Charly's blog

Garibaldi fu cestinato?

Una canzoncina popolare dedicata a Garibaldi così recita [1]:

Garibaldi fu ferito

fu ferito ad una gamba,

Garibaldi che comanda

che comanda i bersaglier.

A quanto pare l’eroe dei due mondi venne ferito invano dato che è notizia di questi giorni la larga adesione per un referendum non ufficiale sull’indipendenza del Veneto [2]. Il fatto non è isolato dato che sia la Sicilia sia la Sardegna presentano forze indipendentiste, mentre il Sud Tirol sogna da decenni l’anschluss con l’Austria. A guardare bene è da 20 anni che il paese fronteggia spinte centrifughe piuttosto consistenti.

Ieri, domani.

Ieri, domani.

Ma perché? Beh, direi di iniziare con un breve viaggio storico. L’Italia si è formata con le Guerre d’Indipendenza, ma non fu un ben vedere. La prima volta fu una sconfitta, la seconda una vittoria grazie all’aiuto dei francesi, la terza una sconfitta (pure in mare…) tramutata in vittoria grazie ai prussiani. A seguito di questo filotto si ebbe pure la faccia tosta di definire una vera e propria guerra civile contro l’annessione del Nord da parte del Sud come “lotta contro il brigantaggio”. La costruzione degli italiani da parte del nuovo Stato passò tramite un forte centralismo e una sostanziale piemontesizzazione della PA. In politica estera il nuovo paese si caratterizzò per i giri di valzer fra la Francia, il Regno Unito e il nuovo Reich tedesco. Senza dimenticare le batoste africane che resero l’Italia l’unico paese europeo a perdere una guerra contro un potere politico africano. Se il 19° secolo fu un disastro, meglio non fu il 20°. Il primo conflitto mondiale, il fascismo, il secondo. E poi la Prima Repubblica, il suo colossale fallimento, la Seconda Repubblica con tanto di replica del fallimento. Senza dimenticare i problemi rimasti sul tavolo: economici, ma anche istituzionali.

Garibaldi ebbe a dire che quella che vedeva non era l’Italia che sognava. Come dargli torto? Si sarebbe in errore, tuttavia, a ritenere che le istanze indipendentiste siano fenomeni prettamente italiani. Tanto per avere una rapida carrellata: baschi e catalani in Spagna, corsi in Francia, scozzesi e irlandesi del Nord nel Regno Unito, fiamminghi nel Belgio. Mentre è storia recente la dissoluzione della Cecoslovacchia e della Iugoslavia. Vi chiedete che cosa sta succedendo? Questa roba qui: la glocalizzazione. Nelle prime fasi del dibattito sulla globalizzazione si ipotizzava la fine degli Stati in quanto tali, con conseguente diffondersi di una cultura globale e cosmopolita. Tutti cittadini del mondo, tutti consumatori e addio alla cittadinanza. Anche perché senza uno Stato il libbero merkaten avrebbe curato ogni aspetto. E lì non ci sono cittadini o opinioni, solo consumatori e gioco della domanda e dell’offerta. La teoria è bella, ma non piacque molto ai suddetti cittadini che, invece, vollero tenersi lo Stato… pur disfandosi della Nazione. Al suo posto prese piede l’identità locale, la piccola patria. È sì morto lo Stato nazione, ma al suo posto è nato lo Stato locale. Da qui la glo(bale)(lo)cal(e)izzazione: globale per economia, locale per sociocultura e politica.

Questo fenomeno ha due motivazioni. La prima è identitaria e di tutela. In un mondo globale si cerca un appiglio trovandolo nel locale. Senza dimenticarsi che il cittadino ha potere in quanto tale, il consumatore solo se ha il denaro. La seconda spiegazione è prettamente economica. I confini degli Stati nazione non corrispondo ai flussi economici. Io sono del Nord ovest è scommetto che qui abbiamo più legami con la Francia piuttosto che con la Sicilia. Considerando, inoltre, che i flussi economici si localizzano in aree – quelli che una volta si definivano distretti – relativamente omogenee per infrastrutture, specializzazione economica, skills e know how, ne può venire fuori che due distretti siano tra loro poco simili o compatibili. Un distretto basato sulla nanotecnologia o l’informatica ha ben poco in comune con uno specializzato nel turismo. Se manca un’esigenza comune, se il senso di appartenenza non è condiviso o soddisfatto, perché stare insieme?

L’aspetto più buffo è che l’esistenza delle piccole patrie non determina necessariamente l’archiviazione di entità sovranazionali come la UE. Uno Stato federale come vorrebbe essere la UE si basa su una federazione di entità più piccole, quale che sia la dimensione delle stesse. Ai distretti specializzati in termini economici serve un libero mercato dove smerciare i prodotti lasciando l’ordinaria gestione, che può assumere connotati identitari, al locale. In pratica le piccole patrie vogliono fare i loro porci comodi in termini socioculturali salvo poi godere dei vantaggi del sistema economico.

Il difetto di questa impostazioni è che si perdono gli alibi e le scuse. In caso di secessione non si potrà più dare la colpa ai meridionali (?), ai netturbini (??) o agli islamici (???). E sarà divertente vedere come si pensa di risolvere il nanismo delle aziende, l’obsoleta specializzazione produttiva e lo scarso capitale umano con il dialetto veneto.

[1] Cfr. http://eoisanseita.blogspot.it/2013/02/la-canzone-del-lunedi.html.

[2] Cfr. http://www.lindipendenza.com/referendum-veneto-attenti-a-non-buttare-nel-cesso-questi-due-milioni-di-voti/.

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2 commenti su “Garibaldi fu cestinato?

  1. Alberto Cardino
    21 marzo 2014

    L’ha ribloggato su Belly.

  2. Pingback: L’argumentum “UE e dell’antistoria di non essere UE” | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 marzo 2014 da in politica con tag , , , .
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