Charly's blog

Narrazione n° 4: la crisi de l’Unità

Sbaglia chi pensa che le tecniche fin qui mostrate dello storytelling, della narrazione emotiva e del framing siano applicabili solo su larga scala e per tematiche politiche. La retorica ha valore e portata universale essendo in grado di adattarsi a qualunque contesto. Prendiamo ad esempio un fatto minore di cronaca: la chiusura de l’Unità. La vicenda è nota: a dispetto dei milioni di euro versati come contributi all’editoria da parte dello Stato il fu giornale di Gramsci affogava nei debiti per mancanza di lettori e introiti. Al riguardo si deve tenere conto che l’Unità si piazzava intorno alle 35.000 copie vendute [1], mentre è lecito aspettarsi che il numero dei tesserati PD e della CGIL sia assai maggiore. Ci si dovrebbe chiedere, allora, per quale motivo le persone delle aree culturali di riferimento non siano soliti comprare il quotidiano piuttosto che lamentarsi del destino cinico e baro.

Sia come sia, quando qualcuno si è fatto avanti per mettere il contante per risanare la situazione la risposta è stata sdegnata [2]:

Settantadue ore ancora per conoscere il destino de l’Unità, e già ricompaiono gufi e pitonesse. Da voci fondate sarebbe arrivata ai liquidatori un’offerta concreta per l’affitto del ramo d’azienda da parte della società Bioera che ha tra gli azionisti l’onorevole Daniela Santanchè. Il Cdr si era già espresso su questa vicenda, definendo un’offerta di questo tipo incompatibile con la storia del giornale, e dunque irricevibile. Una posizione che era stata definita «di grande dignità» dal nostro ex collega Michele Serra dalle colonne di Repubblica.

A quanto pare i giornalisti comunisti (ma lo sono ancora? Boh) non hanno mai sentito la massima latina pecunia non olet o il bellissimo proverbio inglese beggars can’t be choosers. Insomma, l’esito era scontato: se non vendi non hai profitti e se non hai profitti non sei in grado di coprire i costi. Da qui l’ovvia chiusura.

Ma noi siamo speciali!

Ovviamente da un quotidiano comunista non ci si può attendere una comprensione valida dell’economia di mercato. I nostri eroi invece di chiedersi per quale motivo non siano letti praticamente da nessuno preferiscono argomentare in un modo del tutto differente. A prima vista la situazione può sembrare disperata non lasciando spazio a difesa di sorta. Ma non si dovrebbe dimenticare il potere della mente umana. Qualcosa si trova sempre.

Basta mettere in secondo piano il quotidiano in sé privilegiando il ruolo della stampa e dell’informazione fingendo di ignorare che la mera uguaglianza “giornale=libera comunicazione” è una sciocchezza e una pluralità di testate non è sinonimo di informazione di qualità. Ecco qualche esempio[3]:

E così finalmente l’Unità chiude. Per la gioia di tutti quelli che sostengono che un giornale sia un’impresa come un’altra, che debba garantire un utile agli azionisti e svolgere una funzione primariamente aziendale; e che quindi, a meno che non serva per dar lustro o sostenere la politica dell’azienda di riferimento, debba mostrare tette e culi in abbondanza per attirare gli appetiti dei lettori. Così si vende, così si attraggono gli inserzionisti, così si fa fatturato: l’informazione al tempo del conto economico questo prevede, è la via maestra tracciata dai Grandi Gruppi, ci si deve uniformare. Chi non lo fa, deve chiudere. E infatti l’Unità chiude.

E [4]:

L’Unità non deve chiudere. E non perché la si considera espressione e difesa di una parte politica. Non perché ci piace per motivi personali, perché abbiamo affetto verso un giornale storico che deve continuare a vivere per ragioni di sentimento. L’Unità non deve chiudere perché dall’anno della sua fondazione, da quel 12 febbraio del 1924, ha sempre ospitato un dibattito imprescindibile e ha contribuito a scrivere la storia di questo Paese con tutti i suoi valori e tutte le sue contraddizioni.

