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De cultuva: non c’è solo la dicotomia scienze/lettevatuva

Uno dei passatempi preferiti degli umanisti è la lamentela contro l’oggi cinico e baro dedito a mettere in secondo piano la cultuva, quella vera con la v e le lucine stroboscopiche. La colpa sarebbe degli economisti fautori del neoliberismo totalitario e della riduzione a mercato di ogni dimensione del vivere umano [1]. In realtà nella lamentela si mette insieme di tutto e di più e si parte dalla crisi dell’Università, si passa a quella della politica e si finisce a un presunto regresso antropologico dell’umanità [2]:

Uno dei prodromi, e insieme degli esiti, della regressione che ci minaccia è la crisi verticale che investe l’intero retaggio culturale italiano, di cui la tradizione umanistica è parte fondante. Gettando alle ortiche la quale è di fatto tutto il passato italiano che viene accompagnato alla porta. È un fenomeno che si respira da tempo nei mass media, nelle mode da questi accreditate, nell’editoria di consumo, nell’atteggiarsi concreto della pubblica opinione. E che si manifesta nel modo più evidente nel campo della formazione delle giovani generazioni, dove da anni si sta affermando un secco ripudio, un radicale rigetto, di tutto quanto, in qualunque modo, abbia a che fare con l’ambito degli studi umanistici e, più in generale, con la prospettiva culturale che da quegli studi prende vita e che a sua volta quegli studi alimenta. Alla fine è lo stesso concetto di umanesimo che così si trova ad essere messo inevitabilmente fuori gioco. Vale a dire quella visione del mondo che per secoli ha formato la civiltà di questa parte del pianeta – e dell’Italia in modo particolarissimo –, il cui senso si può compendiare nell’affermazione del carattere fondante di autonomi valori morali e politici. Il ripudio dell’umanesimo e della sua cultura è, lo ripetiamo, forse la forma principale che assume l’attacco al passato, la sua virtuale consegna all’irrilevanza, che caratterizza il nostro tempo. Ciò sta avvenendo dovunque, ma si capisce come noi italiani, cittadini di un Paese la cui cultura per tanta parte s’identifica con il retaggio umanistico, siamo più esposti di altri agli effetti negativi di tale evento. E sorprendente più che mai è l’indifferenza con cui ad esso assistono – ma si direbbe quasi senza vederlo, senza neppure accorgersene – le classi dirigenti della Penisola.

Il problema di queste posizioni è che sono viziate da un’incomprensione di fondo: la dicotomia classica fra la cultura scientifica e quella umanistica non esiste. La scienza è un metodo che può essere applicato quale che sia la cultura di provenienza della persona e la comunità scientifica è un insieme di allegri pazzerelloni che si scambiano le conoscenze raccolte adottando precise metodologie di studio. I suoi risultati, inoltre, sono universali quale che sia il paese o la persona, mentre la poesia medievale giapponese mi dice poco o nulla (e viceversa). La cultuva con la v, invece, non è neppure la cultura propriamente detta. La cultuva è un insieme selezionato, in modo del tutto aleatorio, di prodotti culturali per lo più vecchi come il cucco. La cultura della sociologia o della psicologia è tutt’altra cosa: l’insieme di valori e significati (dalle tradizioni scritte a quelle orali [3], dalle norme di comportamento al gioco [4], eccetera) trasmessi da una generazione all’altra per fornire un significato, un senso di appartenenza nonché una forma di adattamento all’ambiente. Detto in termini più semplici: per il sociologo Drive in e Shakespeare sono entrambi fenomeni culturali, per un lettevato è puro ovvove il solo pensarlo.

Al posto della classica dicotomia scienza/umanesimo ci ritroviamo la trinità cultura/cultuva/ metodologia scientifica (sia naturale sia sociale). Il sistema scolastico italiano è organizzato in maniera tirannica intorno alla cultuva mettendo al bando le scienze di ogni grado e colore. Questa sprezzante tirannide è giustificata con due motivazioni: la cultuva avrebbe una funzione formativa e critica:

La cultura umanista è un elemento imprescindibile per formare individui coscienziosi, profondi, rispettosi del prossimo. Con ciò non si vuol certo affermare che le persone incolte siano necessariamente grette; ma è pur vero che una persona arida di spirito difficilmente troverà utile irrigarlo con letture e conoscenze, mentre persone svantaggiate, ma feconde nell’animo, hanno da sempre dimostrato di poter divenire da autodidatti individui più colti di chi aveva maggiori mezzi di loro per studiare e ricercare la conoscenza.

