Charly's blog

Narrazione politica n° 3: la crisi dell’area Euro

Euro crisis.

Viviamo negli anni della Crisi, mi raccomando con la C maiuscola, si sa. Il tutto ha avuto inizio nel 2007/8 con la crisi dei subprime americani e subito dopo il contagio si è esteso ai paesi europei. I primi a cadere sono stati i PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Nella vulgata la causa dei dolori dei PIIGS è il famigerato debito pubblico [1]:

Nel 2008 il sostenuto intervento pubblico ha salvato banche e società dalla bancarotta tamponando la crisi e impedendone conseguenze peggiori.
La crisi del 2011 è una crisi totalmente diversa dalle altre due: la causa è l’eccesso dei debiti sovrani, che hanno indebolito gli stati e li hanno resi preda della speculazione internazionale, perché non ritenuti più solvibili o affidabili. In sostanza sono l’eccessiva spesa pubblica, il mastodontico debito pubblico, il vivere al di sopra delle possibilità da parte dei cittadini grazie al debito sovrano e all’iniezione continua di risorse da parte degli stati, accumulati negli anni, ad aver causato la crisi. La ricetta keynesiana è la causa di questa crisi non il possibile rimedio. Ora, rispondere ad una crisi di debiti sovrani ampliando i cordoni della spesa pubblica vorrebbe dire portare immediatamente gli stati alla bancarotta, rendere insolvibile il debito pubblico, arrivare al famoso «default» che porterebbe all’impossibilità immediata da parte dello Stato di pagare le pensioni e gli stipendi statali, causando il collasso dell’economia.
Oggi, il pareggio di bilancio è la premessa per recuperare le risorse immense che ogni anno gli italiani immolano per pagare gli interessi dei debiti dei tre decenni precedenti, e poterle riversare nella crescita. In questo momento allo Stato non è chiesto di «sbracare» sui conti pubblici per stimolare la domanda, ma di «liberalizzare» cioè di togliere lacci e lacciuoli, vincoli e privilegi che nei decenni hanno impedito all’economia di correre e di innovarsi per  essere più concorrenziale, perché tanto c’era la spesa pubblica abbondante che sopperiva alla mancata innovazione. Purtroppo dagli anni Settanta in poi, la leva della spesa pubblica usata in Italia dalla politica in maniera del tutto irresponsabile a fini di consenso e di ritorno elettorale, ha innescato una bomba ad orologeria che ora rischia di far implodere l’intero Paese. Ma soprattutto ha reso l’Italia prigioniera della conservazione e della paura di perdere privilegi, ostaggio di corporativismi e di veti incrociati, che hanno bloccato la crescita e sono la causa prima dell’iniquo sistema che impedisce alle giovani generazioni di emergere e di avere lavoro.

Insomma: i paesi hanno vissuto al di sopra delle propria possibilità spendendo e spandendo come dimostrano le dimensioni della spesa pubblica e del debito pubblico. Da lì si aprono le danze con l’inno al pentimento e all’espiazione dei propri peccati.

La narrazione politica è facile da delineare:

_ frame della formica e della cicala: la Crande Cermania sta bene perché ha fatto le riforme, gli altri invece facevano le cicale. Penitenziagite!

_ storytelling: debitopubblicospesapubblicaimproduttiva è brutta e figlia della corruzzzzione, fare le riforme è bello. Chi fare riforme vive, gli altri morire. Ed è colpa loro, augh!

_ narrazione emotiva: noi avere fatto riforme essere bravi, loro non avere fatto kattiven. Ma loro vogliono nostri solden, non è giusten. Augh!

Questa narrazione è profondamente radicata nell’opinione pubblica tedesca, e qui ci sta, ma lo è persino in quella degli altri paesi. La ragione è ovvia: la narrazione è semplice, di facile comprensione e permette di comprendere l’intricata situazione economica globale. Peccato che siano tutte balle.

