allegramente deprimenti. È da notare, tuttavia, un dettaglio: il numero della disoccupazione giovanile. Oggi il valore è pari a 659 mila unità, ma nell’ultimo trimestre del 2012 era pari a 674 mila unità. Se ne deve concludere che la disoccupazione ha cominciato a mordere sui più giovani, il segmento più vulnerabile, ma ora è passata a masticare il rimanente demografico della popolazione. Sono l’unico o anche voi avete notato che è sparita la retorica dei fantomatici lavori mancanti? Bella la vita, se sei giovane sei disoccupato perché non hai voglia di fare niente, se sei un vecchio è colpa del destino cinico e baro.

Per arginare la situazione Renzi ha proposto il Job Act. In sintesi:

_ contratto a tempo unico con tutele crescenti;

_ sussidio di disoccupazione universale con obbligo di formazione;

_ riforma della normativa sul lavoro;

Nessuna novità visto che si tratta di elementi di cui si discuteva da anni. In linea di massima concordo sulle proposte, ma devo sollevare tre appunti. Di per sé non si capisce la necessità delle tutele crescenti. Se la flessibilità è invocata per via delle esigenze del capitalismo, allora, dovrebbe valere per tutti a meno che non si riconosca implicitamente che determinate categorie di persone non siano occupabili smentendo in parte la retorica della flessibilità. Questo punto ci porta al secondo visto che non si vuole capire che la formazione professionale serve a poco se le aziende continuano a comportarsi come fighette isteriche pretendendo anni di esperienza per mansioni poco qualificate. Tant’é che gli artigiani rompono sull’inesistente mismatch fra scuola e lavoro piuttosto che sulla qualificazione professionale dei disoccupati. Terza criticità è il fatto che non si voglia vedere che la flexicurity funziona con un’elevata incidenza di lavoratori nel settore pubblico (la Danimarca e la Svezia superano il 26%, l’Italia di poco il 14%): lo Stato ti forma e poi ti assume pure perché il mercato da solo non riesce a venire a capo della situazione.

Al di là di questo dubito che si possa arginare la situazione riformando questa o quella legge. Le aziende assumono se vendono e vendono se qualcuno compra. Se nessuno compra perché privo di reddito come si può vendere qualcosa? L’esistenza dei sussidi di disoccupazione è un’implicita accettazione di questa ovvia banalità, ma potrebbe non bastare. Si potrebbe, allora, adottare un piano di assunzioni straordinarie nel settore pubblico: dodici mensilità esentasse pari a 850 euro al mese per un milione di persone viene a costare un po’ più di dieci miliardi di euro. L’IMU da sola ne vale 4 mentre le false pensioni d’invalidità – facilissime da controllare visto che si conosce già i nominativi di chi gode della misura – costano 5/10 miliardi [2]. L’operazione è coperta intermini finanziari nonché necessaria: le infrastrutture sono un colabrodo e molti settori sono scoperti in termini di organico. Last but not least, il reddito delle fasce più povere della popolazione è una spesa certa e di conseguenza un reddito di qualcun altro. Il reddito infine è tassabile fornendo il gettito per lo Stato. Questa misura è temporanea dato che poi il lavoro viene fatto dal sussidio di disoccupazione, ma è una manovra ideata per riattivare le domanda interna (no, di solo export non si campa).

Se vi chiedete, infine, come finanziare la riforma del lavoro vorrei ricordare che lo Stato versa ogni anno sotto forma di sussidi alle imprese 30 miliardi di euro. Quanto basta per abbassare anche l’IRAP. Le risorse ci sono, basta avere la volontà di farlo.

[1] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/109133.

[2] Cfr. http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/riccardo-galli-opinioni/falsi-invalidi-invalidita-medici-1312611/.

Annunci

6 commenti su “Dati Istat, Job Act: ci sono più disoccupati in terra o stelle nel cielo?

  1. Valerio
    11 gennaio 2014

    Una sola, piccola, critica al tuo piano del lavoro: come credi che sarebbe possibile evitare di aumentare il debito estero?

    • Charly
      12 gennaio 2014

      Perché?

      • Valerio
        17 gennaio 2014

        Aumentare il reddito, farà aumentare le importazioni, peggiorando la bilancia commerciale – e, quindi il debito estero. Quella che è, poi, la causa della crisi in corso.

      • Charly
        18 gennaio 2014

        Non necessariamente, dipende da cosa fanno con i soldi forniti. In ogni caso forme di sostegno al reddito sono inevitabili se non si vuole il collasso della società. Se pure i turbocapitalisti dei Giannetto boys sostengono la flexicurity un motivo pur vi sarà.

      • Valerio
        18 gennaio 2014

        Mi dispiace, ma stavolta tu non guardi i dati.
        Dal 1998 ad oggi il saldo delle partite correnti italiane è peggiorato del 1000% (cioè, i soldi usciti dal paese sono decuplicati). La bilancia commerciale è in deficit da allora.
        Se dai soldi alla gente, li spenderà per [soprav]vivere, e comprerà i prodotti che costano meno, cioè quelli tedeschi. Si aggraverà la condizione dei conti esteri. che è la ragione della crisi che stiamo vivendo.
        Qualsiasi soluzione micro non risolve un problema macro.

      • Charly
        19 gennaio 2014

        In pratica basta lasciarli morire di fame. Geniale, no? Non esiste nessun automatismo fra i sussidi e l’esplosione dell’import, né tantomeno un nesso obbligatorio fra comprare i prodotti x (tedeschi o meno poco importa) al posto di quelli y. Fra l’altro la lotta alla disoccupazione è estranea al problema della bilancia dei pagamenti. Le misure adottate in merito servono a ridurre la disoccupazione e a rilanciare la domanda interna, mentre per l’altro problema la via è duplice: fine euro o nascita di uno Stato europeo.

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 9 gennaio 2014 da in economia con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: