Charly's blog

I patemi del parlamentarismo: il nuovo esecutivo Renzi

Fino a poco tempo fa era convinzione comune che l’esecutivo a firma Letta sarebbe durata per lo meno fino alla fine dell’anno. Il semestre di presidenza italiano, la mancanza di alternative politiche e l’opposizione di Napolitano erano tutti elementi che andavano a vantaggio di questa analisi. Ma si sa, la politica italiana è famosa per la sua imprevedibilità e in pochi giorni lo scenario è del tutto cambiato. Sfiduciato dal PD, Letta ha rassegnato le dimissioni e Renzi è in aspettativa per diventare il nuovo premier. Ora come ora Napolitano è impegnato con le consultazioni con le forze politiche presenti in Parlamento, almeno quelle che si sono degnate di presentarsi, alla ricerca di una maggioranza possibile ma si sa già come finirà e il rottamatore toscano dovrebbe presentarsi alle camere in cerca della fiducia.

Questo banalissimo passaggio parlamentare ha scatenato non poche reazioni. In molti si chiedono perché non si possa tornare al voto e dubitano persino della legittimità della cosa. Bene, partiamo dalla Costituzione. Ecco l’art. 92, 93 e 94 [1]:

Art. 92.

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.

Art. 93.

Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.

Art. 94.

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Il sistema politico italiano è tuttora di tipo parlamentare. Il che vuol dire che l’elettore non elegge il Governo, ma il Parlamento che dovrà poi formare l’esecutivo. Nel corso del mandato parlamentare, inoltre, l’esecutivo può cambiare sia nella composizione dei ministri sia nella sua compagine complessiva. La ratio del parlamentarismo risiede nella sua flessibilità e adattabilità nei confronti delle situazioni contingenti, la maggioranza è variabile, a costo di una certa perdita di esecutività che può essere invece rinvenuta nel sistema presidenziale (il quale è rigido come pochi). Per chi se lo chiedesse non è possibile combinare le qualità di un sistema con quelle di un altro come ha tentato di fare l’abominevole riforma costituzionale del 2006. Il semipresidenzialismo alla francese a prima vista potrebbe apparire come una sintesi dei due sistemi, ma in realtà è una realtà un po’ più complessa.

In sintesi l’operato di Napolitano è corretto e nella Prima Repubblica era la prassi e se si considera il mancato passaggio parlamentare della crisi del Governo abbiamo avuto due esempi recenti con Berlusconi e Monti. Le lamentele del caso, allora, sono solo figlie dell’ignoranza del popolino sull’organizzazione del sistema politico italiano. Poi, per carità, si può sempre ritenere il sistema parlamentare poco adatto per il buon governo e guardarlo sotto una luce negativa. Legittimo, ma non si può criticare a vuoto dimenticandosi quella cosetta chiamata gerarchia delle fonti. Scendendo nella praticità della cosa, infine, vorrei ricordare che un ritorno al voto non farebbe altro che riproporre la stessa suddivisione tripolare della politica con relativo stallo politico. Ma si sa, la logica dell’italiano medio è quella che è come ben testimonia la questione delle province. Se le province ricoprono le mansioni a loro assegnate sono inutili, se vengono svuotare dalle mansioni ma rimangono (perché sono citate nel dettato costituzionale) non lo sono più. Boh.

Appurato la situazione e il presente rimane soltanto il futuro. Come sarà il nascente esecutivo Renzi? Il punto di partenza è l’accordo sulla legge elettorale e la riforma costituzionale siglata con Berlusconi, ma è ovvio che non si potrà prescindere dal varare riforme di tipo economico come quella sul lavoro o la riduzione delle tasse sulle imprese (il cuneo fiscale è il più gettonato). In ogni caso è difficile che Berlusconi possa accettare la fine della legislatura alla data naturale del 2018 per palesi motivi anagrafici. È lecito ipotizzare un esecutivo di un anno, uno e mezzo per poi tornare al voto. Ma come si è già visto la politica italiana è imprevedibile…

[1] Cfr. http://www.governo.it/Governo/Costituzione/2_titolo3.html.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 febbraio 2014 da in politica con tag .
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