Charly's blog

Armageddon: Bagdad Café

Medio Oriente

Dai tempi della decolonizzazione del secondo dopo guerra il Medio Oriente è sempre stata un’area sensibile dello scacchiere internazionale. I motivi della cosa non sono misteriosi:

_ il MO è ricco di petrolio;

_ molti stati sorti dopo il 1945 non sono figli della natura della popolazione locale, ma solo della storia (la Libia con i suoi confini che sembrano una linea retta, per dirne una);

_ la variabile Israele;

Nei primi decenni il MO sembrava dotato di una certa bellicosa stabilità. Fino al ’73 il prezzo del petrolio era basso e gli stati-nazioni sembravano reggere il passaggio alla modernità. L’unico neo erano i conflitti arabo-israeliani e la suddivisione della zone nelle aeree di influenza delle due superpotenze dell’epoca USA/URSS. Negli ultimi vent’anni, tuttavia, la situazione è radicalmente peggiorata. Israele è stato sì metabolizzato nell’agone politico come testimonia la scomparsa delle coalizioni arabe, ma non lo è minimamente al livello delle popolazioni. La risposta militare funziona contro altri eserciti, non contro le popolazioni e la guerriglia.

Eppure Israele non è affatto il problema maggiore dell’area. Sembra ieri che Bush ha avviato la sua campagna di democratizzazione del mondo a suon di bombe con l’invasione dell’Irak. L’operazione ha solo portato ad un futuribile smembramento dello Stato con una formazione del Kurdistan a Nord (per la gioia della Turchia) e la sempre crescente influenza dell’Iran (per la gioia dell’Arabia Saudita). Allargando l’orizzonte troviamo la Siria immersa in una guerra civile, l’Egitto nel caos e la Turchia in panne. Senza dimenticare la Libia che versa nelle stesse condizioni dell’Egitto, l’Afghanistan in procinto di cadere nuovamente nelle mani dei Talebani e il Maghreb in fermento.

Al caos politico segue a ruota il disastro economico con relativa agitazione popolare. D’altronde se il diffondersi del fondamentalismo è stato successivo della rovina degli Stati-nazione un motivo pur vi sarà. Vorrei ricordare, infine, un’altra variabile: l’economia della zona si regge praticamente solo grazie al petrolio (e al contante arabo che viene fuori dall’oro nero). Oggi è di là dal divenire, ma in un futuro più o meno prossimo è plausibile prevedere una forte riduzione dell’utilizzo del petrolio grazie alla fusione nucleare, alle energie rinnovabili e al miglioramento delle batterie elettriche. Buon per l’ambiente, malissimo per chi di petrolio ci campa.

E su questo scenario aleggia, fra l’altro, il sostanziale disimpegno degli USA che sembrano più interessati al Pacifico. La notizia in sé è pessima dato che senza poteri maggiori esterni dediti a stabilizzare la situazione è logico aspettarsi un fiorire di microconflittualità senza l’ordine garantito dagli Stati-nazioni. Gli USA possono anche disimpegnarsi perché sono ad un oceano di distanza, l’Europa invece non può ignorare il quadro generale visto che abbiamo questo caos dietro la porta di casa. Insomma, buone notizie, sempre buone notizie…

Annunci

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 17 luglio 2014 da in Uncategorized con tag .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: