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Lectio magistralis: democrazia, cosa è

Oggi vi propongo un post piuttosto corposo dedicato alla democrazia. Sapete com’è, quando ti ritrovi fra i piedi persone convinte che i protestanti nel 1215 o giù di lì (che in quell’anno i protestanti pullulavano, eh) sono stati essenziali nel promuovere la democrazia nel regno inglese – quello dei re e dei baroni – ti rendi conto delle lacune del sistema scolastico italico.

Dare una definizione alla democrazia è piuttosto problematico per via dei molteplici aspetti e delle più disparate forme che ha assunto nel corso del tempo. Si tratta pur sempre di una forma di governo con alle spalle una storia di duemila e cinquecento anni. Per uscire da questo ginepraio di studi e definizioni è possibile seguire la strada già percorsa da Norberto Bobbio e da altri: evidenziare la logica del  percorso comune a tutti i modelli di democrazia finora sperimentati.

Il quesito da cui inevitabilmente si parte è che cosa sia la democrazia. La risposta è ovvia: prima di tutto la democrazia è una forma di governo. Si impone, quindi, un ulteriore precisazione: cosa s’intende per  forma di governo?  Il governo è generalmente inteso come quella compagine di uomini e donne che, a tutti i livelli di un sistema politico, ha ottenuto il potere di scegliere, di decidere e di far attuare le politiche pubbliche. Non è un caso che Bobbio abbia scelto proprio le regole e le procedure come elementi in grado di caratterizzare la democrazia

Un insieme di regole (primarie o fondamentali) che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure.

Nelle varie forme di governo si deve appurare chi e come decide. Si presti attenzione: conta il chi e il come non il che cosa. Quest’ultimo riguarda le decisioni e le scelte prese dalla politica ma, ovviamente, ogni singola forma di governo deve esprimersi a riguardo. Governi differenti fra loro per struttura possono prendere la stessa decisione, governi simili no. Quel che ci interessa, quindi, è chi e come è chiamato a decidere, poiché da questi fattori si può ricavare la differenza fra la democrazia e le altre forme di governo.

Per che cosa, dunque, si contraddistingue la democrazia? Spesso si cerca di capirlo partendo dal nome. Democrazia è un termine composto da due parole di origine greca: demos e kratos, tradotti (usualmente) rispettivamente popolo e potere. Il termine democrazia indicherebbe, quindi, una forma di governo caratterizzata dal potere del popolo. Il problema che si pone è che questa definizione è estremamente oscura. Chi è il popolo? Chi ne fa parte e perché? Sono quesiti di difficile soluzione e ci si rende facilmente conto che la via del significato letterale solleva solo quesiti senza fornire le risposte.

Proviamo, allora, a percorre un’altra strada, parallela a quella più frequentata. Per il filologo Luciano Canfora la tradizione usuale del termine democrazia è inesatta. Non si tratterebbe di un non meglio precisato governo del popolo, bensì sarebbe l’atto amministrativo che si qualifica non rispetto a pochi ma rispetto alla maggioranza. Sembra un particolare di poco conto, ma è di enorme importanza. Per apprezzarne il valore si deve adottare una metodologia basata sulla comparazione storica. All’epoca in cui la democrazia mosse i primi passi, nell’Atene del 5° secolo, vi erano altre forme di governo, più antiche o coeve. Qual era e qual è la differenza fra la democrazia e queste altre forme di governo? L’unica vera differenza che si possa rilevare è nel numero delle persone partecipanti al potere politico. Così facendo, inoltre, possiamo apprezzare il valore della precisazione di Canfora. Seguendo Aristotele, le forme di governo possono essere così suddivise in base al numero:

– il governo di uno, la monarchia

– il governo dei pochi, l’aristocrazia

– il governo dei molti, la democrazia

Il numero non è una semplice questione logistica, ma porta con sé un’innovazione socio-politica di fondamentale importanza. Eccezion fatta per la democrazia, le altre forme di governo erano basate su una nettissima divisione fra i governanti e i governati. I primi erano tali per diritto di sangue o divino e non rispondevano del proprio operato a nessuno.

