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Gli Stati hanno il diritto di esistere? Il dilemma strategico di Israele

L’annosa questione mediorientale solleva non pochi interrogativi e fra questi uno dei più gettonati e la legittimità o meno dello Stato di Israele. La questione può essere intrigante da un punto di vista storico, ma è quantomeno fuorviante sul piano pratico. Al netto del diritto internazionale o meno, quel che fa sì che uno Stato possa esistere è la mera forza che permette allo Stato stesso di esistere. Detto in termini semplici: uno Stato esiste perché ha la forza di esistere ricoprendo le mansioni proprie di uno Stato. Con queste s’intende soprattutto il monopolio della violenza su una determinata zona geografica e l’imperio politico di prendere decisioni cogenti per la popolazione residente in loco. Per dire, la Repubblica di Venezia ha una storia millenaria alle spalle, l’Italia 150 anni. Ma la prima non esiste più, la seconda sì.

L’assenza del riconoscimento in sé non vuol dire molto. Uno degli Stati di più recente costituzione è Timor Est [1], ma scommetto che ben pochi siano in grado di ritrovarlo su una cartina geografica. Anche non riconoscendolo, tuttavia, la cosa non avrebbe effetto sull’attività amministrativa o politica e se così non fosse si dovrebbe prendere le armi riportando il paese sotto la sovranità precedente. Ovviamente a nessuno interessa un conflitto dalle parti dell’arcipelago indonesiano, ma l’esempio permette di capire che per avere effetti pratici il mancato riconoscimento deve avere conseguenze pratiche in termini bellici o commerciali. Senza queste due linee d’azione i danni sono pochi o nulli.

Ritornando alla questione originale, la differenza fra Israele e i Paesi Bachi è che lo Stato della Stella di Davide ha la forza bruta di imporre la propria esistenza quale che sia il riconoscimento internazionale. La cosa in sé non è una novità dato che le popolazioni germaniche non si sono poste molte questioni di legittimità o meno ai tempi dell’invasione dell’Impero Romano. Viceversa, i paesi arabi non hanno riconosciuto per anni Israele senza che la cosa avesse degli effetti tangibili sull’attività politica e amministrativa.

Perché, allora, Israele cerca la legittimità internazionale? Per quanto non essenziale alla propria esistenza, la legittimità internazionale può recare con sé vantaggi di tipo economico, politico e militare. Israele è finanziato e armato dagli Stati Uniti, mentre sul piano economico può evitare sanzioni commerciali grazie agli appoggi politici. Sempre questi, infine, permettono di evitare la costituzione di ampie coalizioni nemiche (che, guarda caso, sono finite con gli Accordi di Camp David [2]).

Declinando il tutto ai giorni nostri arriviamo ad Hamas. I nostri simpatici fondamentalisti hanno adottato una strategia a prima vista suicida: lanciano i razzi da basi nascoste in mezzo a costruzioni civili e l’ovvia reazione israeliana porta a ingenti danni collaterali e perdite di vite. Ma spesso in ambito militare le apparenze possono essere ingannevoli. La strategia della guerriglia non si basa su una vittoria contro il nemico sul campo di battaglia perché l’obiettivo non può essere conseguito vista la disparità di mezzi. L’obiettivo è quello di far capire al nemico il costo o l’impossibilità della vittoria con conseguente ritiro. I vietcong o i talebani non hanno quasi mai vinto una battaglia, ma alla fine hanno vinto la guerra per abbandono dell’avversario. Quindi se vi ritroverete mai a fare il guerrigliero vi conviene controllare la strategia del leader e in caso di mancata ottemperanza dei requisiti è meglio correre via.