E ancora [5]:

Frastuono e accumulazione, dunque. Ecco due tra le caratteristiche chiave dell’informazione ai tempi del libero mercato. Mi pare innegabile che nella crisi del settore informativo e nella sua crescente perdita di pubblico intervengano fattori strutturali, in Italia amplificati dallo stadio culturale bituminoso in cui è precipitata la nazione: l’accesso all’informazione gratuito, che rende restio il consumatore a pagare qualcosa a cui si può accedere comodamente e senza alcun esborso. E poi l’influsso tecnologico, riassumibile nella tendenza dell’informazione televisiva a semplificare ogni fatto reale attraverso la didascalia dell’immagine che è poi centuplicata dal web, far west entro cui, nei grandi numeri, qualsiasi approccio verso l’approfondimento è ripudiato, così come la sensatezza delle fonti. Così, le notizie, nella società dello spettacolo ibridata dall’ideologia liberista, finiscono per essere bachi da seta carnivori, piccoli mostri bifronti solo in apparenza innocui: da un lato divengono micro unità di merce dal valore misurabile secondo esiziali indici di gradimento (il sondaggio perenne), dall’altro si rafforza il loro disvalore: divengono atomi virtuali di un’enorme, infinita rappresentazione della realtà che afferma la forma sociale determinata dal sistema produttivo, e che allontana e smembra tutto ciò che prima era direttamente vissuto affinché quella stessa forma resista inviolabile e immutabile.

La crisi del quotidiano, dunque, trascende le sue dimensioni e diviene metafora del paese [6]:

Varrebbe perlomeno la pena chiedersi perché il Lussemburgo ha tassi di diffusione di copie di quotidiani quattro volte superiori all’Italia, il Regno Unito il doppio e la Germania una volta e mezza. E, ancora, perché il nostro, che sarà pure un paese di poeti, di artisti, eroi, santi e pensatori, è all’ultimo posto in Europa per quote di quotidiani e riviste scaricate da internet. Siamo, quindi, di fronte a un problema serio, perché la pluralità dell’informazione e il tasso di lettura dei quotidiani non sono elementi secondari per la crescita di un paese, sia dal punto di vista economico che democratico. D’altronde, il tasso di democraticità di un paese si misura anche attraverso la pluralità delle voci che l’attraversano. E non è un caso se l’Economist, nel suo Democracy Index, colloca l’Italia al 31° posto tra le democrazie imperfette, dopo Norvegia, Islanda e Danimarca (rispettivamente al 1°, 2° e 3° posto), Paesi Bassi e Lussemburgo (10° e 11°), Germania (14°), Regno Unito e Stati Uniti (18° e 19°), Costa Rica (20°), Spagna e Francia (25° e 29°).La crisi dell’Unità è lo specchio della crisi del Paese. Una crisi che negli indici economici ha un’evidenza acuta e drammatica. E il quotidiano, oggi, è anche il simbolo del precipitato di un settore strategico come l’informazione, senza la quale, al netto di tutte le riforme possibili e immaginabili, nessuna democrazia può dirsi tale. Il campo di battaglia dell’Unità non ha confini politici a «sinistra» o a «destra», nel momento in cui il calo dei lettori e delle vendite riguarda, più o meno, tutte le testate e la crescita dell’informazione online risulta troppo debole per compensare il calo delle nelle edicole.

D’altronde internet da solo non basta:

La crisi dell’Unità, quindi, va oltre L’Unità. È il riflesso di una sfida che riguarda tutto il mondo dell’informazione. Una sfida che l’Italia sta perdendo e non per colpa della «tecnologia» pervadente, visto che altrove le cose vanno diversamente. In tutto il mondo occidentale, la quantità dell’informazione disponibile è cresciuta enormemente, così come la velocità di accesso ai contenuti. Se per un verso internet ha reso enormemente meno costoso le pubblicazioni, dall’altro ha trasferito la funzione di filtro qualitativo, che nell’epoca analogica era affidata alle grandi centrali del sapere (editori, università, enti e istituzioni), ai singoli utenti. Tutto questo arricchisce le possibilità di ciascuno di accedere direttamente alle fonti, dà responsabilità al lettore, apre alla cultura alla molteplicità, ma inevitabilmente disorienta e rende più difficile far ritrovare gli individui su un terreno culturale comune.

Ovviamente con il pudore di non chiedere l’emolumento ad alta voce:

Tornando all’Unità, quando un giornale con una storia così importante arriva alla soglia del fallimento, è un segnale preoccupante. E anche chi non ne condivide la linea editoriale e politica, non può evitare di riflettere sulla ferita profonda che si apre nel mondo dell’informazione. Un «sistema» che, come i mercati, può prosperare solo se c’è pluralismo e concorrenza e ha bisogno di norme che ne tutelino il corretto sviluppo. Questo, naturalmente, non significa che la crisi dell’Unità deve trovare una soluzione «pubblica», ma sarebbe miope non contestualizzarla in un orizzonte che va oltre i conti economici della singola impresa.