Si pensi, ad esempio, ad un episodio dell’Iliade: nel libro secondo i greci si riuniscono ad assemblea e a differenza di quanto programmato da Agamennone, il cui intento era quello di ventilare l’idea di tornare a casa per poi rinforzare ulteriormente la forza d’animo dei greci, l’abbandono del conflitto riscuote grande successo fra le truppe. Finché Odisseo, spronato da Atena, non va per l’accampamento a fermare i commilitoni, così dicendo:

Pazzo, stattene fermo a sedere, ascolta il parere degli altri, che son più forti di te; tu sei vigliacco e impotente, non conti nulla in guerra e nemmeno in consiglio: certo che qui non potremo regnare tutti noi Achei! No, non è un bene il comando di molti: uno sia il capo, uno il re, cui diede il figlio di Crono, pensiero complesso, e scettro e leggi, ché agli altri provveda.

Si osservino le argomentazioni dell’eroe: il membro dell’assemblea, di nome ma non di fatto, non è nulla, non conta nulla, dovrebbe lasciare il comando a chi è più degno e conosce di più. Si può essere più aristocratici di così? Le parole dell’eroe convincono tutti, eccetto Tersite che Omero così descrive:

Solo Tersite vociava ancora smodato, che molte parole sapeva in cuore, ma a caso, vane, non ordinate, per sparlare dei re: quello che a lui sembrava che per gli Argivi sarebbe buffo. Era l’uomo più brutto che venne sotto Ilio. Era camuso e zoppo d’un piede, le spalle eran torte, curve e rientranti sul petto; il cranio aguzzo in cima, e rado il pelo fioriva.

Tersite critica Agamennone e la sua volontà di proseguire il conflitto, salvo poi essere pesantemente redarguito e preso a bastonate da Odisseo. Ricapitoliamo: è stata sì indetta un’assemblea, ma è palese che a prendere le decisioni siano gli eroi, non le pedine che gli stessi muovono sul campo di battaglia. E non solo: esiste addirittura una differenza fisica fra gli eroi e tutti gli altri con i primi, ovviamente, ricettacolo di ogni virtù. Non è un caso se il contestatore, Tersite, viene rappresentato come il più infimo fra i soldati accorsi sotto le mura di Troia.

La democrazia, tuttavia, rivoluzionò la politica: fra i governanti e i governati non vi era una differenza dovuta dalla nascita e non esisteva una barriera fra i primi e i secondi. Ne consegue che la democrazia instauri anche un’uguaglianza formale di ogni individuo sia dinnanzi alla legge sia per quanto riguarda l’aspetto politico: la famosa frase “la legge è uguale per tutti” si riferisce proprio a questo aspetto. Se si vuole, dunque, trovare una definizione di democrazia si deve fare leva su questi due elementi: il governo dei grandi numeri, la conseguente eguaglianza formale davanti alla legge e il pari godimento dei diritti politici, essere votati e votare, fino ad instaurare un’equivalenza fra governanti e governati.

È facile rendersi conto della difficoltà che solleva l’identificare il tipo ideale della democrazia con il numero e l’equivalenza fra governanti e governati, ma è difficile fare diversamente. Il confronto fra la democrazia e l’aristocrazia ben evidenzia questo punto. Quest’ultima forma di governo può tranquillamente adottare tutte le caratteristiche che solitamente si associano alla democrazia: dal parlamento ai partiti, dalle elezioni all’uguaglianza politica… se limitata a poche persone. E, allora, perché mai rimane aristocrazia e non diviene democrazia? Proprio per via del numero e per la mancata equivalenza fra governanti e governanti: parlamento o no, votazioni o no, elezioni o no, sempre di governo dei pochi rimane.

Anche il definire la democrazia come una poliarchia non è sufficiente. In un regime aristocratico vi possono tranquillamente essere più poli di potere in competizione tra loro. Parafrasando Giovanni Sartori, la poliarchia è un’ottima descrizione delle democrazie contemporanee ma si potrebbe applicare anche per le aristocrazie. Lo stesso si può dire se si considera la democrazia come una forma di governo caratterizzata dalla selezione e dal ricambio delle èlite politiche. Non solo è troppo esclusiva poiché difficilmente la democrazia diretta può trovare asilo all’interno di questa definizione, ma nel contempo non lo è abbastanza per smarcarsi dall’aristocrazia. Cosa proibisce a quest’ultima forma di governo di effettuare la stessa operazione?

