Charly's blog

Sulle preferenze o dell’impotenza della cittadinanza

La nuova legge elettorale, il Porcellinum, ha causato un certo dibattito sull’importanza o meno del voto di preferenza tanto che molti dei più accaniti difensori delle preferenze sono dei nominati di partito. Prima di addentrarci nella questione, tuttavia, è meglio fare un breve excursus teorico-storico. Punto di partenza: cos’è la democrazia? La democrazia è una forma di governo: conta il chi decide e il come. Per definirla meglio si deve adottare la classica definizione tripartita:

_ governo di uno: la monarchia (degenerazione: tirannide);

_ governo di pochi: l’aristocrazia (degenerazione: oligarchia);

_ governo di molti: la democrazia (degenerazione: oclocrazia);

La democrazia si basa su una logica dell’uguaglianza: non vi è distinzione in termini politici o legali fra chi governa e chi è governato. Chi è governato, infine, è chiamato a rendere conto del proprio operato davanti a tutta la cittadinanza, mentre i cambi delle èlite avvengono tramite una regolare votazione.

Esempio pratico. Immaginiamo che 100 persone finiscano su un’isola deserta. Devono scegliere una forma di governo e viene fuori che comanda 1 persona su 99. Democrazia? Ovviamente no. E 10 persone su 100? Fiasco, ancora una volta. Ultima chiamata: tutte e 100 le persone sono chiamate a prendere le decisioni in assemblea. Fra le tre proposte solo l’ultima può essere definita una democrazia. Si pone solo il problema delle dimensioni : la democrazia diretta funziona su scala minuscola con poche centinaia o, al massimo, migliaia di persone. Su scala maggiori non si partecipa in modo diretto, ma tramite l’elezione di rappresentati politici e
occasionali strumenti di democrazia diretta (referendum, proposta di legge popolare). Teoricamente parlando, il rappresentante è controllato dalla regolare elezione e il suo operato ne diviene di conseguenza influenzato. Per arrivare al potere deve convincere l’elettorato e per conservarlo deve mantenere il consenso… in teoria facendo bene, in pratica la resa dipende dall’intelligenza dell’elettorato [1].

La prima forma di democrazia è stata quella basata sul censo con l’elezione dei  notabili della seconda metà del 19° secolo. Gli elettori eleggevano un candidato per ogni seggio e i partiti politici erano debolissimi, poco più una di macchina elettorale. Il sistema politico americano conserva ancora questa impostazione, specie al Senato. Per via della ridotta dimensione della base elettorale e della comunanza di censo – solo i borghesi votavano – si poteva votare ignorando i partiti e concentrando l’attenzione sul candidato e sulle sue idee personali. Il gioco parlamentare e governativo era anche molto fluido e mobile per via dell’assenza di grandi strutture burocratiche lasciando ampi margini di manovra agli eletti. Con l’avvento della democrazia di massa il gioco cambia dato che si vota il partito e non il candidato. Le preferenze, allora, sono un’ulteriore metodo per influenzare la condotta del partito dal basso votando un candidato magari in rotta con la Segreteria ma ricco di consenso fra l’elettorato.

Tangentopoli ha mutato il scenario dato che per combattere la corruzione si è ben pensato di (tentare di) affossare le preferenze. La cosa, in realtà, ha influito poco sulla quadro generale dato che se non puoi corrompere il candidato vai dritto al partito. Anzi, per essere più anglossassoni si è inventato il termine di lobbying. Che volete, siamo nell’epoca del politicamente corretto e, per dire, i mercenari sono diventati contractors. Fanno le stesse cose dei mercenari (mai sentito parlare delle foibe di Cesena?), ma in giacca e cravatta con tanto di voucher pubblicitario. Più in generale ci si dovrebbe rendere conto che gli atti di corruzione del pubblico nascono quasi sempre dal privato. Non è mica la polizia di Stato di x a corrompere l’ente y per l’appalto, no? È un privato che procede con questa modalità a falsare tanto il mercato quanto le leggi. Ma che volete, è il pubblico ad essere bruttocattivocastacricca. Morale della favola: preferenze o meno cambia poco e si dovrebbe far applicare la legge piuttosto che inventarsi strane alchimie elettorali.

Il vero motivo dell’eliminazione delle preferenze, allora, è da ricercarsi nella volontà accentratrice dei leader. Non a caso è l’homo oeconomicus Silviosauro a caldeggiare questa soluzione con la demenziale idea che se lo Stato deve essere gestito come un’azienda allora il partito è poco più di una CdA con tanto di messa a bando di voci dissonanti, mentre l’elettorato si accontenta dei risultati tralasciando la partecipazione politica.

Dunque: preferenze sì o preferenze no? Ecco la risposta: preferenze puff. Questo meccanismo elettorale serve a stabilire chi deve comandare, ma non risponde alla domanda su cosa si dovrebbe esercitare la sovranità politica.   L’esistenza di fenomeni globali quali la globalizzazione e sovranazionali come la UE riducono fortemente l’ambito di potere degli Stati e, di conseguenza, delle democrazie. La riduzione del potere delle democrazie comporta anche un calo del potere della cittadinanza. Non è un caso se si parla di consumatori e non di cittadini, che dite? In più non manca l’ideologia che porta a una riduzione del ruolo dello Stato in vasti settori, fra tutti quello economico. Il principio di sussidiarietà [2] non è una soluzione dato che si limita a spostare al gradino più basso l’implementazione di una determinata misura senza però incidere sulla decisione di quella misura presa in altra sede né tantomeno sulla perdita di potere della politica e dell’elettorato sulla realtà.

Morale della favola? La discussione sulle preferenze lascia il tempo che trova.

[1] Sotto quest’aspetto le scienze politiche assomigliano all’economia e ai suoi modellini analitici sganciati dalla realtà.

[2] Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_sussidiariet%C3%A0#Sussidiariet.C3.A0_nel_diritto_comunitario_europeo.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 gennaio 2014 da in politica con tag .
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