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Ipse dixit. Renzi: internazionalizzare, delocalizzare, boh?

Parola del leader del faaaaare [1]:

Per salvare l’industria italiana bisogna cambiare cultura, cominciare a dire che non esiste delocalizzazione ma solo internazionalizzazione, che senza lo stabilimento in Vietnam la Piaggio sarebbe stata costretta a chiudere Pontedera.

Cosa non va in questa frase? Una piccola banalità: internazionalizzare non è affatto sinonimo di delocalizzare. Con questa frase s’intende la capacità di vendere un prodotto o un servizio al di fuori del mercato domestico. Ma non c’è scritto da nessuna parte che il ciclo produttivo sia suddiviso in parti differenti del globo. Puoi produrre tutto in loco per poi vendere fuori. Il termine delocalizzazione, invece, descrive l’atto di suddividere parte del processo produttivo al di fuori del territorio patrio, se non addirittura il ciclo nella sua totalità.

Ma perché si delocalizza? Fondamentalmente per tre motivi:

_ difficoltà a produrre sul territorio d’origine (tasse, burocrazia, conflitti);

_ ricerca di capacità presenti solo in loco;

_ riduzione dei costi di produzione;

Nel caso delle aziende italiane abbiamo il primo e il terzo punto. Questa duplice presenza spiega perché le aziende italiane abbiano de localizzato più verso i paesi europei che in quelli extra: al vertice abbiamo la Francia (2.562 aziende trasferite), la Spagna (1.925), la Germania (2.099), gli Stati Uniti (2.408). La Cina occupa soltanto la settima posizione (1.103) [2].

Non basta, in ogni caso, migliorare soltanto la cornice entro la quale fare il business perché per molte aziende il problema è la specializzazione produttiva e la natura delle imprese stesse: piccole, sottocapitalizzate e dedite a produzioni a basso contenuto tecnologico. L’aspetto ironico della cosa è che le aziende in formato micro in genere hanno difficoltà a delocalizzare e dipendono totalmente dal mercato interno. Quelle che scappano sono le medie o le grandi più che le piccole.

Vuol dire che moriremo tutti? Non necessariamente. Tanto per cominciare si potrebbe migliorare il quadro generale per il  business (leggi, tasse, burocrazia). Poi non si deve dimenticare che le aziende stanno lentamente ma costantemente ritornando all’ovile. Se il trasferimento è motivato dal costo del lavoro, la lenta ma progressiva crescita dei salari nei paesi del terzo mondo riduce questo vantaggio. La distanza, inoltre, presenta un costo logistico e può presentare delle difficoltà in caso di ricerca o di adattamento al mutare del mercato. Infine, la disoccupazione in Italia ha ridotto i salari o ne ha bloccato la crescita. Insomma, piove sempre sul bagnato.

[1] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-12/fare-sistema-asia-il-lavoro-italia-063638.shtml?uuid=ABKv0CQB.

[2] Cfr. http://www.cgiamestre.com/2013/03/la-crisi-ha-fermato-la-fuga-delle-nostre-aziende/.

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6 commenti su “Ipse dixit. Renzi: internazionalizzare, delocalizzare, boh?

  1. Alessio G.
    12 giugno 2014

    penso sia la prima volta che commento sul tuo blog anche se ti seguo da un po’. Non prendertela ma stavolta hai preso una cantonata, non tanto nel concetto quanto nell’esempio. Renzi ha mille difetti e spesso si esprime anche male, da pubblicitario. Ma sulla piaggio in vietnam ha ragione. Te lo dico per esperienza diretta, ho lavorato lì due anni: la produzione non serve per l’export in europa ma solo per la vendita nei paesi del sud-est asiatico (zona ASEAN). Tant’è vero che la vespa è fatta sia ad Hanoi che a Pontedera (stesso modello).
    La ragione è semplice: in vietnam l’importazione di veicoli completi è soggetta a un dazio del 100%, quindi una vespa italiana costerebbe più del doppio (aggiungici anche il trasporto, anche se incide poco). In realtà si tratta veramente di internazionalizzazione, andare a produrre per vendere in loco, abbastanza tipico dei paesi in via di sviluppo in fase di industrializzazione.
    Questo non vuol dire che la delocalizzazione non esista ma hai scelto l’esempio sbagliato.

    un saluto

    Alessio

    • Charly
      12 giugno 2014

      Ricevuto, ma non cambia il concetto alla base: l’internazionalizzazione non è sinonimo di delocalizzazione. L’esempio è di Renzi ed è stato usato come modello da seguire su scala globale (senza lo stabilimento in Vietnam la Piaggio avrebbe chiuso in Italia) anche se, come scrivi, lì la cosa è servita solo per aggirare i dazi. In ogni caso elimino il riferimento.

      • Alessio G.
        12 giugno 2014

        Internalizzazione e delocalizzazione sono cose diversissime, son daccordo. Come ti dicevo Renzi si esprime male ma il concetto non è del tutto sbagliato: nell’esempio (che conosco, gli altri ovviamente non so) si riferisce probabilmente al fatto che i mercati asiatici sono in espansione e generano utile, quello italiano è in contrazione e genera perdite, quindi senza gli utili asiatici difficilmente sarebbe rimasto in piedi quello di Pontedera, a meno di pesantissime ristrutturazioni.

      • Charly
        12 giugno 2014

        Su questo sono d’accordo, ma il post era dedicato alla confusione fra i due termini. Il problema è che il mercato asiatico è una grande promessa da almeno 10 anni. Finora solo deficit commerciali 😦

  2. Alessio G.
    13 giugno 2014

    perchè dici solo deficit commerciali? a me non risulta, anzi…

    • Charly
      13 giugno 2014

      Con la Cina c’è, così come con l’India (cfr. http://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=128). Poi magari il surplus con qualche paese locale c’è, ma in genere si pensa alla cindia come fonte di sbocco delle merci. Vediamo come si evolve nei prossimi 10 anni. In teoria la Cina dovrebbe cominciare a basarsi sulla domanda interna.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 12 giugno 2014 da in economia con tag , .
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