Proviamo con ulteriore esempio: oggi vanno di moda le isole e i naufraghi. Bene, si immagini che cento persone finiscano su un’isola sperduta nell’oceano e si ritrovino con la necessità di organizzare una forma di governo. Nel farlo potrebbero adottare tre possibili modalità: nella prima a comandare è solo uno, nella seconda sono in dieci e nella terza modalità ogni singola persona partecipa al processo di discussione e di deliberazione politica. Quali fra queste modalità potrebbe essere definita come democrazia? Sicuramente solo la terza: anche qui abbiamo il governo dei molti con la relativa eguaglianza fra governanti e governati.

Ricapitolando: la democrazia è una forma di governo che prevede l’uguaglianza fra governati e governanti, sia per quanto riguarda tanto il diritto e la legge sia per quanto riguarda il godimento dei diritti politici, e la partecipazione, in linea teorica, di ogni individuo dotato di determinate abilità, in genere la maggiore età e il pieno possesso delle capacità cognitive, alla formulazione delle decisioni politiche. Un’idea rivoluzionaria: all’interno di un gruppo ogni componente gode dell’uguaglianza dinnanzi alla legge dato che la legge si applica in ugual misura per tutti ed ognuno può partecipare alla formulazione delle decisioni politiche in condizioni di uguaglianza dato che il voto di ognuno vale come quello dell’altro. Per questo  motivo si parla di governo dei molti: il potere non cala da un ceto separato dall’alto, ma sale dal basso, da ogni membro della società. O almeno è questa l’idea, la teoria.

Al netto di tante teorie bastano due passaggi del Pseudo Senofonte per capire la differenza fra l’aristocrazia e la democrazia:

Riguardo alla costituzione degli Ateniesi, poiché, appunto, essi scelsero questo tipo di costituzione, io non posso avere parole di lode per il fatto che, operando questa scelta, fecero sì che i cattivi stessero meglio dei buoni: ecco per quale motivo io non posso avere parole di lode. […] In tutta la terra i migliori sono contrari alla democrazia: infatti, tra i migliori sono presenti in minima parte sfrenatezza e iniquità e in massima parte c’è, invece, attenzione per ciò che è bene, mentre nel popolo c’è soprattutto ignoranza, disordine e viltà.

La classica forma mentis dell’aristocratico. Ecco la democrazia:

Stando così le cose, sembra anche giusto che a tutti sia lecito prender parte alle magistrature, tanto a quelle che oggi si attribuiscono per sorteggio quanto per alzata di mano, e che sia altrettanto lecito a chiunque lo voglia dei cittadini esprimere la propria opinione.

Morale? La logica dell’uguaglianza.

P.S. Il titolo del post è una citazione di Giovanni Sartori (lettura consigliata):

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2 commenti su “Lectio magistralis: democrazia, cosa è

  1. Connacht
    6 luglio 2014

    Riguardo protestantesimo e democrazia, bisogna fare delle distinzioni.
    Il luteranesimo per esempio nasce nell’ambiente dei principi tedeschi ed è a loro funzionale per affrancarsi dalle ingerenze pontificie e imperiali. I sudditi tedeschi devono sottostare al loro principe e non a vescovi o papi, tanto che paradossalmente i luterani concordarono con la tesi di alcuni gesuiti sulla monarchia per grazia di Dio (cara ai cattolici francesi su pressione del re che voleva maggiore autonomia politica da Roma e osteggiata dai calvinisti che si ritrovavano curiosamente allineati con i filopapisti).
    I calvinisti invece nascevano in ambiente repubblicano, come in Svizzera o nei Paesi Bassi, ed avevano in uggia ogni autorità autoproclamatasi alla quale contrapponevano l’assemblea dei liberi cittadini o la congrega dei fedeli. Ogni autorità era per mera delega del popolo. Ciò attecchì soprattutto negli Stati Uniti fin dai primi coloni puritani e per poco non si diffuse anche a Venezia.

    Sull’aristocrazia mi vengono in mente due cose: la prima è “quis custodiet ipsos custodes?”, la seconda è il principio heinleiniano per cui chiunqie può acquisire la cittadinanza e partecipare democraticamente allo stato, purché soddisfi particolari prerequisiti e/o acquisisca tale diritto tramite qualcosa che ne certifichi l’essere “tra i migliori” o comunque la capacità di poter pensare al benessere della cosa pubblica.

    • Charly
      6 luglio 2014

      Nel Medioevo c’era un detto: dietro ogni grande aristocratico c’è sempre un tagliagole. L’aristocratico è chi ha preso il potere con la forza e poco più, salvo poi ammantarsi di nobiltà e superiorità.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 luglio 2014 da in politica con tag , .
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