Insomma, l’Unità è una sentinella di libertà e informazione in un panorama desolante e vuoto. Certo, anche se vorrei capire come si possa concorrere a formare l’opinione pubblica se nessuno ti legge. Al di là di questo, nulla vieta ai giornalisti del quotidiano di renderci edotti delle loro raffinate opinioni. Un dominio su WordPress costa sì e no 60 euro e i giornalisti sono un’ottantina. Con meno di un euro a testa possono portarsi a casa il tutto e continuare in formato digitale. Non vogliono essere i paladini dell’informazione? Prego, e chi ha nulla da ridire. Ovviamente, però, non possono avere la pretesa di essere mantenuti da chi non li vuole leggere. Se sono impegnati in una sacra missione possono dedicarsi anima e corpo alla causa, senza costi fra l’altro: i database online quali quello dell’Istat e dell’OECD sono gratuiti. Non stiamo affatto parlando della libertà o dell’informazione, ma dell’idea che qualcuno debba essere mantenuto dagli altri. E perché l’opinione di un giornalista de l’Unità è più importante della mia o della vostra? Perché lui deve prendere i soldi pubblici e noi no?

La rana e lo scorpione, l’Unità e Monti

C’è da dire che i nostri eroi hanno un’alta immagine di sé [7]:

E finalmente l’Unità chiude. Saranno felici quelli che sostengono che la sinistra è morta, che la Storia l’ha sconfitta, che non ha più senso. Facendo finta di non accorgersi delle migliaia di bambini e donne e uomini e vecchi che muoiono al largo di Lampedusa nelle loro bare di legno e vetroresina; dei fantasmi che vagano scavando di notte nei cassonetti per trovare qualcosa per mangiare; dei pensionati che muoiono di fame, che non hanno più dignità di uomini e di donne; di una politica estera che consente genocidi e uccisioni indiscriminate di bambini mentre giocano e di donne al mercato. Perché la sinistra è morta, lo dice la Storia, e chi è sopravvissuto balla felice sul ponte del Titanic in smoking e cravatta a farfalla, e non sopporta la voce lugubre di chi guarda la realtà.Finalmente l’Unità chiude. Saranno felici i grandi avversari, che ne auspicavano la morte da sempre, col loro anacronistico inestinguibile odio animato da un atavico pregiudizio. Quelli che hanno visto come il fumo negli occhi la voce di chi chiedeva attenzione allo stato sociale, all’uguaglianza e alle pari opportunità, ma sul serio, non riempiendosi la bocca di parole vuote, non cercando populistici consensi richiamando a operazioni chirurgiche da compiersi con la fiamma ossidrica. Quelli che hanno voluto un Paese basato sulla lotta, sull’egoismo, sulla prevaricazione, sul trionfo del denaro su qualsiasi altro valore.

Peccato che i fatti siano un po’ difformi alla teoria. Quando Monti giunse al potere l’Unità dedicò la prima pagina alla caduta del Silviosauro:

 L'Unità e Monti

Subito dopo, però, Monti cominciò a tagliuzzare i fondi all’editoria dando un’accelerazione all’epilogo del quotidiano. D’altronde se il tuo obiettivo è la distruzione della domanda interna e dei diritti dei lavoratori finisci inevitabilmente a cozzare con i giornalisti, lavoratori anche loro. Magari è per questo motivo che i lavoratori non vi leggono più, che dite?

I nostri avrebbero dovuto ricordarsi la fiaba della rana e dello scorpione. Monti era quello che era e per forza di cose avrebbe punto la rana traghettatrice. Ma se si può avere pietà e compassione per la rana, mi spiace ma non riesco proprio averla per questa gente.

[1] Cfr. http://www.lettera43.it/economia/industria/quotidiani-giu-la-maschera_4367557018.htm.

[2] Cfr. http://www.unita.it/italia/giu-le-mani-da-i-l-unita-i-br-72-ore-cruciali-per-futuro-del-giornale-1.582747?localLinksEnabled=false&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter.

[3] Cfr. http://www.unita.it/italia/maurizio-de-giovanni-l-unita-chiude-ma-non-muore-1.583520.

[4] Cfr. http://www.unita.it/italia/saviano-i-l-unita-non-deve-chiudere-br-e-una-voce-forte-per-il-futuro-1.582751?localLinksEnabled=false&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter.

[5] Cfr. http://www.unita.it/italia/perche-l-unita-e-cosi-importante-br-una-sentinella-tra-rumore-e-realta-1.581781?page=2.

[6] Cfr. http://www.unita.it/italia/editoria-unita-specchio-paese-crisi-pluralismo-concorrenza-integrazione-copie-quotidiani-crisi-idee–1.582932?page=2.

[7] Cfr. http://www.unita.it/italia/maurizio-de-giovanni-l-unita-chiude-ma-non-muore-1.583520.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 agosto 2014 da in cronaca con tag .
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