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Volete salvare i beni culturali? Meno storia dell’arte, più marketing

Quando la tv mette in onda il tema del degrado dei beni culturali invariabilmente si passa per Pompei. In effetti i siti che cadono a pezzi, i cani a spasso per le strade, le case chiuse e l’assenza di personale (sia tecnico sia per i turisti) non sono un bel biglietto da visita. Per spiegare questa situazione si è soliti invocare una sorta di involuzione antropologica dell’italiano, dimentico del suo passato e disabituato al bello [1]:

L’immagine “sfigurata” del nostro bel Paese è malinconica, non è possibile ignorare che una corretta gestione del patrimonio artistico e culturale riguarda la nostra salute fisica e mentale, che la tutela ambientale è condizione primaria per pensare il futuro senza inganni. La distruzione della natura va di pari passo con l’assalto speculativo, l’indifferenza verso una fruizione consapevole dei beni culturali si sposa con la logica basata sull’imperativo dell’intrattenimento. E’ fin troppo ovvio che ogni bene culturale sia fonte di ricerca dell’identità storica e civile di un paese, e invece nulla che sappia contrastare in modo persistente il degrado del patrimonio artistico e ambientale. Il fatto è che, a parte l’osservanza di precise competenze tecniche, si è alquanto liquefatto l’impegno politico per cambiare rotta, la dignità collettiva del bene culturale appartiene sempre meno al campo dell’educazione civile e morale e sempre più al profitto dei predatori. Anche l’architettura non è tenuta in sufficiente considerazione e le nostre città non costruiscono realtà belle e coraggiose, da un punto di vista architettonico. Cosa che invece in Francia, in Spagna avviene.

Quasi in contrasto si citano le mirabolanti percentuali del patrimonio artistico mondiale appannaggio dell’italiano ingrato [2]:

 Il 72% del patrimonio culturale europeo si trova in Italia e almeno il 50% del patrimonio mondiale è situato nel nostro Paese. (Silvio Berlusconi, conferenza stampa a Londra, 10 settembre 2008).

Ricapitoliamo: l’Italia possiede il 72% del patrimonio mondiale ma invece di valorizzarlo lo lascia andare in rovina. Solo un appunto: perché solo il 72%? Perché non il 100% o il 500%? Bene, partiamo dai numeri. La PricewaterhouseCoopers ha presentato un rapporto sulla materia alcuni anni fa [3] argomentando che l’Italia possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con 3.400 musei, 2.100 aree e parchi archeologici. C’è solo un problema. È facile fare un museo, ma è molto più difficile riempirlo di visitatori. Nel mio piccolo paese di residenza c’è una chiesetta vecchia di secoli ma di turisti non ne ho mai visti. In pratica non basta dichiarare una cosa vecchia un’opera d’arte dato che nove volte su dieci una cosa vecchia è solo una cosa vecchia. Un’opera d’arte è tale se viene riconosciuta come tale dalle altre persone. Sotto quest’ottica la World Heritage List dell’UNESCO assume non poco interesse [4]. Su 759 siti riconosciuti per il proprio valore culturale l’Italia guida la lista con 49 siti, a seguire la Cina (45) e la Spagna (44). In pratica il belpaese possiede poco più del 5% dei siti globali con il fiato sul collo del secondo e del terzo classificato. Un risultato rilevante, certo, ma ben lontano dalle cifre iperboliche che si possono sentire in giro.

Appurato cosa e quanto c’è da vedere rimane da rilevare il numero dei turisti. Anche se l’Italia è il paese numero 1 in termini culturali e pur potendo vantare anche un discreto patrimonio ambientale i risultati non sono incoraggianti. Ecco la lista dei paesi per numero di visitatori (in milioni) [5]:

Francia

83

USA

67

China

57,7

Spagna

57,7

Italia

46,4

Tuchia

35,7

Germania

30,4

UK

29,3

Russia

25,7

Malaysia

25

L’Italia occupa solo la 5° posizione, ma la distanza con la 6° è minore rispetto a quella con la 4° e si può dire lo stesso fra l’abisso con la 1° posizione a dispetto di quella con la 10°. Ovviamente la cosa ha una ricaduta in termini prettamente economici.

PIL:   turismo

Miliardi euro

Spagna

21%

227

Francia

14%

276

UK

14%

275

Italia

13%

203

Germania

12%

305

È da notare, fra l’altro, che nel Country Brand index l’Italia è in caduta libera: sesta nel 2009, dodicesima nel 2012, decima nel 2011 e quindicesima nel 2012.