Diamo i dati: i PIIGS di prima generazione

Chi scrive non nega i problemi propri dell’Italia e, d’altronde, si aveva già avuto modo di esaminare la faccenda. Ma l’Italia non è l’unico paese dell’eurozona ad essere in crisi e se come la vulgata vuole  il problema fosse il connubio debito pubblico/spesa pubblica avremmo dovuto avere una progressiva moria di paesi a partire dai valori più alti. Ecco i dati relativi al debito pubblico (tratti da Eurostat) per il biennio 2007/8:

2007 2008
Italia 103,3 106,1
Grecia 107,4 112,9
Belgio 84 89,2
Portogallo 68,4 71,7
Ungheria 67 73
Germania 65,2 66,8
Francia 64,2 68,2

Ecco le prime sorprese. Della Spagna e dell’Irlanda non c’è traccia, mentre è meglio ricordare che l’Italia è entrata in crisi solo nel 2011, svariati anni dopo l’inizio della eurocrisi. Ma guardiamo il confronto fra l’Irlanda, la Spagna e la Crande Cermania:

Spagna Germania Irlanda
2001 55,6 59,1 34,5
2002 52,6 60,7 31,8
2003 48,8 64,4 31
2004 46,3 66,2 29,4
2005 43,2 68,6 27,2
2006 39,7 68 24,6
2007 36,3 65,2 24,9
2008 40,2 66,8 44.2
2009 54 74,6 64,4
2010 61,7 82,5 91,2
2011 70,5 80 104,1
2012 86 81 117,4
2013 93,9 78,4 123,7

Ah, i freddi dati statistici. Fino al biennio 2006/7 la Spagna e l’Irlanda non solo presentavano un valore inferiore a quello tedesco, ma il trend era pure in diminuzione. Fra l’altro sono l’unico a notare che la Crande Cermania è fuori dai mitologici parametri europei dal lontano 2002? Se l’Irlanda ha sorpassato il valore tedesco soltanto nel 2010, quello spagnolo lo ha sorpassato soltanto nel 2012. Ricapitoliamo: è un problema di debito pubblico, sì? Peccato che i primi due paesi a entrare in crisi presentassero un valore assai inferiore a quello tedesco. Altri paesi che presentavano un valore maggiore come il Belgio non sono mai entrati nel club dei PIIGS, mentre l’Italia si è afflosciata solo nel 2011 e più per la crisi dello spread che per altro. Se il Portogallo presentava un valore simile a quello tedesco, solo la Grecia rientra nella casistica del paese spendaccione.

Se si osserva la spesa pubblica il risultato è persino più eclatante.

2007 2008
Francia 52,6 53,3
Svezia 51 51,7
Danimarca 50,8 51,5
Austria 48,6 49,3
Italia 47,6 48,6
Grecia 47,5 50,6
Finlandia 47,4 49,2

Ovviamente della Spagna e dell’Irlanda non c’è traccia. Il paese iberico presenta una spesa pubblica pari al 38/39% fino al 2008 dove il valore sale al 41%. Da lì si stabilizza intorno al 44/45% con un picco del 47% nel 2012. Il paese nordico, invece, presenta un valore intorno al 33% fino alla Crisi del biennio 2007/8, per poi schizzare al 65% del 2010 e da lì ridiscendere al 42%. La Crande Cermania ha avuto un valore in calo dal 47% del 2002 al 43% del 2007, per poi oscillare intorno al 44% con un picco del 48,3% nel 2009.

Ricapitoliamo: i primi paesi a entrare in crisi sono stati la Spagna e l’Irlanda che presentavano una bassa spesa pubblica, un basso debito pubblico, una bassa tassazione e una vigorosa crescita economica. E meno male che la Crisi è stata causata dal debito pubblico! Stando alla vulgata, sarebbero dovuti entrare crisi prima la Francia seguita poi dalla Germania e non la Spagna o l’Irlanda con tanti saluti all’asse francotedesco. La cosa in sé, poi, non è una novità. Fino alla Crisi la Spagna e l’Irlanda venivano additati a paesi modello ed esempi da seguire anche se oggi in molti fingono di dimenticarlo.

I PIIGS di seconda generazione

Siccome di anni dal biennio 2007/8 ne sono passati, abbiamo avuto una seconda generazione di PIIGS: l’Olanda, la Slovenia, la Finlandia, Cipro (e presto la Francia). Anche qui i dati seguono i trend sopra indicati. In termini di debito pubblico l’Olanda ha superato il 60% soltanto nel 2010 e il valore attuale è inferiore a quello tedesco. La Slovenia ha fatto persino meglio dato che ha superato il 30% solo nel 2009, per poi superare il 70% nel 2013. La Finlandia era in calo dal 41,5% del 2002 fino al 33,9 del 2008, per poi giungere al 57% del 2013. Cipro galleggiava fra il 60% e il 70% fino al 2011, salvo poi esplodere fino al 111,7%. Ancora una volta, allora, non si riscontrano gli elementi tanto cari alla vulgata. Niente spesa pubblica e debito pubblico folli prima della crisi, anzi, in molti casi sono esplosi dopo la Crisi.

