Charly's blog

Diamo i dati: la flessibilità del lavoro

È convinzione diffusa che il problema della disoccupazione si possa risolvere con una maggiore flessibilità contrattuale. In effetti, è un fatto ovvio: non si assume qualcuno per fargli ricoprire una mansione, ma soltanto se è facile licenziarlo. Ti disturba l’idea di assumere un cuoco perché hai un ristorante vuoto? Nessun problema: lo puoi licenziare facilmente.

Idiozie a parte, sul database dell’OCSE possiamo trovare i dati relativi all’effettiva protezione del lavoratore nei confronti del licenziamento [1]. Partiamo con i dati relativi ai contratti regolari:

_ l’Italia ha mantenuto un valore costante dal 1990 al 2011 pari al 2,76. Nel 2013 il valore è sceso 2,51;

_ La Francia si è attestata al 2,34 fino al 2002, per poi salire al 2,47 fino al 2008. Da lì è poi sceso al 2,38;

_ la Germania è passata dal valore 2,58 del 1993 a 2,68. Dal 2004 il valore è salito a 2,87;

_ la Spagna presentava un valore altissimo pari 3,55, per poi calare: 2,36 dal 1995 fino al 2008, 2,21 nel biennio 2011/2, 2,05 nel 2013;

_ il Regno Unito si attestava a 1,03 fino al 1999 per poi passare a 1,20 fino al 2012. Dal 2013 il valore è calato di nuovo a 1,03;

Il valore italiano è tuttora fra i più alti, ma non è affatto il più alto. Fra l’altro l’idea che la maggiore flessibilità argini la disoccupazione non è affatto provata. La Spagna e la Grecia (2,80 fino 2010, poi 2,17 e dal 2013 il valore è pari a 2,12) presentano un valore più basso rispetto a quello tedesco. Più in generale non vedo come si possano trarre delle “leggi” sul fenomeno dato che fra i paesi scandinavi alcuni hanno un valore basso (la Danimarca oscilla fra il 2,13 e il 2,20, la Finlandia è passata dal 2,79 al 2,17, la Norvegia è stabile al 2,33) altri un valore più elevato (la Svezia è al 2,61 stabile da un decennio), mentre nei paesi rimanenti ci sono valori di tutti i tipi.

Spostiamo il focus sui contratti individuali:

_ l’Italia è stata stabile fino al 2012 con un valore pari al 2,76 per poi calare a 2,51 nel 2013;

_ la Francia è partita con 2,34 per poi salire dal  2004 al 2,47 e, infine, scendere al 2,38 dal 2009;

_ la Germania è partita con 2,58 per poi salire dal 1994 a 2,68. Dal 2005 il dato si asseta a 2,87;

_ la Spagna è calata dal 3,55 al 2,36. Nel biennio 2011/2 il dato è calato a 2,21 e dal 2013 ha raggiunto il valore di 2,05;

_ il Regno Unito è partito con 1,03, ha avuto una breve parentesi al 1,20 per poi calare al 1,03;

Anche qui si registra lo stesso fenomeno. Ecco, infine, il dato dei contratti a tempo:

_ il calo dell’Italia è sorprendente: dal 4,88 del 1990 al 2,0 del 2000;

_ la Francia è salita da 3,06 a 3,63;

_ la Germania è scesa da 3,25 a 2,0 del 1998, per poi calare a 1,0 dal 2004. Oggi è a 1,13;

_ la Spagna è calata da 3,75 al 3,25 del 1996, per poi calare a 3,0 nel 2007. Oggi è al 2,56;

_ il Regno Unito è salito da 0,25 a 0,38:

Anche i paesi scandinavi non sono scampati al trend in diminuzione (la Danimarca è passata da 3,13 a 1,38, la Svezia da 4,08 a 0,81, la Norvegia da 3,13 a 3,0; la Finlandia, invece, da 1,25 a 1,56). Piccola curiosità, ecco come se la cava la Grecia nei tre campi sopracitati:

_ valore pari al 2,80 fino al 2012, per poi scendere a 2,17 e dal 2013 a 2,12;

_ valore pari come sopra;

_ valore pari a 4,75 fino al 2003, per poi calare a 2,75 fino al 2011 dove si è raggiunto il 2,50. Da lì ulteriore calo al 2,25;

Che ci dicono questi dati? Non molto. I paesi europei si muovono come al solito in ordine sparso. L’Italia nel suo piccolo ha ridotto parecchio la protezione dei contratti, specie nell’area di quelli a tempo. La Germania, invece, sembra aver scaricato il tutto soltanto su quelli a tempo (le famose riforme fatte dai tedeschi…specie quella del 2003 finanziata sforando i parametri UE) proteggendo, invece, quelli regolari. L’idea di ridurre la protezione ai contrati  è già stata applicata nei paesi in crisi senza risolvere la crisi occupazionale.

La sensazione è che la maggiore flessibilità sia il cavallo di Troia per giungere ad una riduzione salariale (meno stipendio a parità d’ore, stesso stipendio con più ore) sempre che la cosa non porti ad un calo generalizzato nell’occupazione. Sarebbe molto più sensato creare un sussidio di disoccupazione universale piuttosto che baloccarsi con riforme dotata di scarsa incisività, ma la vulgata vuole la flessibilità.

[1] Cfr. http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=EPL_OV.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2014 da in economia con tag , , .
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