Insomma c’è da piangere. La colpa, allora, è dell’italiano involuto? Bene, facciamo così: storia dell’arte otto ore al giorno per tutti. Certo, la storia dell’arte nulla ha a che fare con le spiagge o le montagne, ma chiudete un occhio. Dopo ore e ore di studio siamo pronti per salvare la bellezza italiana? No, perché conoscere il gotico o il romanico a memoria non ha influenza sulla mancanza di restauratori o l’assenza di una visione strategica complessiva sul turismo, né sulla mancata pubblicità al brand Italia.

Proviamo, ora, a guardare una cosa da una prospettiva differente. Sappiamo tutti che le scuole cadono a pezzi, letteralmente, le auto della polizia sono senza benzina e gli ospedali sono a corto di personale. Adottando la risposta standard del nostro amico umanista potremmo sostenere che la cosa sia dovuta alla regressione antropologica dell’italiano e che basterebbe studiare edilizia, benzinologia applicata alle auto della polizia e ospedalogia. Già, potremmo. O, magari, si potrebbe far notare che tutte queste attività richiedono risorse monetarie. Se non ho i soldi per mettere in sicurezza le scuole, per mettere la benzina nelle auto o assumere il personale negli ospedali, allora, non li ho neppure da dedicare per i beni culturali o il turismo. Non è difficile, no? Nessuna torta è gratis, neppure quella sfornata dallo Stato.

La situazione attuale è figlia dell’assenza della pecunia – il nerbo delle guerre invero ma anche dell’attività di governo – e non del mancato studio della cultuva da parte degli italiani ignovanti. Il sottoscritto, ad esempio, di per sé asfalterebbe tutta quella roba lì, ma considerati i 203 miliardi di euro che muovono farei di tutto per sfruttare i suddetti siti culturali in termini economici. Nel farlo, allora, bisogna investire sul marketing, sull’organizzazione e sulle competenze necessarie per la forza lavoro. Indubbiamente si tratta di nozioni tecniche per i restauratori, ma prettamente linguistiche per gli altri operatori del settore. D’altronde il turismo segue le stesse identiche logiche degli altri prodotti sul mercato, a meno che non si voglia sostenere che la Spagna occupi la prima posizione perché tutti studiano l’arte spagnola. L’aspetto più divertente che a questa sana e ragionevole gestione di stampo manageriale si oppongono proprio i cacicchi della cultuva perché la cultuva non si vende. Sarà, ma per mantenere in salute la suddetta cultuva occorre la pecunia che si può procurare soltanto vendendo il prodotto.

[1] Cfr.  http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/05/dove-la-vittoria-claudio-cerritelli/832536/.

[2] Cfr. http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2012/10/114543.html.

[3] Cfr. http://www.pwc.com/it/it/publications/press-rm/index.jhtml.

[4] Cfr. http://whc.unesco.org/en/statesparties/IT/.

[5] Cfr. http://www.mapsofworld.com/world-top-ten/world-top-ten-tourist-destination.html.

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6 commenti su “Volete salvare i beni culturali? Meno storia dell’arte, più marketing

  1. LaSiMoschini
    25 febbraio 2014

    Condivido parola per parola.

    • Charly
      25 febbraio 2014

      Thanks.

  2. Connacht
    25 febbraio 2014

    C’era un articolo che diceva che l’Italia deve vivere solo di turismo.
    Ottimo. Quindi niente tecnologia, niente ricerca, niente servizi professionali.
    Uno stato mentale che mi fa venire voglia di regalare tutte le opere d’arte ai finlandesi nonostante le adori.
    E che contraddice anche lo spirito dei vari omonimi delle tartarughe ninja: niente creatività, niente ispirazione, solo sterile crogiolarsi sugli allori passati.

    Poi ci sono tutti quelli che fanno ironia sul fatto che non riconosceremo la famigerata dama col mantello blu di Autore Boh.
    Scommettiamo che se facciamo un’indagine fra la gente comune scopriamo che quasi tutti hanno dimenticato tutte queste informazioni (che poi sono nozionismo, non cultura)?

    P.S. non mi asfaltare i tesori d’Italia uè uè

    • Charly
      25 febbraio 2014

      In effetti la cosa “si può vivere solo di x” è divertente come poche. Anche perché la composizione del PIL è relativa a tre settori fra cui l’agricoltura e l’industria. Se ci fai caso è l’equivalente dell’iea di industrializzazione selvaggia come mezzo di progresso e si è visto quanto è stato furbo farlo nel Meridione. Eh sì che Einaudi l’aveva detto…
      A mia difesa non tutte le cose vecchie sono tesori 😛

      • Connacht
        25 febbraio 2014

        Dubito che i monumenti, le statue e i quadri d’Italia siano robaccia…

      • Charly
        25 febbraio 2014

        I monumenti no, quello che è vecchio e che viene spacciato come un’opera d’arte come il campanile che ho a 50 metri da casa sì…

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 24 febbraio 2014 da in cultura con tag , , .
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