Quo vadis, UE?

Ma se la vulgata è totalmente errata quali sono le cause della Crisi dell’Euro? Eh sì, perché la Crisi dell’Euro è slegata rispetto a quella degli USA. Entrati per primi in recessione, gli americani ne stanno uscendo, mentre i BRICS hanno continuato a crescere (pur mostrando di recente parecchi limiti). La Crisi americana  ha solo dato avvio a quella europea in quanto detonatore esterno. Come era stato ampiamente previsto dalla teoria economica, l’adozione dell’euro ha portato a tutta una serie di squilibri destinati a esplodere alla prima occasione. Ecco cosa ha da dire Laszlo Andor [2]:

I will show that Europe’s weakness in confronting the crisis is a systemic problem, rooted in the incomplete character of the EMU as designed 25 years ago – the EMU 1.0 as it is sometimes called.

Come mai? All’interno di uno Stato è normale che le parti economicamente vitali si occupino di quelle meno prestanti:

The proposal was in fact that regions with a current account surplus should contribute and deficit regions should draw down funding, as normally happens within nation states, so that social cohesion and aggregate demand could be maintained within a monetary union.

However, in the European Community of the 1970s, agreement on such a large budget was impossible.

Con la logica conseguenza di:

However, it is quite clear today that the EMU’s functioning in practice has not been fair. We know now that the EMU 1.0 contains an inherent bias towards internal devaluation as the prevailing if not the only mechanism of adjustment to economic downturns.

Due to the absence of a lender of last resort or a common countercyclical budget, financial market panic can force EMU countries to adopt austerity policies. We know that such developments have a particularly negative impact on workers, the unemployed and everyone whose quality of life depends on public services.

With such asymmetric allocation of costs and benefits, the EMU is not functioning well and its sustainability cannot be taken for granted.

Ah, per chi non lo sapese Andor è solo il Commissario Europeo per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Integrazione [3] e non un pirla che passa di lì per caso. Ma come insegna il Teorema di Thomas [4]:

Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze.

L’idea che la narrazione politica della vulgata corrisponda al vero porta delle conseguenze fin troppo reali. Per prima cosa le politiche degli ultimi anni hanno mirato alla riduzione del debito pubblico tagliando dove possibile le spese statali. Peccato che la cosa abbia solo portato ad un accentuarsi della disoccupazione e della recessione, nonché un calo generalizzato degli investimenti siano essi pubblici o privati. In più queste misure non hanno minimamente toccato i problemi alla base della UE che rimangono e persistono. Queste misure, quali i trasferimenti monetari interni, un sussidio per la disoccupazione europeo, l’unione fiscale e bancaria, non sono mai state implementate né è plausibile che lo siano nel breve periodo. Il frame della formica e della cicala, infatti, legge i trasferimenti monetari interni come un estorsione da parte delle cicale nei confronti delle formiche e non come condizione essenziale per l’esistenza di un’unione monetaria. Da qui l’invocazione alle mitologiche “riforme” per la crescita. Immagino le stesse della Spagna e dell’Irlanda pre Crisi.

Non mancano, fra l’altro, risibili effetti comici. L’idea che si debba pagare in quanto peccatori porta in molti a uscirsene con fantasiose teorie economiche e ancor più fantasiosi nessi causali. Ad esempio, è facile sentirsi dire che il debito pubblico è figlio della corruzione. Va bene, ma la cosa è comune a tutti o è solo un’anomalia italiana? Perché altrimenti dovremmo concludere che la Russia è un paese molto meno corrotto rispetto alla Germania. Credibile, no?

Ma una vera narrazione politica è refrattaria ai fatti, ai dati, alla logica. Si nutre di miti ed emozioni, di colpevoli e di vittime. Il che sarebbe una cosa bellissima da assistere se non fosse che viviamo nella stessa casa. E quando il tetto crolla cade sulla testa di tutti. Nessuno escluso.

[1] Cfr. http://www.ladige.it/lettere/keynes-governo-monti-crisi-debito-sovrano.

[2] Cfr. http://europa.eu/rapid/press-release_SPEECH-14-455_en.htm.

[3] Cfr. http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/andor/about/cv/docs/laszlo_andor_en.pdf.

[4] Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Teorema_di_Thomas.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 luglio 2014 da in Argumenti con tag , , , .
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