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Ipse dixit: Visco e il precariato

Il boss della Banca d’Italia e la produttività italiota [1]:

La debolezza della produttività è evidente sia in chiave storica sia rispetto ai principali concorrenti; si è riflessa in una sfavorevole evoluzione della competitività esterna. Nel periodo 1996-2007 la produttività oraria è cresciuta in media annua dello 0,6 per cento in Italia, più del doppio nell’area dell’euro (1,4), il triplo in Francia (1,7) e in Germania (2,0). Negli anni della crisi, tra il 2008 e il 2012, la produttività è arretrata nel nostro paese (-0,2 per cento in media all’anno), contrariamente a quanto accaduto in Francia e in Germania (0,3) e nella media dell’area (0,7). Tali andamenti riflettono principalmente la mediocre crescita di quella che gli economisti chiamano produttività totale dei fattori, che dipende in misura fondamentale dal capitale umano e dalla capacità d’innovazione e organizzazione delle imprese, oltre che dal contesto istituzionale. Queste determinanti cruciali dello sviluppo presentano nel nostro paese carenze note e finora irrisolte. È utile discuterne congiuntamente, seppur per sommi capi, anche in ragione delle pronunciate interrelazioni tra le tre variabili e della conseguente possibilità che si creino circoli viziosi.

Vi chiedete il perché della cosa? Beh, l’Italiano di per sé difetta in formazione:

Molti indicatori mostrano da tempo un ritardo del nostro paese nei livelli di istruzione e di apprendimento di studenti e adulti. I risultati dell’indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), pubblicata dall’OCSE nell’autunno del 2013, evidenziano per l’Italia un grado elevato di “analfabetismo funzionale”, ovvero una diffusa carenza di quelle competenze – di lettura e comprensione, logiche e analitiche – che rispondono alle moderne esigenze di vita e di lavoro. Il 70 per cento degli adulti italiani non è in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e articolati (siamo ultimi, a fronte di una media del 49 per cento tra i paesi partecipanti) e una quota analoga non è in grado di utilizzare ed elaborare adeguatamente informazioni matematiche (contro il 52 per cento nella media degli altri paesi). Ciò è, in parte, dovuto ai modesti livelli di istruzione formale raggiunti, ancora distanti da quelli di altre economie avanzate. Nel 2011 solo il 56 per cento della popolazione italiana nella fascia di età 25-64 aveva concluso un ciclo di scuola secondaria superiore, contro il 75 per cento della media OCSE: il divario rimane, ancorché più contenuto, anche tra le coorti più giovani (71 contro 82 per cento nella fascia di età 25-34 anni). È inoltre ancora modesta la quota dei laureati (15 contro 32 per cento nella fascia di età 25-34 anni). È limitata anche la diffusione di formazione sul posto di lavoro: secondi i dati della quarta rilevazione europea CVTS (Continuing Vocational Training Survey), nel 2010 solo il 56 per cento delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha svolto attività di formazione professionale per i propri dipendenti. Nonostante il notevole miglioramento – nel 2005 la corrispondente quota era pari al 32 per cento – l’Italia continua a collocarsi al di sotto della media europea (66 per cento).

Come mai? Ma perché la cosa non rende!

È necessario quindi capire perché famiglie e imprese investano in capitale umano meno che negli altri paesi. Nell’ultimo rapporto sull’istruzione (Education at a glance, 2013) l’OCSE ha calcolato, comparando costi e benefici monetari come si farebbe per un titolo finanziario, il tasso di rendimento interno di un investimento in capitale umano. In Italia l’acquisizione di istruzione universitaria renderebbe l’8 per cento, un valore inferiore di quasi 5 punti percentuali a quello registrato nella media dei paesi dell’OCSE e di quasi 6 a quello raggiunto dagli altri paesi dell’area dell’euro.

Una scuola poco efficiente, una specializzazione produttiva rivolta ai settori meno avanzati e il nanismo aziendale sono le cause della situazione:

Gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e l’innovazione accrescono l’efficienza produttiva delle imprese e dell’intero sistema economico; favoriscono lo sviluppo del prodotto e dell’occupazione, aumentando il benessere complessivo. In Italia la spesa in R&S, un’importante misura delle risorse impiegate per la produzione di innovazione, è bassa nel confronto internazionale e lontana dall’obiettivo del 3 per cento fissato dalla Commissione europea nella strategia UE 2020. Una ridotta propensione alla R&S si riflette in una scarsa capacità brevettuale: secondo i dati dell’OCSE, la quota italiana sul totale dei brevetti depositati presso lo European Patent Office era nel 2010 pari al 4,2 per cento, poco più della metà della Francia, un quinto della Germania, meno di un sesto degli Stati Uniti. La rilevanza dell’Italia è ancora minore nei settori innovativi delle biotecnologie, dell’ICT e delle nanotecnologie, settori in cui i brevetti italiani sono pari a poco più del 2 per cento del totale, contro l’8 per cento della Francia, il 16 della Germania, il 34 degli Stati Uniti. In quest’ultimo paese lo straordinario sviluppo di tali settori sta ridisegnando la mappa della crescita e la nuova geografia dei lavori, come recita l’ultimo libro di Enrico Moretti, professore di economia all’Università di Berkeley, California. L’espansione dei settori innovativi costituisce infatti il principale motore della crescita della produttività e dell’occupazione: si stima che a ogni nuovo lavoro high-tech creato in una data area metropolitana si associno cinque nuovi posti di lavoro in altri settori, spesso anche nei servizi a più basso contenuto di istruzione e competenze.

E:

È noto che la dimensione aziendale, pur con le necessarie qualificazioni del termine appare cruciale nell’influenzare l’insieme delle decisioni strategiche dell’impresa. La piccola dimensione rende più difficile assorbire i costi fissi connessi con l’avvio di un’attività di esportazione o di produzione all’estero e con le asimmetrie informative sulle modalità di accesso ai mercati esteri; non consente di beneficiare delle economie di scala insite nell’innovazione tecnologica e in tutte quelle altre attività a monte e a valle della produzione – marketing, pubblicità, reti distributive – che sono fondamentali per accrescere la capacità competitiva.

E la stoccata finale di gran classe:

Il miglioramento della competitività delle imprese passa in misura importante attraverso la valorizzazione e lo sviluppo del capitale umano di cui dispongono, anche in collaborazione con il sistema di istruzione e di ricerca. A questo riguardo, studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività.

Benvenuto Visco, benvenuto boss della Banca d’Italia fra i facinorosi statalisti.

[1] Cfr. http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2014/visco-bari-290314/visco-bari290314.pdf.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 marzo 2014 da in economia con tag , , .
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