Charly's blog

Recensione film: Gravity

La sinossi del film [1]:

Sandra Bullock interpreta la dottoressa Ryan Stone, un brillante ingegnere medico alla sua prima missione sullo Shuttle, mentre Matt Kowalsky (George Clooney) è un astronauta veterano al comando della sua ultima missione prima del ritiro. Durante quella che sembra una passeggiata nello spazio di routine, ecco che accade il terribile incidente. Lo Shuttle viene distrutto e  Stone e Kovalsky rimangono a volteggiare nella più totale oscurità completamente soli e attaccati l’uno all’altra.
Il silenzio assordante è la conferma della perdita definitiva di ogni contatto con la Terra e, con esso, ogni speranza di essere salvati. La paura si trasforma in panico e ogni boccata d’aria consuma il poco ossigeno rimasto. Ma l’unica strada verso casa potrebbe essere quella di spingersi ancora più lontano, nella terrificante distesa dello spazio.

La recensione di questo film parte inficiata dal fatto che ho visto la variante in 2D e non la ben più blasonata 3D. In linea di massima il 3D è quasi totalmente inutile se non per alleggerirvi le tasche al momento dell’acquisto del biglietto. Fra l’altro se voglio vedere qualcosa in 3D vado al teatro e non al cinema. Ma con Gravity la regola non si applica e la visione consigliata è quella in 3D per via dell’ambientazione del film: lo spazio aperto. La pellicola apre con la visione della Terra dallo spazio, roba da wow!, con ritmo lento e placido. Ma da lì in poi la storia accelera il ritmo fra detriti spaziali, esplosioni e astronauti alla deriva. Per apprezzare appieno lo spettacolo e la fotografia per forza di cose il metodo migliore è lo schermo cinematografico in formato 3D.

Si badi bene che l’operazione non è uno sterile sfoggio di maestria tecnica. Nel canone classico dei film spaziali l’uomo abbandona la Terra volto all’esplorazione dei lidi cosmici e alla contemporanea analisi della propria umanità (Star Trek). Con Gravity, invece, abbiamo il tragitto opposto e il vagare senza punti di riferimento nell’oscurità spaziale è metafora della condizione esistenziale della dottoressa Stone che terminerà come è ovvio che termini. La simbologia del film è ricca: la scena finale è un’altra metafora della rinascita alla vita della protagonista (il paragone scafandro/pelle con quello di crisalide/farfalla è solido), mentre il silenzio dello spazio aperto è anche il silenzio adatto all’introversione e alla riscoperta di sé.

I personaggi del film sono in pratica solo due: la dottoressa Stone e Kowalsky. Ma il secondo è solo un punto d’appoggio allo sviluppo del primo: gioviale e professionale, il personaggio di Clooney permetterà alla Stone di sopravvivere e sarà sempre Kowalsky a donare la forza di andare avanti alla donna, la forza di superare il suo dramma personale nel momento di resa. Un cast così ridotto di personaggi è funzionale al confronto personale della protagonista con il proprio passato, anche se poi come vedremo qui risiede la parziale debolezza del film.

Un filmone, quindi? No, cade nei dettagli. Nel mezzo della pellicola il film perde di ritmo, mentre la natura stessa del film rende ridotti i personaggi – in pratica uno – e la sua possibile interazione con l’ambiente. Nella disperata lotta per la sopravvivenza – sequenza: problema x/soluzione x, problema y/soluzione y – di una donna assistiamo ad una rinascita di un essere umano. L’impressione è che il film duri un’ora e mezza perché è praticamente impossibile fare di più con un solo personaggio. Ma tanto basta: non è un capolavoro, se non sul piano tecnico, però è un bel film.

Altrettanto degno di nota il comparto musicale il cui ritmo ricorda quello di un cuore umano, specie nelle scene più agitate e convulse.

Voto: 7. Da passaggio televisivo… su uno schermo da 52 pollici.

[1] Cfr. http://www.bestmovie.it/film-trailer/gravity-2/225262/.

Annunci

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 6 luglio 2014 da in recensioni con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: