Charly's blog

La riforma del lavoro per il 21° secolo: la politica delle sedie insufficienti e il posto di lavoro fluttuante

Avete mai preso parte al gioco delle sedie durante i tempi scolastici (scuola primaria) [1]? L’attività consiste nel disporre un numero di sedie inferiore al numero dei partecipanti e nel far camminare o correre i giocatori intorno al cerchio così costituito. Al segnale opportuno i giocatori devono occupare una sedia disponibile. Ad ogni giro un giocatore viene eliminato e una sedia viene tolta dal gioco. Ecco, proviamo a prendere il concetto di base: ci sono più giocatori che sedie. A questo aggiungiamo la variabilità del numero dei giocatori o delle sedie, ma tenendo ben presente che difficilmente i due fattori si equivalgono. La cosa non vi ricorda l’attuale mondo del lavoro?

Da più parti, fra cui gli stessi giannetto boys, si ipotizza che per risolvere l’attuale crisi occupazionale si debba riformare il mercato del lavoro [2]. Si progetta anche di adottare la flexicurity in salsa danese (e svedese) con relative misure di flessibilità occupazionale, sostegno al reddito, formazione professionale e politiche attive nella ricerca del lavoro. Fin qui nulla da eccepire peccato che i sostenitori della flexicurity non si rendano conto di un paio di dettagli:

_ la Danimarca e la Svezia presentano un numero di dipendenti pubblici assai maggiore di quello italiano;

_ in Italia vige la curiosa politica di pretendere esperienze pluriennali anche per profili junior. Simili profili non ci sono? Da Vespa a piagnucolare sui giovani e l’artigianato, bla bla bla;

A cosa ci porta tutto ciò? Su al Nord Europa di fronte ai 3,3 milioni di disoccupati ci si limiterebbe a mettere 1,1 milioni di persone nella formazione in vista di tempi migliori, ergo fuori dalle liste dei disoccupati, mentre un altro 1,1 milioni di persone verrebbe accasato nella PA. Sul tavolo rimarrebbero 1,1 milioni di disoccupati coperti dal sussidio (il che assicura che non venga meno la domanda). Facile, no? Prendiamo, adesso, in esame la carriera lavorativa di un idealtipico lavoratore vichingo: due anni di lavoro, due di disoccupazione, uno di formazione. Bella forza se poi escono i sondaggi sui danesi come popolo più felice del pianeta. Lo sarei anch’io se lavorassi un anno sì e uno no. Ecco qui il segreto della mitica flexicurity. Viceversa in Italia la mera formazione professionale si scontrerebbe contro il muro di gomma delle aziende.

Prendiamo in esame un altro elemento: la terza rivoluzione industriale. Nei prossimi decenni un ciclone di automazione e robotica si abbatterà sulla vita delle persone. L’assunto che la morte dei vecchi lavori porterà alla nascita di quelli  nuovi è tutto da dimostrare e si teme una società dove la disoccupazione possa salire all’80%. Le conseguenze della cosa sono ovvie visto che l’ultima volta è finita così:

L'iperinflazione è finita nel 1924 e Hitler è andato al potere nel 1933. Indovinate perché.

L’iperinflazione è finita nel 1924 e Hitler è andato al potere nel 1933. Indovinate perché.

Dite che esagero? A Davos fra le altre cose si è parlato proprio della questione ipotizzando l’adozione di un reddito di cittadinanza o il blocco delle tecnologie elimina lavoro. Certo può essere che siano paure infondate, me nel dubbio è meglio predisporre delle misure di sicurezza. Spera in meglio, preparati per il peggio.

Se le sedie sono insufficienti e cambiano nel tempo per via del dinamismo del ciclo economico avremo un surplus di persone e non si può più accettare la disoccupazione come periodo di inattività. Il punto di partenza è la flexicurity con un paio di modifiche. In termini contrattuali si dovrebbe adottare un contratto unico senza tutele crescenti, anzi, senza tutele di sorta. Se la flessibilità è necessaria per via dell’andamento del ciclo economico, allora, lo deve essere a tutte le età. Si può, quindi, assumere e licenziare senza costi o problemi giuridici, burocratici. In cambio di questa libertà basta adottare misure come il salario minimo e il sussidio di disoccupazione, nonché tutte le normative in merito alla discriminazione, gli abusi o quant’altro. In teoria basta il sussidio di disoccupazione e le politiche del lavoro e fronteggiare il problema, in caso di molestie basta dimettersi e accedere al sussidio [3], ma è meglio mettere le cose in chiare per punire i malvagi.