Partiamo dalla prima dimensione. Se fosse vero che la cultuva assume un ruolo civico potremmo valutarne l’efficacia in base all’indice di sviluppo sociale di un paese. Siccome la Danimarca è messa assai meglio dell’Italia dovremmo concludere che la letteratura danese è assai superiore a quella italiana? Scherzi  a parte, vorrei solo far notare che la scuola italiana è tuttora imbevuta di cultuva e se questa storia dell’imbarbarimento antropologico – il tutto sprovvisto di dati empirici, ovviamente – fosse vera saremmo di fronte al fallimento della veva cultuva. Al di là di questo levatemi una curiosità: ma l’Iliade sarebbe formativa? Ricapitoliamo: al tradimento di una zoccola seguono omicidi, stupri e infanticidi. Educativo? Altroché. Il bello è che poi i lettevati si lamentano della violenza dei cartoni giapponesi. Chissà che ne pensano i poveri Madianiti [5]:

Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi. 8 Uccisero anche, oltre i loro caduti, i re di Madian Evi, Rekem, Sur, Ur e Reba cioè cinque re di Madian; uccisero anche di spada Balaam figlio di Beor. 9 Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e depredarono tutto il loro bestiame, tutti i loro greggi e ogni loro bene; 10 appiccarono il fuoco a tutte le città che quelli abitavano e a tutti i loro attendamenti 11 e presero tutto il bottino e tutta la preda, gente e bestiame. 12 Poi condussero i prigionieri, la preda e il bottino a Mosè, al sacerdote Eleazaro e alla comunità degli Israeliti, accampati nelle steppe di Moab, presso il Giordano di fronte a Gerico.
13 Mosè, il sacerdote Eleazaro e tutti i principi della comunità uscirono loro incontro fuori dell’accampamento. 14 Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. 15 Mosè disse loro: «Avete lasciato in vita tutte le femmine? 16 Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore, nella faccenda di Peor, per cui venne il flagello nella comunità del Signore. 17 Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; 18 ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi. 19 Voi poi accampatevi per sette giorni fuori del campo; chiunque ha ucciso qualcuno e chiunque ha toccato un cadavere si purifichi il terzo e il settimo giorno; questo per voi e per i vostri prigionieri. 20 Purificherete anche ogni veste, ogni oggetto di pelle, ogni lavoro di pelo di capra e ogni oggetto di legno».

Personalmente trovo molto più formativa la tanto vituperata Costituzione italiana.

Passiamo, ora, al mirabile pensiero critico. Ricordiamo ancora una volta che la scuola italiana è all’insegna del pane&cultuva. Il risultato? Le lamentele dei lettevati sulla pervasività del marketing, della pubblicità o della facile presa della demagogia in politica. Ma come? La cultuva non dovrebbe fornire una mente critica? Una persona normale, fra l’altro, giungerebbe alla conclusione che il modo migliore per difendersi dalla pubblicità è studiarne i meccanismi e le tecniche e non una poesia scritta 700 anni fa su tutt’altra roba (l’amor cortese! Bleah). E che il modo migliore per difendersi dai demagoghi è comprendere le materie di dibattito pubblico e non conoscere a memoria vitamorte&miracoli del Cleone di turno.

Un ulteriore affondo viene da un qualunque tg delle 20:00. Su cosa verte il notiziario? Su notizie di economia, politica, società. In poche parole sulle materie di dibattito pubblico e relative discipline (scienze politiche, economia, diritto, sociologia, psicologia, antropologia…). Cosa può insegnarci un Petrarca sulla globalizzazione? Nulla, ed è assai meglio studiare Gallino, Bauman, Marcuse [6]. Ognuno di questi autori non ha prodotto un’opera lettevavia, ma uno studio empiricamente fondato e falsificabile. Fra una survey e una poesia c’è un abisso, sia per complessità sia per utilità. Il romanzo Acciaio può fornire delle indicazioni su un fenomeno sociale, questo è indubbio, ma il Rapporto annuale dell’Istat è di un livello totalmente diverso e assai superiore.