La strategia di Hamas presenta un costo maggiore per Israele dato che il sistema Iron Dome è molto più complesso e costoso [3] rispetto a un paio di mortaretti sparati a caso. Sul piano economico sarebbe logico neppure prendersi la briga di intercettare i razzi, ma la cosa non è fattibile su quello politico. Ma il vero punto di forza è l’immagine di Israele che si viene a creare. L’intervento militare non rimuove la minaccia a meno che non si progetti un genocidio, mentre sul piano dell’immagine è un disastro. Le perdite fra i civili vengono ampiamente coperte dai media internazionali con relativo discredito internazionale. Seguendo un po’ il dibattito politico interno israeliano sembra che la società si sia orientata su una risposta prettamente militare fregandosene delle conseguenze. Ma la sola forza è sì causa necessaria per le fondamenta di uno Stato, ma non una forza duratura. L’Impero Assiro e quello Napoleonico si basavano unicamente sulla forza e una volta che la suddetta forza è venuta meno entrambi gli ordinamenti politici sono finiti in pezzi. Viceversa quello Romano è sopravvissuto per un po’ alla sua fine militare grazie ai vantaggi che poteva offrire tanto agli abitanti quanto agli stessi invasori che non miravano affatto alla sua distruzione.

La posizione di Israele, quindi, è piuttosto fragile e precaria sul piano strategico. Le ovvie risposte militari alle aggressioni portano ad un deterioramento tanto economico quanto politico e la forza militare non è eterna. Se si ha sotto le chiappette un Merkava ci si può non porre la questione, ma una volta che il Merkava viene meno qualcuno le chiappette le rimette. In compenso è da ammirare la visione strategica dei capoccioni di Hamas. Mi chiedo quali siano state le loro letture in ambito militare (Von Clausewitz, Sun Tzu?).

 Merkava

[1] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/East_Timor.

[2] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Camp_David_Accords.

[3] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Iron_Dome.

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6 commenti su “Gli Stati hanno il diritto di esistere? Il dilemma strategico di Israele

  1. Connacht
    10 agosto 2014

    Veramente l’operato di Napoleone non andò in pezzi, nonostante le potenze che lo sconfissero cercarono di restaurare l’antico regime, il suo apporto influenzò profondamente la società europea successiva che dovette mutare di conseguenza.

    • Charly
      10 agosto 2014

      Mi riferivo al potere politico. Sconfitto, l’impero fece puff. Anche Alessandro Magno ha dato via all’ellenismo, ma con la sua morte il suo impero andò in mille pezzi. Ovviamente gli aspetti culturali sono un’altra cosa.

      • Connacht
        13 agosto 2014

        Beh proprio l’ordinamento politico napoleonico si è diffuso nelle costituzioni europee, così come il diritto romano è stato recuperato nonostante il dominio imperiale si fosse disintegrato nel IV secolo e si fossero diffuse le consuetudini germaniche con i nuovi dominatori
        .

      • Charly
        14 agosto 2014

        Ma l’Impero napoleonico non è durato un secondo dopo la sua fine militare, a dispetto di quello romano (quello d’Oriente compreso: c’è chi parla di un commowealth bizantino considerata la sua egemonia culturale…). Lasciare delle eredità non è sufficiente visto che quasi tutto lasciano qualcosa più o meno. Gli Assiri svilupparono molte tecniche dedicate all’assedio, ma una volta che persero il potere militare fecero puff.

      • Connacht
        14 agosto 2014

        Dipende da cosa intendi con fine militare. Per metà V secolo i “romani” d’occidente avevano ancora milizie ed eserciti. D’altro canto, si affidavano molto ai federati e di romano l’esercito vero e proprio non aveva più nulla da oltre un secolo.

      • Charly
        14 agosto 2014

        Nel V secolo la forza militare romana era in forte calo: dopo la battaglia con Attila Ezio non poteva spostarsi a difesa dell’Italia. Nel IV secolo dopo la sconfitta di Adrianopoli l’Oriente era indifeso. Durante le Guerre Puniche i romani tiravano fuori un esercito dopo l’altro…
        Più in generale il potere militare viene considerato assieme a quello economico, politico e culturale. Dopo la crisi del III secolo Roma non si mai ripresa del tutto.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 agosto 2014 da in cronaca con tag .
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