Il secondo punto da cui partire è la formazione professionale per mettere in linea le competenze dei lavoratori con le nuove tipologie lavorative e per mettere mano alla disastrosa situazione scolastica delle coorti d’età più anziane. Questo punto si scontra con l’immotivata pretesa delle aziende in merito all’esperienza lavorativa, ma si sposa perfettamente con la carenza di personale nella PA. Non ci credete? Ecco a voi un paio di dati (pubblico impiego come percentuale della forza lavoro) [4]:

Norvegia 29,3%
Danimarca 28,7%
Svezia 26,2%
Finlandia 22,9%
Francia 21,9%
Regno Unito 17,4%
Canada 16,5%
Media OCSE 15%
USA 14,6%
Italia 14,3%

Se chi lavora nella PA si lamenta della carenza nell’organico un motivo pur ci sarà, no? L’ovvia soluzione a questi due problemi è quella di utilizzare la PA come posto di lavoro tappabuchi fra un periodo di occupazione nel privato, un periodo di disoccupazione e uno di formazione. Eccezion fatta per alcune posizioni lavorative ad elevata specializzazione – medicina, alcuni ma non tutti settori nella scuola – o particolarmente rischiose – forze armate, vigili del fuoco, forze dell’ordine – ogni posizione lavorativa dovrebbe diventare a tempo determinato e destinata per il disoccupato di turno.

Vi chiedete perché si dovrebbe accettare un lavoro nella PA invece di stare sul divano? Beh:

_ il sussidio è a tempo e lavorare nella PA lo azzera per il prossimo giro;

_ il lavoro nella PA è anche finalizzato ad acquisire esperienze da spendere sul mondo del lavoro privato;

_ non è che ci sia tutta questa libertà di scelta…

Il lavoro nella PA assume anche un significato di controllo. Pensate al classico fuuurbo che rassegna le dimissioni dopo pochi giorni lavoro dopo lavoro. Se non funziona nel privato basta metterlo nel pubblico con una piccola differenza: cosa fai nel privato non interessa a nessuno, cosa fai nel pubblico interessa allo Stato che eroga l’intero baraccone. Ti credi fuurbo? Bene, puoi dire addio alla partecipazione al mercato del lavoro privato, a quello pubblico, ai sussidi e a tutte le erogazioni del welfare (sanità e previdenza comprese).

Così facendo sono tutti contenti:

_ i lavoratori hanno reddito/lavoro/formazione;

_ le imprese hanno un personale già formato e un mercato a cui vendere;

_ lo Stato non ha torme di disoccupati e la PA in piena salute;

Dinnanzi a questo quadro in molti hanno da ridire sui costi. Peccato che un punto non sia affatto chiaro: il sussidio di disoccupazione è l’esito scontato delle prossime riforme del lavoro. È preferibile erogare i fondi senza avere nulla in cambio o adottare la stessa cifra avendo in cambio un prodotto lavorativo? Appunto: stesso costo, risultati differenti.

Il costo della riforma del lavoro è calcolato sui 20 miliardi e se considerate che lo Stato versa 30 miliardi in sussidi alle imprese o a questa o quella categoria ne avanzano anche per ridurre l’IRAP. In più non si deve dimenticare il costo delle false pensioni di invalidità (5/10 miliardi), una razionalizzazione dell’architettura statale eliminando le regioni, i comuni e tenendo le province nonché una mini IMU con attività produttive esentate.

In definitiva, il “lavorare meno lavorare tutti” non è uno slogan, è una necessità imposta dallo sviluppo dall’economia e da quello della tecnologia. C’è solo da capire quando si vorrà prendere atto del fatto che non siamo più nel 19° secolo e che il liberalismo è tanto obsoleto quanto il comunismo. In attesa che lo sviluppo tecnologico ci porti ad una sorta di socialismo tecnologico con conseguente eliminazione del capitale, del lavoro (ma non del mercato). Ma di questo parleremo un’altra volta.

[1] Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Sedie_musicali.

[2] Cfr. https://www.fermareildeclino.it/10proposte.

[3] Il libero mercato funziona solo con lo Stato (cattivo&crudele) alle spalle. Benvenuti nella nuova sociologia economica.

[4] Cfr. http://www.oecd-ilibrary.org/sites/gov_glance-2011-en/05/01/index.html?contentType=%2Fns%2FStatisticalPublication%2C%2Fns%2FChapter&itemId=%2Fcontent%2Fchapter%2Fgov_glance-2011-27-en&mimeType=text%2Fhtml&containerItemId=%2Fcontent%2Fserial%2F22214399&accessItemIds=.

 

Annunci

Un commento su “La riforma del lavoro per il 21° secolo: la politica delle sedie insufficienti e il posto di lavoro fluttuante

  1. Pingback: Perché le aziende richiedono esperienza pluriennale nelle job description? | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 26 marzo 2014 da in economia con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: