Charly's blog

L’argumentum “UE e dell’antistoria di non essere UE”

Nel variegato dibattito sul futuro della UE spicca l’argomento “UE e non UE, o dell’antistoria di non essere UE”. Si teorizza che la UE sia lo sbocco inevitabile delle sorti progressive della storia mondiale per via della tendenza del passaggio dalla molteplicità all’unicità. Davvero? Questa è la cartina politica dell’Europa attuale:

 Europa carta politica

Questa, invece, è la situazione dell’Europa del 1914:

 Europe 1914

Che notate? Che a dispetto della retorica nell’ultimo secolo le entità politiche sono aumentate in numero e non sono affatto diminuite. Il collasso dell’impero austro-ungarico e di quello russo è stata la causa della ridefinizione della cartina europea, specie nel centro e dell’est europa. E non solo. Attualmente la Spagna soffre spinte centrifughe con la Catalogna e i Paesi Baschi, il Regno Unito con la Scozia, il Belgio con i Fiamminghi, l’Italia con il Nord e persino con il Sud, la Francia con i Corsi, mentre è cronaca l’Ucraina e le minoranze russe nelle terre dell’ex impero sovietico.

Andando più indietro nel tempo, invece, si può notare la progressiva riduzione delle entità politiche. Ecco l’Europa nell’anno 1400:

 Europa nel 1400

Questa è l’Europa nell’anno 1748:

 La pace di Aquisgrana 1748

Si può notare una netta riduzione delle entità politiche. La penisola iberica si è riorganizzata intorno a due stati, le isole britanniche sono state unificate sotto la corona inglese, la Francia ha allargato la propria sfera d’influenza, mentre l’est Europa cade sotto le grinfie dell’Austria, della Russia. I balcani, invece, diventano terra turca. Questa tendenza si svilupperà ulteriormente nel secolo successivo grazie all’unificazione dell’Italia e della Germania.

Questa cavalcata storica ci porta a due conclusioni:

_ dalla fine del Medioevo al primo conflitto mondiale abbiamo assistito ad una riduzione delle entità politiche ed ad una loro crescita territoriale;

_ nell’ultimo secolo questa tendenza è finita, lasciando il posto alla rinascita del locale;

Come mai? La prima tendenza è da ricercare nelle Rivoluzione militare della prima età moderna. L’avvento delle armi da fuoco ebbe un’enorme impatto sulla conduzione delle campagne militari. L’utilizzo dei moschetti e dell’artiglieria portò alla scomparsa delle fanterie armate di spade, lance e giavellotti, nonché ridusse ad un ruolo secondario la cavalleria. Ciò porto ad una riduzione della molteplicità delle tattiche belliche. Se nel mondo antico si poteva avere in contemporanea la legione, la falange, la fanteria disorganizzata germanica e le cavalleria dei popoli delle steppe, a partire dall’età moderna si giunse al trittico fuciliere/cavalleria/artiglieria senza possibilità di altre alternative. In contemporanea grazie alle armi da fuoco le fortezze mutavano da un ruolo prettamente difensivo ad uno anche offensivo. Una piazzaforte armata di cannoni poteva sbarrare il passo ad un esercito in marcia.

Fortezze, eserciti armati di armi da fuoco con crescenti necessità logistiche in termini di munizioni e polvere da sparo, il tutto condito dalla semplicità dell’utilizzo dei moschetti rispetto a spade o archi lunghi portava ad un impiego sempre più massiccio di uomini. Tutti questi fattori richiedevano una quantità enorme di risorse che soltanto gli Stati più grandi e meglio organizzati potevano procurare. Il cosiddetto Stato assoluto della seconda età moderna, la nascita delle burocrazia, del fisco, dell’amministrazione pubblica sono tutti figli dei moschetti. Anche le Rivoluzioni di fine modernità come quella americana e francese sono figliocci della polvere da sparo dato che l’Ancien Regime crollò proprio per i contrasti fra il Re e la Nobiltà/clero proprio in merito alla fine dei privilegi e delle organizzazioni medievaleggianti di questi residuati bellici.

Viceversa abbiamo già visto la rinascita del locale. Mi autocito:

Nelle prime fasi del dibattito sulla globalizzazione si ipotizzava la fine degli Stati in quanto tali, con conseguente diffondersi di una cultura globale e cosmopolita. Tutti cittadini del mondo, tutti consumatori e addio alla cittadinanza. Anche perché senza uno Stato il libbero merkaten avrebbe curato ogni aspetto. E lì non ci sono cittadini o opinioni, solo consumatori e gioco della domanda e dell’offerta. La teoria è bella, ma non piacque molto ai suddetti cittadini che, invece, vollero tenersi lo Stato… pur disfandosi della Nazione. Al suo posto prese piede l’identità locale, la piccola patria. È sì morto lo Stato nazione, ma al suo posto è nato lo Stato locale. Da qui la glo(bale)(lo)cal(e)izzazione: globale per economia, locale per sociocultura e politica.

Questo fenomeno ha due motivazioni. La prima è identitaria e di tutela. In un mondo globale si cerca un appiglio trovandolo nel locale. Senza dimenticarsi che il cittadino ha potere in quanto tale, il consumatore solo se ha il denaro. La seconda spiegazione è prettamente economica. I confini degli Stati nazione non corrispondo ai flussi economici. Io sono del Nord ovest è scommetto che qui abbiamo più legami con la Francia piuttosto che con la Sicilia. Considerando, inoltre, che i flussi economici si localizzano in aree – quelli che una volta si definivano distretti – relativamente omogenee per infrastrutture, specializzazione economica, skills e know how, ne può venire fuori che due distretti siano tra loro poco simili o compatibili. Un distretto basato sulla nanotecnologia o l’informatica ha ben poco in comune con uno specializzato nel turismo. Se manca un’esigenza comune, se il senso di appartenenza non è condiviso o soddisfatto, perché stare insieme?

L’aspetto più buffo è che l’esistenza delle piccole patrie non determina necessariamente l’archiviazione di entità sovranazionali come la UE. Uno Stato federale come vorrebbe essere la UE si basa su una federazione di entità più piccole, quale che sia la dimensione delle stesse. Ai distretti specializzati in termini economici serve un libero mercato dove smerciare i prodotti lasciando l’ordinaria gestione, che può assumere connotati identitari, al locale. In pratica le piccole patrie vogliono fare i loro porci comodi in termini socioculturali salvo poi godere dei vantaggi del sistema economico.

Capito il trend? Essere grossi ha vantaggi innegabili in ambito militare, ma non in quello economico come Singapore, la Danimarca e la Svizzera ben dimostrano.

Caduta una balla, ecco la seconda. Stando all’europeista è solo grazie alla UE se esiste la mobilità delle persone. No, ma proprio no. Tanto per cominciare una mobilità professionale era già sviluppata da secoli. Leonarda da Vinci è nato dalle parti di Firenze, ha lavorato a Milano, è stato di passaggio a Venezia ed è morto in Francia. Erasmo da Rotterdam è nato in Olanda ma è vissuto a Parigi, in Italia e in Inghilterra. Voltaire è nato in Francia, è vissuto in Inghilterra, Prussia e in Svizzera. La UE, allora, avrebbe dovuto incentivare la mobilità su scala più ampia, ma qui si ritrova la totale opposizione dei popoli europei. I lavoratori si spostano solo per disperazione, mentre chi si sposta per scelta professionale lo può fare anche senza la UE.

La morale della favola è che la UE non è un esito scontato e che molti dei suoi vantaggi sono più teorici che altro. Sulla UE, allora, si può avere l’opinione che si vuole: opporsi o sostenere. Ma per piacere non stuprate la storia né tantomeno la sociologia economica. Grazie.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 maggio 2014 da in Argumenti con tag , , .
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