Significa che dobbiamo cestinare la cultuva? No, la si deve ridimensionare sul piano orario lasciando il posto alle grandi escluse della scuola, le scienze sociali, e allo stesso tempo potenziandone l’insegnamento. Attualmente si tengono separate la storia, la letteratura, la filosofia e l’arte concentrando l’insegnamento sulle res gestae. Il risultato è che s’impara la data, si apprende il nome, si prende il votino e si dimentica il tutto. La cultuva, invece, è una fonte storica che ci permette di comprendere la cultura di un periodo storico lontano da noi. Queste discipline dovrebbero essere fuse nell’insegnamento privilegiando un’ottica onnicomprensiva del fenomeno storico. Invece di perdere tempo con ogni battaglia della Grecia classica si dovrebbe studiare la letteratura, la filosofia e l’arte. Senza dimenticarsi di privilegiare il presente: si studia il passato per capire il presente ergo si dovrebbero affrontare le problematiche di oggi nello studio di ieri. Temete la demagogia? Bene, e cosa ci può insegnare al riguardo l’esperienza politica di Roma e di Atene?

In conclusione, l’idea della cultuva è semplicemente prossima all’estinzione. Non mantiene le promesse e viene scalzata da nuove discipline così come la chimica ha fatto fuori l’alchimia e l’astrofisica ha ridicolizzato l’astrologia. Ma per salvarsi la cultuva non deve far altro che tornare a essere la cultura propriamente detta. Solo un ultimo appunto: caro lettevato che ti lamenti, mi spieghi perché dovremmo sopportare la tua pacchiana ignoranza sulle più basilari tematiche di dibattito pubblico?

[1] Cfr. http://www.roars.it/online/apologia-della-cultura-umanistica/.

[2] Cfr. http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2457.

[3] Se la cultuva fosse solo quella scritta dovremmo arrivare alla conclusione che prima dell’invenzione della scrittura, in data convenzionale 3.000 a.C., l’uomo era privo di manifestazioni cultuvali. Se volete farvi prendere a testate da un paleontologo è un ottimo modo.

[4] Sì, anche il gioco: più un essere vivente è intelligente e più gioca. Perché? Vedete che succede a non studiare l’antropologia?

[5] Cfr. http://www.laparola.net/testo.php?versioni[]=C.E.I.&riferimento=Numeri31.

[6] In realtà non ho grandi simpatie per la Scuola di Francoforte.

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6 commenti su “De cultuva: non c’è solo la dicotomia scienze/lettevatuva

  1. Dimitri
    15 gennaio 2014

    Scusami se uso i commenti per contattarti ma non ho trovato nel sito altre modalità.

    Gestisco una testata online (forexinfo.it) e mi piacerebbe molto pubblicare alcuni tuoi post e, se possibile, entrare nel tuo blogroll (scriviamo spesso cose che penso tu possa gradire).

    E’ possibile contattarti via email?

    • Charly
      17 gennaio 2014

      Attualmente condivido già qualcosa con il sito Le verità supposte. Se non vuoi l’esclusiva sui post puoi prendere quello che vuoi, magari te li pulisco un po’ dato che qui è un blog e non un sito/giornale/vattelapesca. Se ti serve un contatto possiamo sentirci su Facebook.

      • irtimoodle
        20 gennaio 2014

        Ok, ottimo. Come ti trovo su Facebook? 😉

      • Charly
        21 gennaio 2014

        Ho mandato una richiesta di amicizia a Dimitri Stagnitto.

  2. Pingback: De cultuva: non c’è solo la dicotomia scienze/lettevatuva | Le Verità Supposte

  3. Connacht
    21 gennaio 2014

    Più un essere vivente ecc. —> cercando la frase su Google mi escono fuori i Necron come secondo risultato, solo coincidenze?

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 gennaio 2014 da in cultura con tag , .
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